Soledad Barruti, veleni alla brace

Prima del tango, l’Argentina è sempre stato il suo famoso asado, il rito della carne grigliata, nei mille ristorantini o persino improvvisando le braci sul marciapiede di fronte a casa. Le terre fertili a vista d’occhio, le mandrie di mucche, il mito dei gauchos, il latte prelibato, il granaio del mondo: su questo il paese ha fondato la sua potenza, quella che sbuca dalla terra e finisce in cucina. Secondo un recente rapporto della Borsa di commercio di Rosario, a tutt’oggi un argentino su cinque lavora nel settore agroindustriale, da cui arriva un quinto delle entrate fiscali e il 70% di valuta pregiata dall’export.
Eppure, se ci si inoltra nelle viscere di quel mito, che a prima vista sembra resistere, si potrebbe rimanere sorpresi. «Di quell’immagine bucolica non è rimasta che una scia velenosa. E per di più l’intero paese è ora immerso in un doloroso stato di povertà»: non ci gira molto attorno Soledad Barruti, quarantenne giornalista e scrittrice, che ha passato gli ultimi dieci anni a investigare la catena alimentare, a visitare industrie e fattorie, a parlare con agricoltori e scienziati, a scovare dati, documenti, fonti. Lei parla della sua Argentina, ma è come se guardasse dentro anche ai nostri piatti.
I suoi due libri, Malcomidos (2013) e Mala Leche (2018), entrambi pubblicati da Editorial Planeta, sono diventati dei best-sellers. Riempie i teatri e le aule accademiche, fa picchi di share quando va in tivù e in radio, e ora sta realizzando Marcados, una serie di podcast di grande successo sul cibo per l’infanzia.
Non è stato facile: «All’inizio le reazioni erano di grande scetticismo – ci racconta – Ma via via che circolavano i dati e le ricerche che continuavo a fare, il mio discorso è diventato sempre più credibile, anzi inoppugnabile. Nessuno poteva dire che erano bugie o minimizzarle». Il quadro è desolante: mentre il 40% degli argentini vive sotto la soglia di povertà, che arriva al 54% dei ragazzi, secondo il ministero della salute il 66% soffre di sovrappeso, il 32% di obesità e il 42% di pressione arteriosa. In altre parole: si stanno avvelenando.
È cresciuto così tanto lo sconcerto e il dibattito in Argentina, attorno al proprio cibo, che a ottobre il Parlamento ha approvato a grande maggioranza la legge sull’etichettatura frontale: le imprese avranno un lasso di tempo per apporre su tutti gli alimenti delle etichette a forma di ottagoni neri, indicando quelli con eccesso di sodio, zucchero, grassi saturi, grassi totali, calorie, caffeina e edulcoranti. Il cibo-spazzatura sarà marchiato a fuoco.

La legge dell’etichettatura degli alimenti potremmo chiamarla Ley Soledad Barruti?
(ride) «È da anni che seguo questi temi e mi sono impegnata perché anche noi avessimo una legge sugli alimenti dopo l’esempio del Cile, pioniere nella regione nel 2016. È importante che sia stata approvata, nonostante le resistenze. Ma ora aspettiamo i regolamenti attuativi e su questo le lobby dell’industria alimentare faranno di tutto per boicottarli o ritardarli. In Perù c’hanno messo quattro anni per superare le trappole e le lobby. Anche in Argentina abbiamo visto leggi splendide rimaste lettera morta. Per questo dobbiamo tenere alta l’attenzione, informare, mobilitarci, non lasciar cadere il silenzio».

Perché considera così importante questa legge? Cosa può cambiare?
«L’industria alimentare vince grazie alla nostra disinformazione. Quello che vende non sono alimenti, ma un’idea di alimento e ci riesce grazie alle tecniche di neuro-marketing. Prendiamo un succo di frutta: le immagini sulla confezione alludono a frutta meravigliosa, magari dei fumetti con personaggi teneri e animali buffi e così finiamo per comprarlo e credere davvero che sia nettare. Invece compriamo l’idea della frutta: sono liquidi con sapori più pregnanti della frutta vera, gli ingredienti-base sono mascherati da soluzioni chimiche. Non compriamo alimenti, ma i sapori indotti degli alimenti. L’incubo peggiore per l’industria alimentare, che io chiamo il Regno Zombie, è che i consumatori sappiano cosa ci sia realmente in quei prodotti. Nominarli, leggerli, anche solo su un’etichetta, è un’arma in più che avremo».

In Europa abbiamo regolamenti e controlli, anche molto severi. Eppure, l’impressione è che il problema riguardi tutta la filiera alimentare e su scala globale.
«Sì, è così. Tuttavia, in Europa avete un consumo alimentare molto più variegato e così radicato nella vostra cultura. Nelle famiglie europee tutti cucinano, uomini e donne, giovani e meno giovani: qui da noi no e la povertà dell’offerta alimentare è drammatica. Allo stesso tempo si sono perse le vecchie ricette, non è stata trasmessa alle nuove generazioni una cultura del cibo e la cucina è basica e rudimentale. Non solo, chi non può permettersi alimenti sani, si riempie di qualunque cosa a poco prezzo che abbia sapore di cibo, finendo per avvelenarsi».

Cosa è rimasto del mito dell’Argentina, il mito della migliore carne e il miglior latte?
«Di quell’immagine bucolica è rimasta una scia velenosa. L’Argentina è uno dei principali produttori ed esportatori di latte nel mondo. Ma tutto è stato divorato nei processi industriali, che non solo si basano su allevamenti di un’orrenda crudeltà per gli animali, ma producono su grande scala latte in polvere, quasi tutto esportato in Cina e il resto sui nostri scaffali, che ormai sono pieni di derivati, processati, proteine lattee, che di latte hanno ben poco. Eravamo il granaio del mondo: ora la maggior parte delle terre coltivabili sono a monocoltura di soia, sempre per il mercato cinese, e il resto sono intossicate da pesticidi. Oggi il territorio agricolo è una fabbrica di cancro: l’Argentina è il paese al mondo che più usa agro-tossici nelle sue terre».

L’Argentina sta vivendo ora una forte crisi economica, con grandi problemi alimentari. Come si riesce a far breccia con il tema del mangiar sano se così tante persone non sanno come sfamarsi?
«Siamo un paese grande e con grandi risorse, eppure ci troviamo ciclicamente in queste condizioni. Viviamo appesi a una promessa permanente di benessere che non si avvera mai. Anzi, più il sistema produce, più si sfruttano le risorse, più aumenta la povertà. Potremmo essere una potenza agricola e alimentare e invece affondiamo. A me sembra evidente che sia un intero modello di sviluppo che non funziona. Basta girare per i quartieri di Buenos Aires e soprattutto inoltrarsi fuori la capitale e vedere enormi distensioni di terre: o sono sfruttate a soia, fino a impoverirle per sempre; o coltivate sotto una pioggia di pesticidi. Così, lungo le strade incontri casupole e piccoli borghi con tanta gente ammalata, in miseria, senza alcun servizio, abbandonata. La terra non dà lavoro, né ricchezza e neppure alimenti: che paese abbiamo costruito? Che modello economico è questo?»

Lei racconta anche di molte esperienze alternative che ci sono in Argentina. Crede che possano rappresentare una via d’uscita, sia alimentare che economica?
«Scoprire quante pratiche alternative, di comunità e di impresa, ci sono in giro per il Paese, è quello che mi ha salvato dal pessimismo e dal sentirmi desolata, impotente. Ci sono esperienze di comunità intere che stanno affrontando la mega-mineria, i progetti estrattivi senza scrupoli ed ecologicamente orrendi, come nella provincia di Chubut. E c’è una filiera agro-ecologica che vive un grande fermento. Di recente ero in Austria e ho visto scaffali interi con cibo biologico argentino: mi ha commosso. Perché so che nel nostro paese ci sono intelligenze, risorse e persone che sanno cosa e come produrre. Al Ministero dell’Agricoltura è stato inaugurato un Dipartimento di agro-ecologia: un bel segnale, peccato che sia senza fondi! Così come c’è una buona legge sui crediti agevolati all’agricoltura biologica che è rimasta lettera morta. Per questo la Legge sull’etichettatura degli alimenti è solo un passo, avvenuto grazie all’indignazione della società civile: sostenere quest’onda ci porterà a cambiare di modello, da quello agro-industriale insostenibile a quello agro-ecologico. Dobbiamo alimentare quest’onda di consapevolezza, non arrenderci».

Vanity Fair [in versione ridotta]

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