È nata nel 1996, Emilia Schneider, sei anni dopo il ritorno della democrazia nel suo paese, il Cile. Nel novembre scorso, quando è stata eletta deputata, ne aveva appena compiuti 25. Sarà la prima deputata transgender del paese: «Sono un’attivista, certo, ma non mi piace parlare di me, del mio percorso. Posso solo dire che non è stato semplice, però la mia famiglia mi è stata di grande supporto». Di sicuro, quando entrerà in carica l’11 marzo prossimo, dovrà ritagliarsi un po’ di tempo per scrivere la tesi in giurisprudenza e finire l’università.
Quel giorno assumerà l’incarico anche il nuovo presidente, Gabriel Boric, che di anni ne ha 35 e fanno parte entrambi della stessa coalizione civica e di sinistra, il Frente Amplio. È il più giovane presidente e il più votato nella storia del Cile. Emilia Schneider e Gabriel Boric hanno in comune l’attivismo civico: il nuovo presidente è stato tra i leader delle proteste studentesche e sociali; lei in questi anni è stata a capo della Fech, la federazione studentesca, portavoce della Coordinadora Feminista e il volto più conosciuto della comunità gay, lesbica e transgender.
Con loro finisce davvero la lunga transizione democratica, durata trent’anni, dopo la notte della dittatura. E proprio la famosa dittatura è il fantasma che è tornato ad aleggiare nel paese: José Antonio Kast, l’avversario battuto da Boric, ricordava quegli anni con nostalgia; Emilia Schneider, invece, con dolore e rabbia. Suo bisnonno, il generale René Schneider, comandante delle forze armate prima del golpe del 1973, si era opposto a qualunque intervento contro Salvador Allende. Una decisione che gli è costata la vita: morì assassinato nel 1970, vittima di un attentato, pagato dalla CIA 35 mila dollari, così hanno rivelato i documenti desecretati dagli Usa ormai vent’anni fa.
Partiamo da qui: una volta lei ha detto che la figura del bisnonno ha marcato molto la sua infanzia.
«Fin da quando ero bimba, ricordo che tutta la famiglia ne parlava. Neanche mio padre l’ha conosciuto, è nato nel 1972, due anni dopo l’omicidio del nonno. A volte ne sentivo parlare la tivù, altre volte un giornale. Insomma, ho conosciuto mio bisnonno mettendo insieme i pezzi di mille racconti. Durante la campagna elettorale sono stata in una Comuna, una località umile e popolare, che portava il suo nome: Comuna René Schneider e tanti anziani avevano un ricordo, una storia da raccontarmi. È stato molto emozionante. Credo che il lascito di mio bisnonno sia una grande lezione di democrazia: il rispetto per lo stato di diritto, il ruolo delle forze armate in uno stato democratico, i diritti umani come imperativo per tutti, anche per chi è in divisa. Mi sento molto orgogliosa di quella lezione che lui ci ha lasciato».
A proposito di diritti: lei è un punto di riferimento per la comunità Lgbt. Su cosa si impegnerà al Congresso?
«Ho imparato dal mio impegno sociale che ci sono battaglie trasversali. E quelle battaglie sono diventate la mia agenda su cui sono stata eletta: il diritto allo studio e all’educazione, una strategia contro la violenza e le discriminazioni e una articolata educazione sessuale. È un’agenda in nome della dignità. Ma so anche che per rendere effettivi i nuovi diritti civili e sociali, bisogna ridurre le diseguaglianze economiche. Per questo dobbiamo trovare risorse e redistribuirle e so che per farlo ci vuole un nuovo patto anche fiscale. Mi sembra sia una questione oramai ineludibile. Si può costruire un consenso su questi temi, come ha dimostrato la legge sul matrimonio ugualitario approvata a dicembre, anche con i voti di molti deputati di destra».
Mentre in Cile si approvava il matrimonio per le persone dello stesso sesso, da noi veniva bocciata una legge contro l’omofobia e la transfobia. Come ci siete riusciti?
«Sono processi lunghi e faticosi in tutto il mondo. Qui in Cile siamo riusciti ad avere una legge contro l’omo e transfobia nel 2012, dopo il brutale assassinio di un giovane gay; e poi una legge sull’identità di genere, le unioni civili prima e il matrimonio ora. È stato possibile grazie a un forte movimento sulla diversità sessuale e alle campagne capillari che è riuscito a fare negli anni. Ora è sul tavolo la riforma della legge sull’omofobia soprattutto per migliorare la parte di prevenzione e di educazione».
Eppure il Cile è sempre è stato un paese molto conservatore.
«Credo sia stata fondamentale l’alleanza tra il movimento femminista e quello Lgbt. Abbiamo scosso il paese, rompendo tabù, costruendo alleanze e relazioni, aprendo dibattito. Alla violenza a cui è tuttora esposta la comunità Lgbt, agli atti di odio e le aggressioni, il paese riesce a reagire, perché è più aperto e inclusivo. Il punto è avere politiche pubbliche all’altezza dei cambiamenti avvenuti nella società».
La comunità transgender è ovunque la più esposta, cosa succede in Cile?
«Anche qui è la più vulnerabile e penso soprattutto su due fronti: il diritto allo studio e l’accesso al lavoro. È là che si produce l’esclusione più forte e visibile. Credo sia necessario attivare delle politiche per permettere alle persone trans di completare gli studi, avere formazione professionale e strumenti per costruire cooperative e imprese. Il recupero del Paese, dopo questa lunga pandemia, passa anche nell’appoggio a donne e transgender che sono state tra le più esposte. È un debito di giustizia sociale che il paese ha nei loro confronti».
Non sarà semplice: lei sarà deputata in un Congresso diviso, dove nessuno ha la maggioranza. Come riuscirete a portare avanti gli obiettivi ambiziosi che vi siete posti?
«Sarà un Congresso molto frammentato, in fondo è l’espressione della società cilena. Per questo diciamo che c’è una maggioranza da costruire, dialogando, discutendo, costruendo alleanze. Può essere anche una bella opportunità per trovare soluzioni nuove. Saremo tutti chiamati a rispondere alle domande che i cileni si fanno ogni giorno: come garantire le pensioni, come non indebitare gli studenti, quale servizio sanitario pubblico dotarsi, come aumentare i diritti, come avere un’economia sostenibile. Spero che l’opposizione di destra sia responsabile, ma credo ci aiuteranno due cose: la nuova costituzione che avremo quest’anno e su cui sta lavorando un’assemblea costituente e la spinta che verrà dalla società civile e dai quartieri, senza la quale potremmo fare ben poco. Da parte mia farò il possibile per essere un ponte, dentro il Congresso e tra il Congresso e le comunità nel territorio».
Il nuovo presidente e il suo movimento politico, con cui lei è stata eletta, si riferiscono sempre alle radici di sinistra e al sogno di Salvador Allende, però riescono a rompere con tanti riferimenti della sinistra tradizionale, sia moderata che comunista. Come ci siete riusciti?
«Credo siamo stati capaci di coagulare due tensioni: un profondo ricambio e una profonda riconnessione. Ripetiamo spesso che la prima regola è di imparare dagli errori del passato per inventare soluzioni nuove capaci di farci uscire dall’attuale crisi neoliberista. Credo anche che tutto il movimento sociale, che ha portato alla vittoria di Gabriel Boric, sia cosciente di doversi liberare dei fantasmi del passato che tanto hanno abitato la sinistra e di guardare avanti: ma questo è possibile grazie al protagonismo sociale del tutto inedito cresciuto in questi anni nelle strade e nelle piazze del paese. Questo ha fatto la differenza».
Siete ventenni e trentenni che hanno preso in mano la guida del Paese. È una responsabilità enorme. È anche una rottura generazionale?
«È vero in parte. Certo, c’è un evidente ricambio generazionale, ma non andremmo lontani se pensassimo di risolvere i problemi sostituendo il vecchio col nuovo. Lo stesso Gabriel Boric, fin dalla campagna per le primarie, ha ripetuto più volte una frase che trovo molto potente, “abbiamo bisogno dei giovani di tutte le generazioni”. Si riferisce al bisogno che abbiamo di poter contare su tutte le intelligenze e tutte le risorse, a cominciare da quelle rimaste lontane o escluse in questi trent’anni di transizione. Noi gli diciamo che è arrivato il momento: la nostra generazione è pronta ad assumersi la responsabilità di realizzare anche i loro sogni».
una versione più breve è uscita su Vanity Fair