Le città cubane presidiate da nugoli di agenti in borghese e da militanti del partito comunista. Gli attivisti più esposti e i giornalisti indipendenti assediati a casa o in stato di fermo, senza telefono e internet. Espulsi i corrispondenti dell’agenzia spagnola Efe. Da settimane la nuova ossessione delle autorità cubane ha un nome: Archipiélago. Un volto: Yunior García Aguilera. E una data: il 15 novembre, giorno di una protesta annunciata.
Ieri nessuno ha potuto marciare, almeno all’ora che scriviamo. E gli organizzatori, per evitare violenze, hanno chiesto solo di vestirsi di bianco e di camminare con una rosa bianca o battere le pentole in cacerolazo improvvisati. Eppure, mai come ora il governo di Cuba è parso così nervoso. È come se temesse di non riuscire a contenere una società sempre più irrequieta.
Tutto è partito dopo le proteste dell’11 luglio, che hanno visto nelle piazze decine di migliaia di cubani esasperati per la crisi economica e la claustrofobia politica. Da allora si è coagulata una piattaforma civica, Archipiélago appunto, che chiede la libertà di chi è ancora in prigione, la fine della repressione e il riconoscimento di una società plurale e democratica. La rete di attivisti ha fatto arrivare fin da settembre sui tavoli dei municipi la richiesta di autorizzare i cortei, appellandosi alla Costituzione. Una cosa inaudita: dopo un mese, la richiesta è respinta ovunque, tacciata di sovversiva. Non solo: è partita una martellante campagna contro gli organizzatori e ogni giorno tv e stampa chiamano i militanti comunisti al combate, a soffocare le marce annunciate.
Archipiélago vanta un gruppo privato in facebook di 37 mila contatti (di cui quasi 20 mila dentro l’isola), oltre 14 mila la seguono in twitter e altrettanti il blog; ha anche un canale telegram di dibattito (Agora) che conta 29 moderatori. Il portavoce e il volto più noto è Yunior García Aguilera, 39 anni, drammaturgo e sceneggiatore, fondatore del Teatro indipendente Trébol. È stato già in prima linea un anno fa, quando centinaia di artisti si sono riuniti per un’intera giornata di fronte al Ministero della Cultura per protestare contro la censura. L’11 luglio invece è diventata virale la foto in cui si vede Yunior García Aguilera quando viene caricato da agenti in borghese su un camion delle immondizie con altri manifestanti. È con lui che siamo riusciti a parlare, qualche giorno prima del 15 novembre, in uno slalom tra la sorveglianza della polizia e le continue interruzioni di internet e telefono cui è sottoposto.
Cosa vi ha convinti a confermare le manifestazioni per il 15 novembre?
«Manifestare pacificamente è un diritto umano e costituzionale e le autorità lo hanno violato. Dopo l’11 luglio, il presidente del Tribunale Supremo ha dichiarato che manifestare è un diritto e che a Cuba chiunque, a prescindere dalle proprie idee, può esercitarlo, sempre che lo faccia pacificamente. Negandoci questa possibilità, hanno dimostrato che non sono capaci di far rispettare le proprie leggi e hanno lasciato in ridicolo lo stesso presidente del Tribunale Supremo.
Poi sono arrivate le minacce della Procura, dimostrando che non esiste la separazione dei poteri né lo stato di diritto e neppure, arrivo a dire, esiste una Repubblica. C’è un potere assoluto, concentrato in un partito unico che ha sequestrato la sovranità e che usa la Costituzione per difendersi dal proprio popolo: una interpretazione aberrante del dettato costituzionale. Noi insistiamo, perché oggi a Cuba c’è una generazione disposta a fare tutto il possibile perché si rispettino i diritti di tutti».
Nel frattempo, la campagna di discredito e le minacce contro di voi sono sempre più pressanti.
«Il regime ha fatto ricorso a tutti i mezzi per scoraggiare e disarticolare la iniziativa civica: hanno minacciato i nostri familiari e noi stessi; hanno espulso dal lavoro almeno due membri di Archipiélago e altri sono stati avvertiti. A me hanno appeso un piccione sgozzato al cancello di casa. E sono arrivati a usare conversazioni private, intercettate illegalmente, manipolandole per screditarci: la diffamazione è un vecchio strumento che usano da sempre. Loro chiamano agli scontri, mentre il nostro obiettivo è marciare proprio contro la violenza. Stiamo valutando alternative, siamo resilienti, pensiamo a forme e metodi di protesta che riducano al minimo la possibilità di atti violenti: vogliamo difendere il nostro diritto a manifestare e allo stesso tempo proteggere la vita non solo dei manifestanti ma anche della gente comune».
Ma cosa contraddistingue Archipiélago da altre iniziative con cui si è organizzato finora il dissenso a Cuba?
«Archipiélago è una piattaforma plurale, i partecipanti hanno idee politiche diverse, ci sono liberali, democratici, socialisti, anarchici, molti attivisti della comunità Lgbt e tanti che lottano contro la discriminazione razziale che a Cuba è ancora molto forte. Ci ritroviamo per tenere aperto uno spazio di dibattito politico, per riflettere insieme provando a costruire un orizzonte comune, immaginando un patto sociale nuovo che dovremmo costruire. Per noi è fondamentale esprimere un attivismo civico capace di scuotere la nazione, far emergere consapevolezza e imparare a usare gli strumenti che abbiamo per portare avanti un cambiamento».
E che legami ha con il movimento 27 novembre 2020, quello degli artisti?
«Molti degli attivisti di Archipiélago hanno partecipato al 27N. C’è una connessione molto forte: vogliamo che la società civile cubana cominci a comportarsi in modo diverso da come ha fatto fino ad ora, che si superino il settarismo e le divisioni, questo modo di pensare da trincea che ha caratterizzato la società cubana per così tanto tempo. Vogliamo farlo in modo fraterno. Abbiamo bisogno di una riconciliazione nazionale, immaginando in un futuro un dialogo nazionale reale, profondo e trasformatore. Noi sosteniamo che qualunque sia il futuro di Cuba dovrà essere espressione della volontà popolare: c’è bisogno di costruire un nuovo patto sociale attraverso vie democratiche, che sia attraverso il voto o con una Costituente. È l’unico cammino che abbiamo: rifiutiamo qualsiasi opzione violenta e ci concentriamo nel civismo come metodo per cambiare Cuba».
Dopo l’11 luglio lei ha voluto incontrare Silvio Rodríguez, il cantore della Rivoluzione, suscitando molto scalpore. Cosa è rimasto di quell’incontro?
«La musica di Silvio è la colonna sonora di tanti cubani. E al di là delle opinioni politiche, è un grande artista. In quei giorni ho deciso di avvicinarmi a lui perché chi ha una sensibilità per scrivere canzoni così belle non poteva essere sordo alle opinioni di chi appartiene a un’altra generazione e sente Cuba in modo diverso.
La conversazione è stata molto onesta, non ci siamo concentrati tanto sui disaccordi, ma su ciò che potevamo condividere. Silvio esprime apertamente il suo appoggio a quello che il regime chiama proceso, ma è un proceso che molti di noi consideriamo fallito, perché per noi la rivoluzione è morta troppo presto e quello che esiste oggi è solo un dogma. Il paese è finito sequestrato da una cupola che vive molto lontana da quei principi in cui credevano i primi che si lanciarono contro la dittatura di Batista. Credo che per Silvio sia troppo complicato, a questa altezza della vita, accettare che il progetto cui ha dedicato tutta la sua esistenza non abbia più senso. Ma noi sentivamo la necessità di dirglielo, di dirgli almeno ciò che pensiamo. Dirgli che crediamo si possa costruire un progetto di nazione molto più giusto, più prospero e senza trascinarci il peso di tutto il dolore che ha provocato il regime. Con Silvio concordiamo su poche cose, ma è stato importante il suo impegno anche pubblico a fare tutto quello che poteva per liberare i prigionieri politici. Ma non so cosa possa fare un artista, anche se si chiama Silvio Rodríguez, in un contesto in cui il regime si manifesta con il suo volto più chiuso e sempre più afferrato al potere in modo quasi selvaggio».
Come sei diventato il portavoce di Archipiélago?
«Da molto tempo dico a voce alta quello che penso rispetto ai cambiamenti possibili e alle forme per ottenerli. C’ho tentato, come altri: a volte fallendo, a volte retrocedendo, a volte sconsolato ma sempre rimanendo in piedi per continuare a provarci. Non mi è mai interessato essere leader. Persino nel gruppo di teatro che ho fondato nel 2004 non ho voluto il ruolo di direttore generale, e così ogni attore lo assume a rotazione. Anche la guida di Archipiélago è orizzontale: il gruppo di moderatori si riunisce tutti i giorni e non esistono gerarchie, il voto di uno è uguale all’altro. Sono il volto più visibile, ma non il leader: Cuba ha sofferto così tanto di caudillismo, che ce ne teniamo lontani. Avere una leadership orizzontale ci permette di proteggere il movimento, ma anche di assumerlo come una regola per il futuro di tutti. Faccio tutto il possibile per evitare che il movimento si identifichi con me».
Qui in Europa, un drammaturgo che lotta per la democrazia ci ricorda Václav Havel. Si sente ispirato da una figura simile o magari imbarazzato dal confronto?
«Capita spesso che mi venga citato Václav Havel, ma non so se sia utile farlo e non so se avrò mai la sua tenacia e la sua fermezza. Potrei dire che anche José Martí, l’eroe nazionale di Cuba, era un drammaturgo. E forse anche lui ha sentito qualcuno ripetergli, come succede a me, di dimenticare l’impegno e dedicarsi solo al teatro. Lui sapeva che non era sufficiente. Certo, le opere possono scuotere le persone e aiutare a trasformare la società, però poi arriva un momento in cui si sente di dover fare qualcosa di più. Sarebbe per me più comodo rifugiarmi solo nella mia condizione di artista, ma non posso, perché siamo artisti e cittadini».
E come cittadini provate a usare gli strumenti che in teoria la Costituzione lascia aperti. Ricorda il progetto Varela di vent’anni fa, quando un gruppo cattolico del dissenso ha raccolto le firme per promuovere dei referendum, come prevedeva la legge. Lo considerate un modello?
«Il progetto Varela è stato uno dei tentativi di cambiamento più importanti vissuti da Cuba negli ultimi decenni. È stato encomiabile il lavoro di chi lo ha promosso, come Oswaldo Payá. Forse all’epoca non c’erano le condizioni, ma nel frattempo sono successe tante cose a Cuba che dimostrano come il regime abbia perso consenso tra la popolazione. Penso alla diffusione delle reti sociali. Le stesse proteste dell’11 luglio, che hanno segnato un prima e un dopo: è l’esplosione sociale più grande nella storia del paese, paragonabile solo a quelle dell’epoca di Gerardo Machado, negli anni ’30.
Oggi c’è una esplicita tensione a rompere il silenzio e a dire a voce alta quello che si pensa, cominciare a essere sé stessi senza il dissimulo che ha caratterizzato i cubani per così tanto tempo. Lo scontento è sempre più alla luce del sole: negli ultimi anni a Cuba si è aggravata l’ingiustizia sociale e persino in piena pandemia il regime ha speso molto più in hotel che in servizi sanitari, ha aperto i MLC (i negozi dove si paga solo in valuta straniera, nda) che quasi nessuno tollera e le misure di apertura economica sono arrivate tardi, nel momento peggiore e hanno generato una inflazione così forte che non si vedeva dalla crisi violenta degli anni ’90, quella che il regime chiama eufemisticamente periodo especial. Siamo in un momento storico diverso e anche la consapevolezza popolare sembra più matura»
Il regime è stato preso alla sprovvista dalle proteste di luglio. Ha represso ma ha anche accelerato le riforme. Come lo valutate?
«Credo che l’atteggiamento del regime si possa riassumere con una frase: cambiare perché tutto prosegua uguale. Qualunque cambiamento sarà indirizzato a un unico obiettivo: sopravvivere nel potere e conservarlo. Anche se hanno l’apparenza di un’apertura, in realtà sono riforme molto limitate, in modo da non perdere il controllo assoluto sulla società. Qualunque apertura è una fessura perché entri un po’ di luce e un po’ di brezza, mantenendo le sbarre affinché nessuno possa entrare o salire.
Abbiamo invece bisogno di cambi strutturali: stanno mettendo delle toppe per riparare una falla a una conduttura d’acqua che è completamente ossidata e obsoleta; se non si cambiano i pezzi di questa struttura, non servirà nulla rattopparla. Stanno provando a sopravvivere giorno per giorno, ripetendo lo stesso identico vecchio discorso: è sempre colpa dell’embargo Usa, che è reale, ma c’è un altro embargo, quello interno, un’inefficienza enorme gestita da un sistema dove non importano talenti e meriti, ma lealtà. Finché questa struttura continuerà così, rimarrà un disastro.
Finché la società cubana non prende davvero coscienza del suo potere e non impara a conquistarsi spazio, è molto difficile aspettarsi cambiamenti. Tutto dipende da quanto le persone saranno capaci di vincere la paura, perché lo strumento base che usa il regime per mantenere il controllo è la paura, la paura del tuo vicino, la paura dei delatori. Quando lo supereremo saremo più vicini a fare di quella fessura una finestra più grande e magari senza più sbarre».
Come si immagina Yunior García Aguilera la Cuba di domani?
«Per me significa non guardare a un solo modello. Credo che dobbiamo conoscere la nostra singolarità, prendere le cose migliori per noi ed essere resilienti, approfittare dei tanti talenti che ci sono, lasciarli esprimere e trovare strade nuove. Nessuno di noi ha mai pensato di guardare indietro, a ritornare alla repubblica pre-1959. Dobbiamo provare ad avvicinare Cuba al presente e spingerla verso il futuro, perché da troppo tempo è un paese che non avanza, non si muove, continua a girare attorno a uno stesso punto, e quel punto è terribile per la vita di qualunque cubano».
[Una parte di questa intervista è stata pubblicata da La Stampa]