La notte arriva veloce a Caracas, verso le sette di sera, quasi tutto l’anno. Se poi capita nel mezzo di uno dei tanti black-out, un buio fangoso si mangia la città. Un po’ prima, all’imbrunire, la metro e le busetas svuotano frotte di pendolari, si affrettano i passi per strada, le ultime compere nei negozietti lungo le strade e si arriva a casa. Ma è a quell’ora, quando il cielo incatrama edifici e avenidas, che tutti indossano la loro seconda pelle, che qui si chiama paura. L’Osservatorio sulla violenza registra anno dopo anno indici di delitti che solo la pandemia ha un po’ rallentato: nel 2020, si sono contati quasi 12 mila morti violente, al ritmo di 45,6 ogni 100 mila abitanti. «La violenza ha ucciso undici volte più del Covid», si legge.
La notte ha ristretto Caracas ormai da troppi anni e l’epidemia l’ha svuotata ancora di più. Non è sempre stato così. La capitale venezuelana ha fama di essere stata una delle città più effervescenti dell’America Latina, ma i ventenni non lo sanno e neanche i trentenni, allora devono ricorrere ai ricordi dei nonni o dei padri. «Sento anch’io la mancanza di quella Caracas – dice José Carvajal, da tutti chiamato Cheo – Si andava a cena e poi a ballare in uno dei tanti locali e dopo una festa era normale fermarsi in piena notte a mangiare un’arepa prima di tornare a casa. Oggi sono rimaste pochissime le areperas che lavorano di notte».
Cheo Carvajal, giornalista e narratore urbano, conosce la sua città come pochi: l’ha attraversata a piedi da cima a fondo, ha battuto ogni angolo sempre camminando, scrivendo poi cronache e interviste magnifiche. «Tuttavia, era anche una città profondamente diseguale e classista e solo in pochi posti capitava di incontrare il sifrino [ricco e snob, NdA] uscito da un matrimonio al Country Club che ballava salsa gomito a gomito con il motorizado di San Agustín. È quella la Caracas che mi manca».
Ora invece l’imbrunire scandisce il tempo della città da vivere e il tempo della città da dimenticare. Eppure, riflette Nikolai Elneser Montiel, giovane urbanista, master ad Atlanta e animatore di Transecto, una bella rivista on-line sulle questioni urbane, eppure «in quella metà di tempo da dimenticare, ci perdiamo una quantità di opportunità, non solo il piacere di vivere la notte, ma anche i commerci, le attività, i servizi pubblici. Una città monca».
Ma com’è Caracas di notte? Gli attivisti di Ciudad Laboratorio hanno deciso di sbucare sulle strade della metropoli e di raccogliere dati, voci, immagini e a volte provano ad animare qualche angolo. Ciudad Laboratorio è una delle esperienze di attivismo civico più interessanti del paese e Cheo Carvajal è uno degli instancabili animatori. Nel 2017, l’anno delle grandi manifestazioni per la democrazia, sembravano una sorta di “social forum”: una fitta rete di associazioni di quartiere, accademici e femministe, ecologisti e attivisti sociali si organizzava per stare nelle proteste in modo pacifico, solidale e inventivo. Mentre il paese precipitava in una catastrofica crisi, questi lillipuziani hanno pensato di farsi carico della notte di Caracas. È così che è nato l’Osservatorio della notte.
Cheo Carvajal racconta che la prima uscita è stata una sera del 2018, in simultanea in 33 luoghi diversi, ogni mercoledì, venerdì e sabato. «A quel punto avevamo già una montagna di dati: dovevamo fermarci, elaborare, mettere a punto una strategia. C’era l’entusiasmo di sapere che eravamo in grado di farlo». Dopo il grande black-out di marzo 2019, «ci siamo dati appuntamento in quattro posti a Bello Monte, organizzando dei punti-luci, con torce e telefonini e coinvolgendo i piccoli locali. La gente è uscita, avida di stare in strada». Il fatto è che «la città è quasi tutta molto buia e in alcune piazze o vie invece è illuminata in modo esorbitante e assurdo». Caracas resta pur sempre la città degli sprechi e delle diseguaglianze.
La pandemia ha bloccato tutto e immalinconito ancora di più. Nelle settimane di respiro dal lock-down, gli attivisti sono tornati nelle strade, questa volta in bicicletta, telefonini e videocamere, più e più volte e di recente hanno lanciato l’appello100 miradas, chiedendo a cento persone di uscire ogni venerdì in nove piazze, da Est a Ovest, classi medie e barrios popolari. Osservano e raccontano com’è l’illuminazione, quanto ci si sente sicuri, se ci sono persone, quali negozi sono aperti. Ne è uscita una mappa interattiva e un podcast con le loro storie. «Non è stato facile convincerli, avevano molto timore e alla fine sono rimasti loro stessi sorpresi di poter star fuori, di vedere un’altra città. Spesso proprio perché la evitiamo, siamo noi a rendere insicura la nostra città, lasciandola vuota».
Nessuna città è immobile, neanche la pur emaciata Caracas. Le ultime misure prese dal regime per affrontare la crisi e l’isolamento internazionale, hanno cominciato a dare qualche frutto nel pantano in cui è immerso il paese: il via libera all’uso del dollaro e un po’ di ossigeno all’import-export, le rimesse che arrivano da quasi 6 milioni di venezuelani emigrati, hanno ridato un po’ di fiato all’economia e i negozi hanno ricominciato ad affollarsi. Lo si vede anche la notte. Qualcuno racconta di una panaderia che ha messo fuori i tavolini e allungato l’orario e così la ferramenta vicina o il fruttivendolo si sono fatti coraggio; altri mostrano un piccolo locale nuovo che vende dolci cinesi: «C’è un effetto contagio, fragile ma visibile – conferma Cheo Carvajal – Le cose più interessanti succedono nei quartieri popolari, dove le case spesso aprono le porte, cucinano e vendono hamburger. Piccoli segnali, in mezzo a una precarietà ancora impressionante». Più vistoso è il fermento immobiliare, in particolare in alcune zone come Las Mercedes, dove stanno crescendo nuovi edifici e locali upper class: investe chi aveva molti dollari tenuti da parte, chi li ha fatti proprio durante la crisi e in alcuni casi li deve lavare perché piuttosto sporchi.
È cambiata anche la violenza. Nei rapporti delle Ong sembrano sfumate le piccole gang (a frotte sono emigrati anche loro) o si sono coagulate in aggressive organizzazioni criminali, come dimostrano le feroci e prolungate sparatorie con la polizia avvenute di recente nel labirinto della Cota 905. E così sono schizzati gli omicidi da parte della polizia, uno stillicidio di esecuzioni che restano impunite: l’Osservatorio sulla Violenza ha documentato che almeno un terzo delle vittime cade per mano di uomini in divisa e in 112 municipi su 335 sono più della metà. E ancora: ormai il picco degli omicidi non avviene più nelle prime ore della notte, ma a ridosso dell’alba, quando la gente comincia a uscire per andare al lavoro.
«Le notti a Caracas hanno il suono degli spari e i cori delle rane», sorride Valeria Escobar. Anche lei è andata in giro da sola per le strade della capitale. È una giovane architetta e, prima di emigrare a Bogotá, si è messa a registrare la colonna sonora della città, l’ha messa in una mappa, l’ha arricchita di schede e opinioni coinvolgendo decine di amici e conoscenti. Caracas Soundscape, l’ha chiamata: la si può consultare on-line e ognuno può aggiungere suoni e appunti. Di giorno si ascolta il caos del traffico, la musica a tutto volume dai negozi e le grida dei venditori ambulanti; le guacamayas e i pappagalli che fanno a gara in canti e gorgheggi nel pomeriggio e quando cade la notte gracchiano creature anfibie e pistole. «Siamo invasi da immagini e abbiamo dimenticato la musica della città, i rumori e le melodie, e non riusciamo più a distinguerli. La mappa sonora, che spero di sviluppare ancora, è uno strumento potente per riconoscere e ridisegnare lo spazio urbano», ci racconta.
I caraqueños insomma sembrano aver voglia di riprendere in mano la loro città, che poi è un modo per riacciuffare un paese dove la democrazia negli ultimi vent’anni ha immarcito sé stessa. «Che sia la società civile a muoversi è l’unica opzione che abbiamo di fronte a uno Stato fallito nel suo autoritarismo – dice amaro Nikolai Elneser. «Non abbiamo che noi stessi».
D | la Repubblica