Una giovane donna ha il volto ricoperto di tante sottili fette di limone, si salvano la bocca e il mento; le labbra socchiuse quasi a voler dire qualcosa ma non sapendo bene cosa, il corpo appena coperto da indumenti vegetali. L’immagine ha una tale forza visiva che amplifica il senso di vulnerabilità, lo sconcerto e la tenerezza che riesce ad esprimere. Se a realizzarla è Zana Masombuka, la foto prende anche una densità di pensiero, di riflessione sul mondo che sa essere magnifica e radicale allo stesso tempo. Per rendersene conto, l’occasione è alla Cellar Contemporary, la galleria d’arte a Trento in via San Martino, dove la mostra dedicata a Zana Masombuka, aperta in questi giorni, resterà visibile fino al 22 giugno.
Due i progetti fotografici esposti, 10 scatti ciascuno, di grandezza 60 per 80 cm: la serie “Time”, una delicata e sofistica riflessione sul tempo e “Nodugwana: An Ode to My Grandmother”, omaggio a una nonna saggia, abile a intrecciare materassi di paglia, sapiente senza essere mai andata a scuola.
Zana Masombuka usa la metafora dei limoni e dei corpi per mettere in scena la relazione tra le generazioni e il tempo. Il limone fresco che ricopre gli occhi di quella donna è l’energia dei giovani, «ma anche la loro arroganza che poi finisce per renderli vulnerabili», dice l’artista. Il limone scuro e disidratato è l’inevitabile scorrere del tempo e lo si vede appiccicato sempre a fette sottili sul volto di una donna avvolta nella sua veste rossa. Le persone anziane, continua l’artista «proprio come i limoni scuri disidratati, sono più resistenti, sono sopravvissute male, ma continuano a esistere». Il fatto è che solo se le generazioni si ascoltano, si alleano e collaborano le comunità possono trovare una via d’uscita, dice Zana Masombuka. Le sue riflessioni parlano alla sua terra, il Sudafrica, ma hanno un respiro universale.
La profondità della sua anti-retorica viene da una formazione solida, oltre che dalla sua biografia: classe 1995, Zana Masombuka ha trascorso la sua infanzia in un piccolo villaggio nella comunità Ndebele, ha una laurea in Studi Internazionali e un’altra in Arte a Cape Town, oltre che specializzazioni in Transnational Education and Plural Thinking ad Amsterdam e in Art Training a Pretoria. Ha sviluppato un pensiero critico radicale, post-coloniale, di genere e culturale che le permette di basculare tra Occidente e Africa (qualunque cosa significhino davvero questi due termini ambigui), tra saperi ancestrali e contemporaneità, tra la sfera individuale e quella pubblica.
Così, prende sé stessa e si trasforma in macchina scenica, usa il corpo come un testo e lo ricompone in un dispositivo visivo. Ogni scatto è una messa in scena dove il singolo dettaglio ha un significato: «Zana Masombuka si sottopone a un lungo processo di trasformazione e di self-training attraverso il trucco, il costume e la posa performativa», spiegano Davide Raffaelli e Camilla Nacci, i due galleristi trentini che la ospitano. Quello che si vede è una voce potente che sta emergendo nell’arte contemporanea.
Nella serie “Nodugwana: An Ode to My Grandmother”, l’artista sudafricana celebra una nonna che «è stata la prima persona che mi ha insegnato a rispettare il flusso della vita – spiega lei stessa – Il modo in cui si occupava del suo giardino, e di tutto ciò che la circondava, era come una danza di pura alchimia». Il progetto è una sorta di drammaturgia in tre atti: «la danza della vita», «la morte», «l’omaggio alla vita vissuta».
Zana Masombuka lo racconta così: «Mentre stava morendo di diabete, il suo giardino di paglia morì prima di lei. Non aveva paura della morte. Ne parlava come fosse un onore, che ogni persona dovrebbe rispettare».
La donna che ricorre nelle immagini ha una postura fiera e semplice, il corpo quasi incistato alla terra, le mani stringono la paglia come fossero già paglia. Ha il volto coperto da una fasciatura bianca, un gesso o dell’altra terra cementata addosso. Perché alla fine non è che «l’omaggio alle donne che continuano a ottenere conquiste, coloro che osano essere audaci e coraggiose».
Corriere del Trentino | Rcs