Economia della cultura, questa sconosciuta

Da dieci anni, Fabrizio Panozzo forma manager culturali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Un’offerta didattica di successo quella dell’Ateneo veneziano, solo nell’ultima sessione si sono laureati circa 90 giovani professionisti della gestione dei beni e delle attività culturali.
L’interesse a diventare dei professionisti nell’economia culturale si è impennato in modo eclatante negli ultimi anni. Abbiamo sentito ripetere quasi ossessivamente che è quella la frontiera del lavoro e la risorsa del nostro paese. Eppure, cosa sia quel mondo è difficile dirlo: tutti sappiamo che esiste una folla di lavoratori cognitivi, culturali, creativi o d’arte, ma alla fine non riusciamo mai a mettere a fuoco la realtà, a partire dalle condizioni di vita e le dinamiche di lavoro dentro quel mondo. È stato lo choc della pandemia a portarli alla ribalta: con la chiusura di musei, teatri, cinema, gallerie d’arte, abbiamo scoperto intere filiere che sembravano invisibili.
Abituato a indagare il rapporto tra il mondo culturale e d’arte e il sistema economico, sia pubblico che privato, Fabrizio Panozzo si trova ora di fronte tutti i nodi che la pandemia ha svelato. Non solo la fragilità di chi opera nel sistema culturale, o di chi vorrebbe entrarci a lavorare, ma anche l’insostenibile leggerezza delle politiche pubbliche e le sfide nuove del mondo d’impresa.

Da gennaio il MacLab, il Laboratorio di Management dell’Arte e della Cultura di Ca’ Foscari, ha pubblicato molte call per borse di ricerca rivolte a giovani ricercatori. È come se aveste urgenza a lanciare sonde nell’economia della cultura: è così?

La verità è che sono in pochi a rispondere. Ad esempio, cercavamo un analista di dati: abbiamo ricevuto quattro candidature. Uno specialista nel rapporto tra economia del turismo e della cultura: tre candidature. Per bandi più generici, rispondono anche in ottanta, ma spesso hanno curricula frammentati, una batteria di piccole esperienze. La liquefazione del lavoro culturale si riflette nei percorsi di questi giovani che non hanno potuto o voluto investire in una professionalizzazione. Questo mi sembra il punto debole del lavoro culturale.

In questi anni si è parlato di lavoro cognitivo come nuova frontiera del lavoro, cosa è successo?

Il lavoro cognitivo è una galassia, non solo sociale ma anche individuale. In media, all’avvicinarsi dei 30 anni, chi ha studiato management culturale ha continuato a saltare da una occupazione all’altra, ma anche da un campo all’altro: musei, digitale, start-up, design, blog. Hanno provato tutto il lessico dell’innovazione, che spesso si rivela solo una mistificazione. Alla fine, la sensazione è che siano stati allenati ad essere solo dei buoni affabulatori, abituati a surfare su ciò che va di moda. Sono immersi in un tale rumore che sono rimasti prigionieri del rimbombo. A parte rare eccezioni: non è impossibile diventare un bravo curatore anche a 30 anni, però devi avere la possibilità, l’opportunità e la determinazione a fare quello, senza farti fagocitare dal rumore. Non è un’impresa da poco.

Eppure, tutti hanno continuato a dirci di essere super-flessibili e multi-tasking

C’è una grande responsabilità collettiva, in particolare dell’università. Ci si ubriaca di suggestioni e di narrazioni mistificanti, pensiamo a tutta la saga sulle “start-up”. Sembrava che tutti potessero diventare famosi e arricchirsi con una start-up di successo. In realtà abbiamo formato una generazione di affabulatori che sta contemporaneamente su piani diversi, quasi sempre scivolosi, e sa pronunciare le parole del giorno, ma incapaci di approfondire qualsiasi cosa. Non hanno avuto il tempo, il modo e l’incitamento a farsi una professionalità. Gli è stato chiesto di fare i surfisti su delle onde che siamo noi stessi a produrre.
Ora sono in voga le narrazioni sulla sostenibilità, la digitalizzazione, la responsabilità sociale, la resilienza: tutte onde. Sono parole che significano sempre meno e che producono quel rimbombo. La variabile culturale sta tutta dentro quel rumore. Dovremmo assumerci la responsabilità come istituzioni formative di aver proiettato nel mondo culturale delle professionalità che non esistono. Allora cosa significa insegnare arte e cultura? cosa sono davvero le professioni d’arte e culturali? Cosa fa chi esce? Che prospettiva dai? Paradossalmente abbiamo ridotto gli ambiti lavoratori a un’intera generazione. Non a caso negli Stati Uniti hanno già aperto una riflessione sulla responsabilità delle istituzioni che negli ultimi decenni hanno fatto esplodere l’offerta di competenze nell’ambito culturale e artistico, ma da noi siamo ancora lontani da questa autocoscienza.

Il MacLab sta mappando il lavoro culturale nel Veneto. È la prima indagine di questo tipo nella nostra regione. Che cosa sta emergendo?

A me colpisce molto la genesi di questo mondo del lavoro. In tutti gli ambiti dell’economia tradizionali, qualcuno prende l’iniziativa, apre una manifattura o una qualunque impresa, con capitali propri o prestati, per rispondere all’effettiva domanda di un prodotto o di un servizio, assume maestranze e queste si organizzano per rivendicare diritti e garanzie. Nel lavoro culturale non è successo qualcosa di simile. Una parte di quella macchina appartiene al settore pubblico, ma possiamo ipotizzare che siano lavoratori protetti, salvo quelli esterni. Ma per la gran parte, da soli o in gruppo, si sono inventati quel lavoro culturale, senza alcuna rete né riconoscimento: la pandemia l’ha solo reso drammaticamente visibile.

Chi lavora nel settore culturale, dello spettacolo o dell’arte si è trovato senza protezioni. La cosa interessante è che parti di quel mondo di curatori, artisti, attori, progettisti culturali si sta auto-organizzando. Penso alla rete Art-workers. Cosa ne pensa?

Siamo ancora in fase embrionale. Non è ancora un movimento maturo, né dal punto di vista sindacale né politico. Il paragone più simile è con il mondo degli operatori sociali, quelli nati tra fine ‘70 e anni ‘80, per rispondere ai servizi di cura, allora inesistenti, nel campo della psichiatria, disabilità, tossicodipendenza, immigrazione. Lo Stato non voleva e non sapeva come rispondere: le famiglie, le associazioni, le parrocchie hanno costruito cooperative e inventato professioni. È un settore nato negli interstizi, sfidava lo Stato, si organizzava, si aggregava, sfruttando tutte le opportunità legali e d’impresa. Il Terzo Settore oggi in campo sociale è un soggetto vivo e potente.

Il mondo culturale dovrebbe fare un percorso simile?

Sì, la cultura dovrebbe far questo. Ma osservo ancora una deliberata volontà di rimanere in un ambito di opacità. Invece bisognerebbe individuare e utilizzare al meglio tutti gli strumenti e farsi spazio. Quando si chiede riconoscimento, ad esempio, bisogna trovare il meccanismo per cui tutti ti riconoscano. Bisognerebbe cominciare appropriandosi di un Codice Ateco: è un grimaldello emblematico, perché mostra a tutti chi sei, cosa fai, è una scelta di cittadinanza sociale ed economica. È necessario dotarsi di forme cooperative e di alleanze, uscire dalla logica della piccola associazione. A me sembra che restare in un’area liminale, ma precariamente garantita anche politicamente, sia un atteggiamento più conservatore che progressista. C’è chi reclama il 5% del bilancio della Regione Veneto da destinare alla cultura: prima di fare rivendicazioni, bisogna conoscere come funzionano i bilanci, visto che già ora i fondi per la cultura non si trovano nel bilancio corrente per la cultura, ma in una miriade di altre fonti e ripartizioni amministrative. Per lanciare la sfida di politiche rivendicative, bisogna sapere che cos’è e come funziona l’eco-sistema dell’economia creativa e culturale.

Eppure, il sistema pubblico non sembra comunque in grado di vedere tutto questo mondo. Siamo un paese con un welfare antiquato e delle istituzioni piuttosto ciniche.

Anche per la sfera pubblica vale il discorso della pandemia come svelamento. E spesso le intenzionalità vere sono emerse proprio in questi mesi difficili. Il caso più eclatante è stato Venezia: bisogna ringraziare la sincerità del sindaco Luigi Brugnaro sulla vicenda dei musei, quando ha deciso per conto della Fondazione Musei Civici di tenerli chiusi anche quando poteva aprirli, perché non c’erano turisti. Lui ha la chiara idea che il museo non è che un’attrazione per un pubblico pagante: come in un luna-park, se non c’è pubblico non faccio partire l’ottovolante. Non contempla l’idea che la cultura sia un servizio pubblico, un fattore di cittadinanza. Lui lo dichiara apertamente, ad altri scappa involontariamente: abbiamo sentito dire a un presidente del consiglio che gli artisti sono da tutelare perché ci intrattengono e ci fanno divertire.

Il caso Venezia è eccezionale, perché ha a che fare con l’economia turistica di enormi dimensioni. Ma come hanno reagito le altre città del Nordest?

Ci stiamo occupando di una ricerca comparata sul sistema museale cittadino di tre città, Venezia, Treviso e Padova. In queste ultime due, proprio perché non vivono la distorsione veneziana, c’è un po’ più di consapevolezza interna sull’idea che un museo è un servizio pubblico e che non puoi chiuderlo, così come devi tenere pulite le strade e assicurare la fibra. Ma siamo ancora lontani da una consapevolezza piena. Per di più, in questi vent’anni è prevalsa l’idea che, al pari di qualsiasi altra azienda, anche il sistema di servizi culturali, dai musei ai teatri, debba essere retto da un ordine economico in equilibrio coi conti. Eppure, fare management implica essere sfidato dalla peculiarità del contesto, non esiste un astratto equilibrio.

E qui ritorna la questione dei manager culturali che sembrano non esistere nelle strutture culturali pubbliche.

Al vertice delle politiche culturali nei Comuni e anche in importanti istituzioni culturali vengono posti sempre più spesso dirigenti con competenze più burocratico-amministrative che culturali. Generici esperti di diritto amministrativo che finiscono per adottare un approccio burocratico-formale alle politiche culturali: senza nulla togliere alle loro competenze, il problema è che non solo non hanno una specifica formazione in ambito di management culturale ma anche la loro idea civica risponde a dei criteri di cassa, per cui credono davvero che risparmiare soldi significhi far guadagnare la cultura. Diamo per scontato che ci vogliano ingegneri ad occuparsi di lavori pubblici ma quando si stratta di cultura non sappiamo riconoscere il bisogno di una competenza specifica. Malgrado l’Università la metta a disposizione. Chi va a nozze sono i fornitori privati di servizi culturali: vendono mostre confezionate da loro stessi con la promessa che arriveranno folle di visitatori e negoziano su soldi e strutture. Di fronte non si trovano un manager culturale pubblico che riesca a co-progettare e a co-produrre, ma un funzionario che deve far tornare i conti e un assessore che spesso non sa o non ha voglia di disegnare politiche culturali pubbliche.

E nelle altre città venete cosa avete registrato?

Nell’area veronese, ad esempio, abbiamo individuato esperienze di lavoro in ambito culturale molto strutturate. Penso all’Edipo Re realizzato in 3D e portato in tournée, o al teatro shakespeariano tutto digitale aperto da Solimano Pontarolo. E così si trovano molte imprese, di grande professionalità, nate attorno all’Arena che resta il cuore pulsante dell’economia culturale cittadina. È un mondo d’impresa organizzato, che lavora nell’assoluto silenzio o nell’aperta ostilità delle istituzioni locali.
Rovigo, invece, sembra rimasta marginale anche in questo ambito. Interessante è l’ex-zuccherificio, dove si trovano esperienze di qualità, ma nell’insieme non è mai riuscito a decollare: sconta l’idea fallimentare di prendere un luogo, ristrutturarlo, pensando che diventi da solo un incubatore. Anche qui la debolezza sono le politiche pubbliche.
D’altra parte, se si legge il PRRR, il “Piano regionale di ripresa e resilienza” discusso in Regione Veneto, l’idea di base è che i fenomeni e le esperienze culturali siano ancillari sempre a qualcosa di importante. La parola “cultura”, in quel documento, ricorre solo se funzionale a qualcosa: a una strada, a una destinazione turistica, a una infrastruttura digitale. Non ha mai un ruolo autonomo, non è mai un motore di qualcosa.

Lei parlava prima di alcune esperienze di eccellenza nel settore privato, che è il terzo corno della questione. Avete realizzato una serie di progetti, negli ultimi cinque anni, per far incontrare mondo dell’arte e dell’impresa, portando gli artisti a lavorare dentro le fabbriche, con risultati a volte sorprendenti. Quello privato continua ad essere un fronte innovativo?

Anche in questo caso la pandemia sembra aver creato una sensibilità diversa, oltre che una grave recessione. Molte aziende stanno affrontando una situazione molto delicata, ma ci sono dei settori che invece hanno visto aprirsi un mercato enorme, penso alla filiera sanitaria o ai prodotti digitali. Oggi, chi è cresciuto durante la pandemia, ha la disponibilità e il desiderio di finanziare attività, prima di tutto sociali ma anche culturali. È come se si fosse acutizzato il senso civico di una parte del mondo d’impresa. Non per sponsorizzare singoli eventi, ma su progetti di qualità e su alleanze a medio-lungo termine. Da questo punto di vista c’è una sensibilità ancora maggiore rispetto a due anni fa.
Faccio alcuni esempi. Abbiamo di recente presentato una mappatura dei musei d’impresa: stiamo seguendo sette imprese trevigiane che vogliono migliorare il proprio museo aziendale o realizzarne uno nuovo o creare una propria fondazione culturale o sociale. Quello che registriamo è che sempre più aziende puntano a dotarsi di una attrezzatura di tipo culturale. Prendete Lago, azienda padovana leader del design d’interni: ad ottobre aprirà “Lago Campus”, un’appendice della fabbrica che vuole essere un luogo di incontro socio-culturale. Qualcosa di simile farà anche Galdi, un’importante impresa metalmeccanica di Paese: ha annunciato “Galdi Village”, una struttura per interagire con la comunità locale.
Solo mettendo insieme tutti questi elementi, dunque il mondo di chi opera nella cultura, quello delle politiche pubbliche e quello delle imprese private, possiamo avere un mosaico d’insieme e capirne le dinamiche, i limiti e le opportunità e formulare dei possibili scenari.

REM

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