Le luci dei Delight Lab sul nuovo Cile

Una notte di ottobre del 2019, alzando lo sguardo sulla grande Torre Telefónica, nel centrale quartiere di Providencia, i cileni hanno trovato una scritta luminosa visibile in tutta la capitale: Dignidad. La sera prima, il presidente Sebastian Piñera aveva decretato il coprifuoco, preso alla sprovvista dalle proteste scoppiate per l’aumento del biglietto della metro. A maneggiare il proiettore, da una finestra di un edificio di fronte alla Telefónica, erano Andrea e Octavio Gana, un duo di fratelli artisti (classe 1985 e 1983) conosciuto come Delight Lab, che utilizza videomapping e coreografie luminose nella scena urbana.
Mentre nelle strade le proteste diventavano un’onda di popolo, e niente poteva la repressione selvaggia delle forze dell’ordine, i due fratelli salivano ogni sera in quell’edificio e proiettavano una frase diversa. No Estamos en guerra. Estamos unidos oppure Chile despertó fino a Por un nuevo país. Le loro proiezioni luminose hanno fatto da subito il giro del mondo, finendo per diventare il simbolo di un paese che stava cambiando pelle. Da quell’ottobre 2019, di cose ne sono successe: l’onda sociale è confluita in una Assemblea costituente che sta per scrivere una nuova Carta Magna e dal prossimo 11 marzo assumerà la presidenza Gabriel Boric, trentacinquenne, radicale e pragmatico volto del nuovo Cile.
Ci diamo appuntamento con Andrea e Octavio Gana su zoom. Ci raccontano dei loro progetti e del loro immaginario creativo, che sono così avvinghiati a tutto il brulicare sociale da diventare una cronaca minuta delle ombre e le ferite, le aspettative e gli entusiasmi vissuti dal loro paese.

Le vostre proiezioni sono state una sorta di manifesto luminoso dell’esplosione sociale. Ora su quali progetti state lavorando?

Octavio: «A maggio saremo al Reina Sofia a Madrid all’interno della collettiva Cono Sur, con un lavoro sulle rivendicazioni del popolo Mapuche. Porteremo una gigantografia di una installazione che abbiamo realizzato dopo la morte di Camilo Catrillanca, un contadino mapuche ucciso dalle forze di polizia nel 2018. All’epoca abbiamo realizzato un intervento d’arte prendendo a prestito un verso di Raúl Zurita, Que su rostro cubra el horizonte».

Andrea: «Sempre su questi temi, tra marzo e aprile, abbiamo due progetti in Cile, nel profondo sud, nelle regioni di Aysén e Magallanes. Esploreremo la possibilità di rituali tecnologici d’arte nei territori considerati sacri per i nativi, ma minacciati dall’industria estrattiva o intensiva. Vogliamo creare una mappa, mostrarla e darle un valore simbolico».

La questione mapuche è molto delicata e complessa, con uno stato di tensione e di violenza permanente, e sarà una delle spine che dovrà affrontare il nuovo presidente. Ma voi come avete l’avete incontrata nel vostro lavoro di artisti?

Octavio: «Da piccoli, con la famiglia passavamo le estati nella zona della Araucanía, nel sud, ci fermavamo nei pressi di un lago, alle pendici del vulcano Villarrica. Di notte, quando preparavamo il fuoco, ascoltavamo le trutrucas, gli strumenti musicali tipici a mo’ di corno, sentivamo il ruggito dei felini, il vulcano che rumoreggiava. Insomma, è stata una scoperta, anche perché a scuola il mondo dei popoli originari veniva solo accennato in fretta. Sempre da bambino, mia madre mi ha regalato un dizionario di mapudungun, la lingua mapuche e mi raccontava le storie dei guerrieri che lottarono contro gli spagnoli. Crescendo, ci è venuto naturale cercare il modo di contattare quel mondo, che è così separato dal resto della società cilena».

Andrea: «All’università avevo una compagna di corso mapuche e a volte invitava sua madre che ci parlava della cultura del cibo e ci preparava i piatti tipici. A darci la svolta è stato l’incontro con il Machi Millaray che ci ha fatto conoscere le sue terre, la sua ruka (la casa comunitaria), il cimitero, i rituali, la resistenza di ogni giorno. E così è stato con Joel Maripil, un musicista e cantautore mapuche, che ci ha introdotto nei canti tradizionali e ci ha aiutato a tradurre testi per un nostro progetto sul diritto all’acqua».

Octavio: «Ci siamo coinvolti sempre di più, coscienti che di fondo c’è una ingiustizia, una ferita che per secoli non si è riusciti a sanare. Ci sembra una questione delicata e urgente, che ci interroga tutti. Non solo per gli scontri, la militarizzazione delle terre, gli omicidi, ma anche per altre forme di violenza, come la invasione di coltivazioni intensive, ad esempi di eucalipto, milioni di ettari di boschi nativi sostituiti per le necessità dell’industria. Sono tutti temi molto connessi, la questione della terra, il cambio climatico, i diritti civili, sociali e culturali, le nazioni originarie».

Sono proprio i temi delle grandi proteste del 2019 prima, ora sul tavolo dell’Assemblea costituente e infine centrali per la vittoria di Gabriel Boric. Voi siete stati parte di questa onda, come state vivendo questo momento?

Octavio: «Io cerco di guardare tutto questo cercando di distinguere i piani. Per quello che riguarda il processo costituente, mi entusiasma. Credo abbiamo la possibilità di avere fra qualche mese la Costituzione più avanzata a livello internazionale, femminista, multiculturale, plurinazionale, ecologista. È un testo che vuole restare a lungo, il simbolo di un paese che rinasce e che aspettavamo da trent’anni. Un altro conto è il governo: certo che abbiamo molte aspettative, ma sentiamo di difendere la nostra autonomia di artisti, qualunque sia il governo di turno. Non vogliamo essere degli artisti “repubblicani”. Siamo contenti che sia un governo giovane, con volti nuovi, in maggioranza donne, di provenienze diverse, ma noi abbiamo un altro ruolo e forse abbiamo anche il dovere di essere scettici».

Andrea: «A me colpisce come sia cresciuta la consapevolezza della partecipazione a tutti i livelli della società. È una complicità sociale che non si conosceva prima. Credo sia questo il significato di riunirsi per scrivere insieme una nuova Costituzione o incontrare per caso il nuovo presidente in una sandwicheria all’angolo della strada. È come se ci fossimo stretti tutti per la prima volta. Negli ultimi tre anni ci siamo sintonizzati su questo spirito collaborativo, partecipativo, di prenderci cura del paese in prima persona».

Lo stesso presidente Boric si è formato nelle proteste sociali, nel suo caso da quelle studentesche del 2011 ed è della vostra stessa generazione.

Octavio: «Del gruppo che ora è a La Moneda, il palazzo di governo, molti li abbiamo conosciuti o visti in azione durante l’università. Durante le proteste, quando le autorità hanno cominciato a censurare le nostre installazioni luminose, Gabriel Boric allora deputato, si è fatto dare il nostro numero di telefono e ci ha contattati per appoggiarci e per offrirci aiuto legale. Noi non siamo militanti di alcun partito, ma lui si è preso la briga di cercarci, mentre deputati di destra ci indicavano come terroristi e ci minacciavano. A me impressiona come la generazione dei trentenni abbia preso in mano il paese, assumendosi una responsabilità enorme. La generazione prima non è riuscita a imporsi, a farsi sentire, perché veniva dal trauma della dittatura: è come se fosse mancata una generazione durante la transizione democratica, mentre quella precedente è stata fatta scomparire dalla dittatura. Qualcosa di simile è successo con gli artisti».

Voi vi definite “artisti attivisti”. Cosa significa? Che relazione stabilite tra queste due sfere, quella dell’arte e quella dell’attivismo civico?

Andrea: «Credo che, quando l’arte incontra l’attivismo e diventa “artivisimo”, si prende un potere politico, intendendo non la militanza in un partito, ma la possibilità di rioccupare uno spazio pubblico. In questo modo riesce a prosciugare l’ego del singolo artista e si offre alla società. Mi sembra un gesto meraviglioso, perché permette a qualcosa di più grande e plurale di farsi a sua volta arte e rivendicarla. Molta gente magari non associava i nostri interventi al linguaggio artistico, ma li ha letti solo come una forma di protesta: a noi non importa, perché già solo questo ribadisce il potere che può assumere l’arte»

Octavio: «Per noi significa anche passare attraverso la poesia, che siano le immagini di Lotti Rosenfeld o le parole di Raúl Zurita. È la capacità dell’opera di uscire dal libro e di proiettarsi fuori, neanche su un muro, ma sulla montagna. È quella forza inaspettata di generare cambiamenti, di essere una chiave per aprire le porte di una comunità».

Siete molto connessi alla poesia come forza generativa e d’altra parte la poesia ha radici lunghe in Cile.

Octavio: «Sì, poesia concreta, poesia visiva… I nostri lavori sono molto ibridi. È anche per questo che ci è difficile fare lavori adatti alla sala di una galleria e quando ci invitano in spazi chiusi lasciamo solo registri fotografici o video degli interventi».

Andrea: «Ora ci stiamo concentrando su come far interagire la musica, la dimensione del concerto o della danza e vogliamo sperimentare la relazione tra luce, suono e spazio»

Octavio: «Ci piace l’idea di convertire luoghi non convenzionali in riti tecnologici, per vivere esperienze molto immersive»

Andrea: «A me piace sottolineare il carattere effimero dei nostri interventi, durano un tempo definito, che può essere di dieci minuti o un’ora: ha qualcosa di magico e fantasmatico, appare una luce e scompare e sempre di notte. Questo carattere transitorio ci piacerebbe tenerlo sempre, come matrice, qualunque sia il luogo dove agiamo».

Certo, i vostri interventi sono effimeri, ma l’effetto è anche, paradossalmente, monumentale. Complice, magari, la dimensione degli edifici su cui vi concentrate, l’installazione di luce si fa monumento e testo.

Octavio: «Credo siano interventi che funzionano nei luoghi che già di per sé hanno un “peso” particolare. Utilizziamo l’edificio o il monumento come un artefatto, cui appiccichiamo un testo come un’etichetta sulla bottiglia, per dirla con il poeta Nicanor Parra, e in quel momento assume un altro significato»

Andrea: «Anche il fatto di insistere tanto sullo stesso luogo è parte del discorso. Così è stato con la Torre Telefonica. Ragioniamo sempre molto sulla scelta del luogo, fa parte del nostro processo creativo».

Octavio: «I nostri sono tutti progetti site-specific, sia di luoghi che di tempo. A volte ci invitano a fare una proiezione in una qualche città, ma non lo facciamo, a meno che non ci sia la possibilità di stare per un po’ in quel luogo e sviluppare un progetto».

Andrea: «Siamo stati a New York, cercavamo un luogo dove proiettare la frase del poeta cileno José Ángel Cuevas Destruir en nuestro corazón la lógica del sistema. Quando abbiamo visto Wall Street ci siamo detti: è qui che dovrebbe avvenire»

Quello di riscrivere lo spazio urbano con la luce è una grande sfida. Cosa rappresenta per voi?

Octavio: «Ci spinge il desiderio di recuperarlo. Il fatto è che lo spazio pubblico è spesso solo uno spazio di transito e perde il suo carattere “pubblico”. Quello che entra nel campo visivo quando lo attraversiamo è prima di tutto la quantità di pubblicità che lo occupa. E lo occupa privatizzandolo e pure in modo molto violento. Per cui, quando decidiamo di intervenire la sentiamo come un’urgenza, non chiediamo permessi, lo facciamo sapendo che anche il nostro gesto ha una carica impositiva».

Andrea: «La città pubblicitaria è una presenza violenta che si è normalizzata, l’abbiamo assunta come normale. Per cui, quando la gente si ferma ammirata di fronte ai nostri interventi, troviamo la conferma della potenza dell’arte a farsi breccia in un mondo intasato di messaggi e di immagini. Allo stesso modo, quando hanno tentato di censurarci oscurando le scritte luminose con dei potenti fari, più che cancellare il nostro messaggio in modo violento, hanno finito per esaltarlo».

L’ironia è che la polizia è stata costretta ad usare il vostro stesso linguaggio, la luce, per tentare di silenziarvi. In quei mesi molti altri artisti hanno utilizzato la luce: perché le installazioni luminose hanno avuto tanto successo?

Octavio: «A dire il vero è un linguaggio che in Cile già si sperimentava molto negli ultimi anni, soprattutto a teatro. Ma credo che la risposta sia nell’impossibilità di uscire la notte per via del coprifuoco. E con la pandemia è successo pure qualcosa di simile. Dunque, proiettare è il modo più immediato per agire e riprendersi uno spazio vietato. Anche per noi è stato così con la Torre Telefonica».

Avevate bisogno di un proiettore potente?

Andrea: «Sì, perché l’edifico è grande ed eravamo comunque molto distanti in un contesto di forte inquinamento luminoso. Era questione anche di garantire la nostra sicurezza, di non stare troppo esposti».

Octavio: «Usavamo i binocoli per guidare la messa a fuoco… E al proiettore abbiamo applicato un teleobiettivo, un dispositivo che permette alla luce di concentrarsi».

E come avete scelto frasi e luoghi?

Andrea: «Il fatto interessante è che a differenza di altri progetti, in questo caso il processo creativo è nato dagli eventi, giorno per giorno e dall’indignazione che provavamo di fronte alla decisione di mettere sotto coprifuoco un paese che ha vissuto in dittatura per tanti anni. E così ogni notte, per sette notti, abbiamo proiettato una parola. Poi ci siamo fermati e via via che la repressione si faceva più forte per strada, sceglievamo altri luoghi: il tribunale, la Università Cattolica, la Torre Entel».

Octavio: «Nel caso della Entel è stato interessante: siamo stati all’edificio della confederazione sindacale, la CUT, e gli abbiamo chiesto il permesso di poter proiettare da là. E loro semplicemente hanno risposto: prego, fate pure. Senza neppure chiederci cosa avremmo proiettato. Il clima era davvero incredibile».

E dunque, cos’è per voi la luce?

Octavio: «Per me è un atto di meraviglia. È una esplorazione, mi ispira molto, mi sorprende sempre»

Andrea: «Ha a che vedere anche con il nostro vincolo ancestrale, con il sole ad esempio o quando facciamo un falò. La luce è un atto di svelamento. Non a caso si può realizzare solo di notte e si dispiega tra le tenebre».

il Giornale dell’Arte

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