Quattro ossa e un cranio: è tutto ciò che può piangere Marta Dillon, 34 anni dopo la scomparsa della madre. Succede nel 2010: l’Equipe di antropologia forense identifica il Dna di Marta Taboada, avvocata e militante montonera, sequestrata a Buenos Aires il 28 ottobre 1976 e assassinata il 2 febbraio dell’anno dopo. Non aveva ancora compiuto 36 anni. La figlia, invece, era solo una bambina di dieci: sarebbe diventata una giornalista del quotidiano Página/12 e uno dei volti più noti del movimento femminista.
Marta Dillon ricostruisce l’incontro con quel mucchietto di ossa in Aparecida (Edizioni gran vía, pagg.224, euro 16, traduzione di Camilla Cattarulla), riuscendo a comporre una sinfonia sentimentale dove ricordi, schede forensi, saga familiare e battaglia politica, autobiografia e dolore pubblico sono un emozionante impasto narrativo. In tanti hanno ricostruito l’Argentina terrificata dalla dittatura, ma Marta Dillon preferisce portarci in uno spazio intimo diventato per forza un’arena pubblica. E masticando il lutto, ci interroga tutti.
il Venerdì