Vulcano, il laboratorio d’arte inaspettato

Riccardo Caldura, direttore dell’Accademia di Belle Arti, lo racconta così: «Quando sono entrato dentro e ho visto cosa era successo, mettendo a contatto i segni duri del Padiglione Antares e l’estrema vivezza della pittura, il contrasto era stupendo: sembrava la cattedrale della pittura». Siamo al Vega, il Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia, un campus d’impresa che si incontra prima di imboccare il ponte che porta alla città lagunare. Qui ha sede anche Vulcano, una delle più prestigiose agenzie di comunicazione. L’anno scorso, dopo il primo lockdown, ha aperto i propri spazi e messo al lavoro 90 artisti e così sta facendo anche ora, dal 5 luglio per un paio di mesi. Un formicaio di giovani in un andirivieni di tele, schizzi, disegni e colori. Un progetto che Vulcano ha chiamato “Extra Ordinario”.
Straordinario lo è, in effetti. Dell’incontro tra artisti e imprese se ne parla da tempo e il catalogo delle esperienze ormai è piuttosto corposo. Non è mai un incontro semplice; spesso può risultare frustrante, tanto possono divergere la partita doppia e l’economia dell’immaginare. Ma quando funziona, finisce per sorprendere. Non è tanto questione di design o di soluzioni creative: è quando gli artisti riescono a ispirare o interagire nei processi, decisionali, organizzativi e produttivi, che le cose cambiano davvero. Lo scenario più difficile.
Quanto le imprese hanno bisogno degli artisti? Sembra questa la domanda che si sono posti alla Vulcano. L’agenzia è parte del gruppo Arsenalia, focus nell’eCommerce e nelle innovazioni digitali delle imprese, 470 collaboratori e 45 milioni di fatturato previsto per fine anno, società presenti in Austria, Francia, Italia, Regno Unito, Svizzera. Del gruppo, Vulcano è il braccio che esplora i territori più creativi: portano la sua firma, ad esempio, i progetti di brand narrative realizzati per Barilla, Ferragamo, Golden Goose, Volkswagen, De Longhi, solo per citarne alcuni. E pure un investimento nel cinema: ha co-prodotto il film “Molecole” di Andrea Segre, realizzato l’anno scorso a Venezia e portato alla Mostra del Cinema.
Proprio la familiarità con il mondo dell’arte distingue Vulcano da altre agenzie creative. «La passione personale per l’arte contemporanea è diventata una possibile strada per portare qualcosa in più nell’economia digitale: quando nel 2013 abbiamo creato l’azienda, ci era chiaro l’obiettivo», racconta Valentino Girardi, fondatore di Vulcano. Da qui l’idea di “Extra Ordinario”, messa in piedi con l’Atelier F, una nube di artisti, studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e altri già diplomati (e affermati) che sotto la regia del docente Carlo Di Raco condividono la pittura come mezzo espressivo, si incontrano e si scambiano esperienze, diventando un laboratorio permanente di ricerca.
Perché allora un’impresa si cimenta in un progetto simile? «Non siamo mecenati o collezionisti – dice Girardi – Certo, guardiamo con attenzione anche a come le aziende operano come acquirenti di opere d’arte, ma creare una collezione non è il nostro intento: piuttosto a noi interessa il processo creativo, non l’opera finita, ci interessa capire come l’artista sia arrivato lì».
Nel libro-catalogo che documenta “Extra Ordinario” (con uno splendido apparato fotografico firmato da Nico Covre), il curatore e studioso d’arte Daniele Capra sottolinea: «Il progetto suggerisce come la pittura possa diventare un’occasione per ridiscutere le modalità con cui viene immaginato e svolto il lavoro di un’impresa». E qui forse sta il punto, che ci riporta alle domande iniziali. Le imprese possono attingere ai processi creativi in modo inusuale, soprattutto ora che sono sollecitate da spinte di innovazione senza precedenti. L’ecosistema “produttivo” che si genera nel padiglione è emblematico: Paolo Pretolani, uno degli artisti dell’Atelier F, racconta come possa essere interessante seguire l’evolversi del laboratorio «per capire la cornice entro cui usualmente ci muoviamo, tanto più perché questa non era per noi una semplice mostra, ma un vero luogo di relazione e produzione, con opere che appaiono, scompaiono o cambiano via via che vengono realizzate». E aggiunge: «E’ un sistema che funziona grazie al lavoro di ciascuno. Non esistono modelli precostituiti o da apprendere, ma tante persone a fianco a te da cui poter imparare. Non quindi dall’alto, ma fianco a fianco». Dunque: quanto le imprese hanno bisogno degli artisti?

Corriere Imprese | RCS

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