Nativi e digitali

Minatori e tagliatori di legno illegali, piccole e grandi imprese estrattive, narcotrafficanti e contrabbandieri, coloni abusivi, guerriglieri e avventurieri, polizie corrotte e istituzioni fantasma: il mondo amazzonico che si dirama dal Perù al Brasile, dalla Colombia alla Bolivia, dall’Ecuador alla Guyana, è una macchina di violenza. Che ha un obiettivo: sfruttare, bruciare e distruggere la grande selva. E un ostacolo: le migliaia di comunità native che qui ci abitano da sempre e che dalla foresta traggono vita.

Ad ogni appello per salvare l’Amazzonia, si accendono i fari e poi ci si dimentica. Negli ultimi decenni, i governi locali e molte Ong internazionali hanno attivato tecnologie satellitari per monitorare la situazione in tempo reale. Riescono a lanciare allarmi, ma non a prevenire misfatti e tragedie. «A cosa servono tutte queste informazioni se vengono viste solo da un gruppo di accademici e persone in edifici di vetro?», si è chiesto Tom Bewik, direttore per il Perù della Rainforest Foundation US. «Il punto – ha aggiunto –è mettere le informazioni sulla deforestazione nelle mani delle persone più colpite dalle sue conseguenze». A fare la differenza sono proprio le comunità indigene quando sono armate di nuove tecnologie.

Con questo obiettivo, la fondazione ha coinvolto l’Università di New York e la John Hopkins in un progetto innovativo durato dal 2018 al 2020. Grazie ad un intervento congiunto con le organizzazioni indigene peruviane, ha lavorato strettamente con 122 comunità del dipartimento di Loreto, nel Perù settentrionale, tra i bacini del Napo e del Rio delle Amazzoni. Nel corso di un forum comunitario, ne sono state selezionate 76: a 37 è stato chiesto di proseguire il controllo del territorio in modo tradizionale, le altre 39 sono state attrezzate di smartphone, GPS e droni, capaci di seguire il tracciamento delle immagini inviate dal satellite PeruSAT-1; quest’ultime vanno ad alimentare la banca dati pubblica GeoBosques.

In questi due anni, quando il satellite segnalava anomalie, come incendi o attività di disboscamento, gli attivisti indigeni si mettevano immediatamente alla ricerca. Per chi si trovava nelle zone più remote, non coperte da reti internet, erano gli operatori del centro regionale a raggiungere le comunità portando USB e memorie con le informazioni raccolte. A quel punto spettava alle comunità gestire al meglio la situazione, avvisando la polizia e le autorità giudiziarie e, dove queste non ci sono, provando a trovare un accordo e facendo espellere gli intrusi.

Sono territori enormi e difficili da controllare anche per i nativi. «Se per fare un pattugliamento tradizionale servono 15 giorni camminando, con le nuove tecnologie ci bastano spesso due ore e comunque ci possiamo preparare per evitare scontri e avvisare le autorità», ha raccontato a El Pais, Jorge Pérez Rubio, presidente dell’Organizzazione regionale dei popoli indigeni dell’Oriente, ORPIO, che raccoglie 500 comunità alla frontiera con la Colombia.

La ricetta sembra vincente: «monitoraggio basato sulla comunità, facilitatori esterni che combinano avvisi di deforestazione precoce tele-rilevati con formazione e incentivi per i monitor», dicono i ricercatori Tara Slough, Jacob Kopas e Johannes Urpelainen. Proprio loro hanno pubblicato a luglio i risultati di questo progetto-pilota sulla rivista scientifica statunitense Proceedings of the National Academy of Sciences. Spiegano che il monitoraggio hi-tech ha permesso di ridurre la deforestazione in quella zona per un 52% nel 2018 e del 21% nel 2019: significa aver salvato 456 ettari di foresta pluviale, equivalenti a 234 mila tonnellate metriche di ossido di carbonio in meno.

«La partecipazione comunitaria nel fermare la deforestazione è essenziale, perché sono loro che conoscono il terreno più di tutti e allo stesso tempo riaffermano il loro diritti sulle terre», sottolinea Jacob Kopas. In particolare, aggiunge, a dimostrarsi più attive sono proprio le comunità più vulnerabili, quelle che in prima linea affrontano contrabbandieri di ogni risma: «Le riduzioni che abbiamo verificato sono state massicce, infatti, nelle comunità che affrontano le maggiori minacce».

Simile al progetto della Rainforest, è anche Amazonia 2.0, attivato dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN-Sur), la storica Ong con base in Svizzera, grazie a dei fondi dell’Unione Europea. Iniziato nel 2017, si chiuderà alla fine di quest’anno e ha una spiccata vocazione transfrontaliera, contando su 31 punti di osservazione nella regione amazzonica. Anche in questo caso gruppi di monitores scelti dalle comunità native, dopo una formazione al monitoraggio e alle nuove tecnologie, sono impegnati sul terreno, raccolgono le informazioni e le condividono. Il perno è una piattaforma regionale, GeoVisor, che si basa su una mappa interattiva, aggiornata costantemente con i dati che arrivano dai diversi punti della selva dove si muovono gli attivisti-osservatori. I coordinatori del progetto fungono da facilitatori tra le comunità e le autorità: «La logica – ha spiegato il referente regionale Braulio Buendia – è dal basso verso l’alto». Nativi e contadini «diventano delle figure tecniche che vigilano sulla gestione sostenibile delle proprie risorse».

Nel caso del Perù, ad esempio, il progetto ha coinvolto 12 comunità Ashaninka, che vivono nella riserva El Sira, alla frontiera col Brasile. Rebecca Dumet, la coordinatrice di UICN nello stato andino, ha raccontato al portale di giornalismo ambientale Mongabay, come sia stato possibile affrontare il conflitto tra autorità statali, comunità indigene e madereros (i disboscatori illegali) proprio grazie alla raccolta costante di dati implementata su GeoVisor. Di fronte alle prove schiaccianti, lo Stato ha dovuto riconoscere gli abusi subiti dalle comunità locali.

La vera sfida, secondo la Rainforest Foundation, è di riuscire ad estendere su grande scala queste esperienze di tecnologia gestita dalle comunità native. Una stima c’è: almeno 64 milioni di ettari da monitorare, convogliando circa 390 milioni di dollari. Il problema è coordinare le agenzie governative e le Ong impegnate in tutta la regione e indirizzare in modo strategico i tanti progetti di vigilanza satellitare che già operano. «Se i nostri risultati potessero essere replicati altrove riuscirebbero davvero contribuire alla gestione sostenibile delle foreste».

Vanity Fair

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