A Murano si dice che da mesi mezza isola stia lavorando per D&G. Forse è un’esagerazione, ma è vero che c’è aria di fermento e dopo il dilagare della pandemia la città sta festeggiando i suoi 1600 anni ancora frastornata. Otto artigiani del lusso veneziani raccontano il loro incontro con Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che nei mesi scorsi hanno visitato fornaci e showroom, chiedendo di realizzare ad hoc calici, lampade, mosaici, tessuti, specchi e gioielli.
Tradizione secolare e immaginario neobarocco. Innanzitutto i lampadari. Sei ne sono usciti dalla Fornace Mian, tre metri per tre; altri due, di uguale dimensione, sfoggiano ceramica e metallo smaltato, frutto dell’impresa Incalmi. Quella dei Mian è un’azienda “giovane” rispetto ad altre di lunghe radici, ma la storia che racconta è comune a tutto il distretto-isola del vetro. Fondata nel 1962, ha visto il boom nei Settanta e Ottanta, realizzando così tante sculture in vetro che «mio padre diceva: in ogni casa americana c’è un pezzo dei Mian», racconta Patrizia, alla guida dell’azienda assieme al fratello Simone. Non poteva durare per sempre. E così il mercato del lusso è diventato il nuovo baricentro.
La più antica delle fornaci coinvolte è la Barovier&Toso: per trovare la data di nascita, bisogna andare indietro fino al 1295. E per avere un’idea di cosa sia questa impresa, si può visitare Palazzo Barovier sulla riva del Rio dei Vetrai. «Con D&G la partnership è di lunga data, fin dalla fine degli anni ’90 quando abbiamo collaborato al design delle boutique», racconta Diego Martinez Dubosc, Chief Commercial Officer. Cosa vedremo ora? Alla Scuola Grande della Misericordia campeggeranno cinque lampadari da 56 luci, larghi 2,7 metri e alti 5,35, oltre a una cascata di tubi di oltre 8 metri. Altre 10 sospensioni in blu mediterraneo decoreranno gli spazi dell’Arsenale.
Nel marzo scorso, ad accompagnare Domenico Dolce tra gli artigiani della città, c’era Martina Stevanato, che oltre a presiedere la Salviati Srl, guida anche il settore vetro della locale Confindustria. «La storia delle famiglie che si fanno impresa è una delle cose che più ci ha messo in sintonia – sottolinea – Una ricetta di tradizione e innovazione». Dunque, «texture e colori mediterranei con soluzioni di forme e linee originali»: da qui, bicchieri, tazze, caraffe e calici, un apparato per la casa che l’azienda muranese sforna fin dal 1859.
Non poteva mancare Venini, pagina di storia del design, ora brand della Damiani Group. Il suo archivio di artisti, che ha ospitato in un secolo di vita, è una fonte tuttora viva: così, Dolce e Gabbana hanno ripescato tre opere (di Napoleone Martinuzzi, Fulvio Bianconi ed Ettore Sottsass), reinventandole con accostamenti inediti, attorno a quell’esotismo cromatico che li marchia a fuoco.
“iDOGI” nasce invece in terraferma da una bottega artigiana di decorazione di preziose opere in vetro. Ha tenuto una base nella post-industriale Marghera, ma il suo cuore pulsante da alcuni anni è in una fornace restaurata a Murano. Firma ciclopici lampadari e architetture luminose, tutti pezzi unici, affidandosi ai migliori Maestri specializzati nelle diverse lavorazioni, chi dei fiori, chi delle coppe e così via. Domenico Caminiti, alla testa dell’azienda, ci mostra le opere destinate a residenze private e palazzi istituzionali, famiglie reali e miliardari global. Escono da qui i “carretti siciliani” di D&G, tre metri di diametro e sei di altezza, avvolti in un tripudio di pennacchi e bardature di vetro dalle cromie sgargianti.
E i tessuti? In laguna fanno rima con Bevilacqua. Anno di fondazione: 1875. All’epoca, Luigi Bevilacqua recuperava telai e macchinari usati dalla Scuola della Seta della Serenissima e si gettava sull’onda dell’Arts & Crafts, macinando una fama internazionale. D&G li scopre vent’anni fa: per questa occasione, vedremo «damascati in seta, decorati con motivi e su cromie originali e una serie di velluti», ci racconta Sandro Coldagelli, il responsabile commerciale.
E poi i mosaici: entrare alla Orsoni, nel cuore della città storica, è un’esperienza visiva senza rivali. Unica fornace attiva nel cuore della città storica, dal 1888 sforna mosaici a foglia d’oro e smalti in 3500 diverse tonalità. Per D&G, la Orsoni ha fornito i materiali per gli interni delle boutique di Venezia e Parigi. Per l’evento di questi giorni, invece, la scelta è caduta sui micro-mosaici, utilizzati per una edizione limitata di orecchini preziosamente decorati. «Possiamo dire di condividere non solo l’esaltazione del colore, ma soprattutto il profondo rispetto delle competenze artigianali», ci dice Giuseppe Fano, presidente di Trend Group, di cui Orsoni fa parte.
Pietro Barbini, invece, ci invita nella sua fabbrica di specchi. È una delle famiglie storiche di Murano e tutt’ora ci lavorano «il padre, lo zio, tre cugini e tre fratelli», sorride Pietro. Valicare l’ingresso significa ricordarsi che «lo specchio come lo conosciamo ora è nato proprio a Venezia», dove il virtuosismo di tecniche e segreti fa uscire «un vetro cristallino così limpido e incolore da sembrare cristallo» e cornici con decori e incisioni da rubare il fiato. Proprio su un progetto mai realizzato dal nonno Nicolò, che ha fondato il laboratorio nel 1927, Dolce e Gabbana hanno puntato gli occhi ed «esaudito il desiderio di vederlo un giorno realizzato».
Corriere della Sera