Quando il Time l’ha inserita di recente tra le 100 persone più influenti al mondo, Mercedes D’Alessandro stava negoziando pazientemente con una platea di uomini in doppiopetto. È alla guida della “Direzione Economia, Uguaglianza e Genere” che il Ministero dell’Economia argentino ha creato un anno fa. L’obiettivo? Plasmare di femminismo le politiche economiche del paese. Un compito da pioniera: «Non conosco niente di simile in altri paesi. Ho trovato delle straordinarie interlocutrici solo in Svezia – ci racconta – Ma là il femminismo è incorporato in tutte le politiche pubbliche». Classe 1978, economista originaria di Posadas, nord dell’Argentina, dal 2015 Mercedes D’Alessandro si è fatta conoscere per le ricerche sulla Economia femminista, grazie all’omonima piattaforma, dove sono confluiti dati e proposte. Nel 2016 è uscito un libro, diventato presto un best seller, con lo stesso titolo; ci ha solo aggiunto: Come costruire una società ugualitaria (senza perdere il glamour).
È facile immaginare la scena: siete nel ministero più importante, circondate da politici e funzionari, quasi tutti uomini, che vi ascoltano diffidenti mentre chiedete risorse da destinare alle donne.
«[ride] È proprio così: di 23 ministri, solo 2 sono donne. Di 24 governatori, 2 sono donne. Certo, ci sono molti uomini convinti che siano necessarie politiche di genere, ma la differenza la fa la l’opinione pubblica in cui la voce del movimento femminista ha segnato una svolta. Lo testimonia il fatto che in piena pandemia, il 30 dicembre 2020, siamo riuscite a far approvare la legge sull’aborto legale, sicuro e gratuito. Il movimento femminista è sempre stato forte in Argentina, ma negli ultimi anni è diventato plurale, sommando donne di tutte le classi sociali e di età diverse. Mai come ora la voce delle donne è stata così potente».
Come avete organizzato il lavoro di questo team femminista dentro il Ministero dell’Economia?
«Mentre il ministero per le pari opportunità si occupa soprattutto di diritti, antiviolenza e agenda Lgbt, noi ci occupiamo di distribuzione delle risorse e di diseguaglianza economica, che è prima di tutto una diseguaglianza di genere. Questo ci apre un campo d’azione trasversale in tutte le politiche governative.
Il banco di prova è il bilancio di previsione: ogni ministero porta proposte e quello dell’economia, in base alle stime di crescita e di raccolta impositiva, definisce quante risorse assegnare a ognuno. In quel contesto, siamo riuscite a proiettarci su tutto il bilancio e su ogni ministero con l’obiettivo di ridurre o chiudere il gap di genere. Valutiamo le proposte dei singoli ministeri e le classifichiamo in base a quanto siano in grado di chiudere quel gap. Sulla parità di genere si fanno molte promesse, che spesso restano slogan; noi diciamo: se questo governo ha davvero intenzione di chiudere il gap di genere, cosa bisogna fare per realizzarlo? Quante risorse vogliamo?»
Con la pandemia l’economia si è fermata, è successo in tutto il mondo. Lei più volte ha sottolineato che in realtà l’economia delle donne non si è fermata, ma ha tenuto aperto e in piedi il paese.
«Noi diciamo che dal punto di vista delle donne, la crisi è stata tripla: quella economica in cui era già immerso il paese, quella pandemica e quella della cura. Durante questo lungo anno sono rimasti aperti e a pieno ritmo tre settori fondamentali: salute, educazione e mense comunitarie e popolari. In questi tre ambiti la maggior parte di chi ci lavora sono donne. Queste donne non solo non si sono mai fermate, ma hanno duplicato il lavoro e spesso avevano i figli a casa, per via delle scuole chiuse. Le donne hanno sostenuto l’economia della cura in modo tremendo, eppure tutte le disuguaglianze si sono ampliate. È successo ovunque, ma nei paesi dove il gap è più ampio e la povertà maggiore, come il nostro, la crisi è stata terribile. Allora abbiamo realizzato un’enorme raccolta di dati, che abbiamo messo sul tavolo delle decisioni».
Cosa siete riuscite a strappare?
«Intanto una serie di misure di emergenza. Quando abbiamo visto i dati sulla povertà tra i bambini, abbiamo ampliato l’assegno universale per i figli e la card alimentare. Ora abbiamo varato un programma per le lavoratrici domestiche: parliamo di oltre 1,2 milioni di donne, una ogni sei lavora in una casa. E la pandemia ha spazzato via 300 mila posti. Così abbiamo varato il programma “Registradas”, un pacchetto di sussidi per la riassunzione, in modo formale, con diritti e salari giusti. Questo è stato possibile solo avendo una postazione dentro un centro decisionale: abbiamo potuto mostrare evidenze, armarci di pazienza, dotarci di strategie collettive, insomma abbiamo imparato a negoziare».
Perché una politica femminista dovrebbe rappresentare una possibile uscita dalla crisi?
«In Argentina il dato più allarmante è la povertà, arrivata a superare il 40% della popolazione. Attenzione: 7 su 10 tra le persone più povere, sono donne. Se uno si rende conto che la povertà è femminilizzata, ricostruisce il profilo e i bisogni di quelle donne. In questo modo si trovano gli strumenti più efficaci per aggredire il problema nel suo insieme. Abbiamo individuato due percorsi che sono entrati nel Bilancio dello Stato per il 2022. Primo: rafforzare l’infrastruttura della cura, il che significa sostenere i servizi comunitari, garantire diritti e condizioni dignitose del lavoro, ampliare l’offerta educativa, aprire nuovi servizi sociali per l’infanzia. Poi c’è l’altro corno: immettere donne nei settori individuati come strategici, dunque costruzioni, tecnologia, trasporti, energia, industria. Tutti tradizionalmente maschili: là c’è bisogno di donne. Come fare? Incentivi fiscali per ogni donna assunta o nominata nel board delle imprese, borse di studio e ricerca, accesso alla formazione. È ancora un passo timido, ma necessario. Le donne possono e devono essere parte della strategia di sviluppo»
Da qui il riconoscimento del Time. Come ha reagito?
«Mi ha sorpreso molto. Mi è piaciuto il fatto che sia riconosciuto un lavoro che si nutre di tanta energia collettiva. Il Time ha dato visibilità a tutto questo e mi piace l’idea che possiamo essere di ispirazione. All’inizio della pandemia tutti dicevamo che ne saremmo usciti migliori; era solo un’idea romantica: dopo un anno i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri. Ma le donne ne sono uscite più stanche, più povere e più vulnerabili».
Vanity Fair