Il sale della terra

È scritto: voi siete il sale della terra. E i cagliaritani lo sono stati per davvero. Il loro destino è impregnato di sale, così come sono da sempre abitati dai colli che li circondano. «Il lato luminoso e la parte ombrosa», li definisce Maria Antonietta Mongiu, archeologa e tra le più profonde conoscitrici delle viscere sarde. Uno governato dal sole, che vigila il mare, disegna gli stagni, evapora l’acqua e brucia la pelle; e uno sottoterra, dove scavare minerali e trovare rifugio, seppellire i morti e onorare gli dèi.

Il sale è stata la chiave per aprire la porta del mare e i sentieri del Nord. È stata la ricchezza che ha abbagliato chi arrivava su quest’isola, prima inciampando e poi di proposito, da ogni angolo d’Europa, eserciti e furfanti, pirati e mercanti, capitani d’industria e avventurieri, che poi spesso erano la stessa cosa.

«Il sale è una storia ininterrotta, una lunga sequenza senza soluzione di continuità fin dal Neolitico», spiega l’archeologa. Certo, ci è rimasta un’iscrizione in tre lingue, greco, punico e romano: la data è del 150 a.C. e contiene una dedica del liberto Cleone, servo dei salinieri, a Euscalapio Merre. «E’ la prova che esistevano saline organizzate, ma era da tempo immemorabile che qui il sale era già usato per necessità e moneta». E così si manterrà, fedele ai nuovi arrivati, con cicli di gloria e di recessione, «come qualsiasi materia prima, ma più preziosa di altre perché legata alla vita e al cibo da conservare». Allora si capisce perché sulle saline siano precipitate battaglie e affari.

Scomparsa Roma, nella tormenta del sogno bizantino di unificare la nostalgia dell’Impero, i Giudicati che si erano divisi l’isola dovevano decidere tra Levante e Ponente, allora divisi dal mare e da uno scisma cristiano. Il fatto è che Costantinopoli era lontana e debole e l’Occidente confuso eppure vibrante. Probabilmente si sono detti che stava nel sale la risposta, l’unica a poter scrivere una nuova storia, di prosperità provenzale e protezione pontificia.

Chi meglio dei monaci poteva riuscirci? Ecco lo sbarco dei Vittorini, i benedettini dell’abbazia di San Vittore, partiti da Marsiglia, di là dal mare, verso Nord: portavano saperi colti e l’impeto dei voti nella renovatio loci. Non solo fecero delle saline una grande impresa economica, ma trasformarono la città. A cominciare dalla Basilica di San Saturnino «e non c’è luogo a Cagliari in cui meglio si condensano tutti gli strati e gli incroci di storia», sottolinea Mongiu. Eretta in stile bizantino-protoromanico tra il V e il VI secolo, insieme alla grande necropoli sopra cui è sorta, è uno dei più importanti complessi paleocristiani del Mediterraneo. Oggi, ciò che resta di quell’oggetto di pietra bianca a croce greca è la splendida cupola, le tracce dell’abside e uno spettacolare apparato decorativo della navata centrale. Dopo averla ricevuta in dono nel 1089 dal Giudice di Cagliari, i Vittorini di Marsiglia la trasformarono nel loro convento dal tipico mood provenzale. Da qui controllavano le saline e i porti dove si imbarcavano i carichi.

Il sale è anche storia di fatica e di dolore: di chi lo ha sempre estratto, ammassato e trasportato, curvo sotto il sole da aprile a ottobre e sferzato dall’obbligo delle “comandate”, introdotto dal XIV secolo quando gli Aragonesi imposero agli abitanti dei paesi a ridosso delle saline di fornire forza lavoro, pena carcere e multe. E poi toccò anche ai detenuti dal continente, inviati dai Savoia, nuovi padroni dell’isola dal 1720: avevano bisogno di manodopera servile per tener testa al boom del sale, perché le tavole del Nord Europa si erano innamorate di quei cristalli sardi, più dolci, che tenevano così morbidi i piccoli pesci dei mari freddi.

Il sale è pure storia di un ciclo industriale, fin dagli anni Venti dell’Ottocento, e dunque di bacini, canali di navigazione, magazzini e moli, crediti e appalti. «Il sale è storia di una classe operaia mai nata» e di una borghesia che raramente ha saputo seminare e diffondere ricchezza. È la storia urbana di una città diventata monumentale e colta. È la storia che lentamente si spegne, illudendosi di lasciare il passo a un futuro petrolchimico o pregando i fenicotteri di colorarla di rosa e al maestrale di ripulirle l’aria.

«Il sale è anche la storia della demanialità – aggiunge Maria Antonietta Mongiu – È l’altro filo rosso che ricorre fin dai tempi antichi», tanto è stato considerato prezioso quel materiale uscito dalla terra, da non poter essere rogitato a mani private. Solo concessioni: l’ultima famosa risale al 20 agosto 1921, firmata da re Vittorio Emanuele III a favore di Luigi Conti Vecchi. L’ingegnere trasformava un anfratto malarico di 2.770 ettari di riquadri, in una grande fabbrica di sale e di minerali. In base a quella “Legge del sale di Santa Gilla” la concessione sarebbe dovuta durare 90 anni, a cominciare dal momento in cui “si sarebbe accettata l’efficienza dell’impianto industriale”, cosa avvenuto nel 1931. Conti Vecchi moriva alla vigilia dell’entrata in funzione e la concessione sarebbe spirata quest’anno. Ma le saline non hanno tradito la loro vocazione di attirare battaglie. E forse la storia del sale non è finita.

il Corriere della Sera

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