George Henríquez, la rivoluzione dei dreadlocks

Da quando, nel marzo scorso, George Henríquez Cayasso si è detto pronto a correre per la presidenza del Nicaragua, per lui l’aria si è fatta pesante. La sua colpa è di essere nero e un oppositore del regime. Ci sono gli odiatori social: «Che qualcuno gli regali una banana o gli metta le catene» oppure «Chi crede di essere questo negro marijuanero?». Ogni tanto è pure il bersaglio preferito di Lance Castro, il figlio del sindaco della sua città, Bluefields, che gira con un AK47 e lo minaccia da dentro il suo enorme Suv: «Ti vengo a prendere, George».

Ora le cose sono precipitate. Un’ondata di arresti ha falcidiato venti tra gli esponenti più in vista dell’opposizione, compresi cinque possibili candidati. Anche George è nel mirino e la polizia sempre più spesso gli arriva sotto casa, lo assedia e lo obbliga a non uscire. «Fino ad ora, non sono entrati, ma potrebbe accadere in qualsiasi momento», ci racconta. Quel che resta dell’opposizione non sa cosa fare, giornalisti e Ong sono bersagli continui. Lui tiene ferma la sua candidatura, per tenere accesa una luce. Le elezioni nessuno sa se si terranno mai.

Originario di Laguna de Perlas, sulla costa del Nicaragua che dà sui Caraibi, George Henríquez Cayasso ha 35 anni, una laurea in economia del turismo e un master in “Gender, etnicità e interculturalità”. È un kriol, un afro-discendente che ha fatto dei suoi lunghi dreadlocks un marchio di orgoglio: «Mi hanno detto che per stare sulla scena pubblica devo tagliarli, che nessuno si candida con questi capelli. Ma io penso: come si sente un bambino o una bambina che porta i capelli così e magari a scuola i suoi compagni si burlano di lui o di lei?». Essere di esempio: ecco cosa vuole fare George. Affrontare i tabù della società nicaraguense, «rompere il paradigma della paura», dice.

È proprio sulla paura, invece, che hanno scommesso tutto Daniel Ortega e Rosario Murillo, presidente e vice, marito e moglie, pur di restare al potere per sempre. Quando nel 2018 sono scoppiate le grandi proteste popolari, i giovani in testa, non hanno avuto nessun rimorso a far sparare sui manifestanti e a usare bande di paramilitari, lasciando 325 morti, centinaia di feriti e altrettanti detenuti. «Non li perdoneremo mai. Dovranno rispondere alla giustizia, un giorno», ribatte George. «Ho partecipato alle marce e tre anni prima ho aiutato il Movimento campesino e ambientalista a organizzare le proteste contro il Canale», racconta, riferendosi al progetto faraonico di costruire un canale interoceanico concorrente a quello di Panama.

Ortega e Murillo sono stati dei rivoluzionari da giovani, ora la comunità internazionale li considera solo una coppia di criminali. Intanto si preparano alle elezioni di novembre e hanno pensato di togliere di mezzo gli avversari. Con George non hanno ancora deciso: nero, giovane, nessuna famiglia potente alle spalle e dalle idee così radical che non trovano sponda né a destra né a sinistra. Forse per questo non lo hanno ancora messo in gattabuia. Nessuno ha mai azzardato un’agenda sui diritti civili così esplicita: promozione dei diritti per le comunità afro e indigene, matrimonio tra persone dello stesso sesso, rispetto per gay, lesbiche e transgender, legalizzazione dell’aborto.

Cose impronunciabili in un paese conservatore e machista, «cattolico, evangelico e ipocrita», insiste George. Oltre che razzista: che sia un nero come lui a pronunciarle è considerato ancora più scandaloso.
«E’ da 15 anni che mi occupo di diritti umani e ricordo sempre a tutti che per lungo tempo anche le relazioni e i matrimoni interrazziali sono stati dei reati». E aggiunge: «Tutti dicono che non è il momento per parlarne: ma se non lo facciamo ora, quando? C’è sempre una scusa, ma i millennials sono molto più consapevoli e sanno che la ricerca della felicità è un loro diritto. Sta allo Stato garantire le condizioni perché magari possiamo trovarla».

La sua irruzione nella scena nazionale ha sorpreso tutti. «Eppure, nessuno si sarebbe stupito se avessi firmato un contratto per il baseball o il basket o per un disco di reaggetton. Hanno dovuto vedere il mio curriculum accademico per sapere che faccio sul serio. Gli stereotipi razzisti sono duri a morire».

Nella costa caribeña, la terra di George, sono sempre stati ribelli e fuori dagli schemi. Si dice che i primi neri siano arrivati in Nicaragua a seguito del naufragio di una nave negriera e che i sopravvissuti, ribellandosi ai loro aguzzini, si siano rifugiati nella selva della costa. Fatto sta che questa parte del Nicaragua, fertile, selvaggia e bagnata dal mare dei Caraibi, ha sempre avuto una storia a sé, dove erano gli inglesi prima e i nordamericani poi ad avere il controllo del commercio, e non gli spagnoli. Mosquitos Coast l’hanno battezzata, storpiando il nome di uno dei popoli nativi, i Miskitos.

È qui dove si concentra la popolazione nativa e afro del paese, circa il 9% della popolazione. Ed è qui dove si parla inglese, oltre che kriol, una variante linguistica che mescola tutto. «Oggi molti ragazzi vanno via da qui perché non ci sono opportunità. In tanti trovano lavoro nei call-center di Managua, Leon o Grenada. Li aiuta il fatto di sapere l’inglese o di impararlo con facilità». La migrazione di così tanti giovani impoverisce la regione, ma allo stesso tempo rende visibile la popolazione afro e nativa nella parte del Paese che da sempre si crede solo bianca o meticcia.

C’è anche un flusso al contrario, di chi arriva nelle regioni del Caribe per fare affari, leciti o meno. Sono grandi imprese minerarie e allevatori di bestiame: sono i colonos, che si prendono le terre migliori, con qualunque mezzo, meglio se violento. A farne le spese sono le comunità locali, di nativi o afro, che pure sulla carta godrebbero di un’autonomia e diritti ancestrali custoditi dalla Costituzione. «Chiunque sia andato al potere ci ha sempre considerati un bottino – dice George – E così, da sempre, i colonos arrivano armati, sparano e si appropriano di tutto a qualunque costo».
Da qui il suo impegno per farne una questione nazionale: «Corro il rischio di essere incasellato come un candidato nero e regionalista, ma parlo con autorevolezza di una questione che non è solo locale o razziale, è un enorme debito ecologico, culturale, sociale ed economico».

Intanto, la campagna di George continua, almeno finché la coppia al potere non deciderà di fermarlo. «Ad oggi non ci sono le condizioni per elezioni libere e trasparenti. Ma, visto l’effetto suscitato dal solo annuncio, approfitto per tenere aperto uno spazio, far discutere le persone, organizzarle e magari riportarle in strada».

Vanity Fair

Lascia un commento