La star dello spazio che viene da Malé quand’era bambina sognava con Star Trek, non aveva poster in camera, «solo galassie, un’astronave e aeroplani». Quella «combinazione di fantasie», come le chiama Samantha Cristoforetti, è stata capace di portarla fra un anno al comando della ISS, la stazione spaziale internazionale, prima donna europea a farlo.
Così ha deciso l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. Insieme a lei partiranno dalla Florida, a bordo di una SpaceX, altri due astronauti della Nasa, Kjell Lindgren e Bob Hines. Lei, col suo modo pacato, senza tradire alcuna emozione, come ci ha abituati, ha solo detto di sentirsi «onorata» e di non vedere l’ora «di attingere all’esperienza che ho acquisito nello spazio e sulla Terra per guidare una squadra molto competente in orbita».
Samantha Cristoforetti è così. Anche se per tutti è AstroSamantha, quasi a evocare un’eroina, ci tiene sempre a ricordare di non essere speciale né di avere superpoteri. Una volta ha detto: «Non credo che nessuno di noi sarebbe diventato vincitore del premio Nobel se non fossimo stati astronauti». E poi: «Non è una professione per persone altamente specializzate». Quello che serve, dice, è tanta curiosità e «la capacità di apprendere una vasta gamma di abilità». Gli astronauti di Samantha insomma sembrano solo dei bravi bricoleur, niente di più.
D’altra parte, quando le è stato chiesto quale fosse la chiave del successo, più volte ha parlato di «circostanze favorevoli» o «fortunate». Lo ha spiegato bene anche nel suo libro, vero e proprio caso editoriale, Diario di un’apprendista astronauta (La Nave di Teseo, 2018).
Anche se è nata a Milano, 44 anni fa, Samantha Cristoforetti è trentina di origine e intimamente europea: a Trento si è diplomata, dopo tre anni di liceo linguistico a Bolzano e un anno nel Minnesota, grazie ai programmi di scambi per liceali; una laurea in ingegneria meccanica all’Università Tecnica di Monaco di Baviera, studi di aerodinamica a Tolosa e una tesi dopo un soggiorno di ricerca alla Mendeleev di Mosca.
Tenace, tenendo la barra sul suo sogno, «un sogno molto grande che difficilmente si sarebbe avverato», diventa pilota all’Accademia militare di Napoli da cui esce con un’altra laurea (in Scienze aeronautiche) e il grado di capitano. Ancora un passo e il sogno si avvicina: nel 2009 è selezionata come astronauta ESA, cinque anni dopo parte dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakhistan verso lo spazio. Ritorna sulla Terra l’11 giugno 2015, dopo ben 200 giorni.
Corre Samantha, da un addestramento all’altro: solo a seguire l’agenda del suo training, per la missione che comanderà il prossimo anno, c’è da sentire la testa girare. La prima cassetta di attrezzi, prima ancora delle competenze scientifiche, sono le quattro lingue con cui comunica, mentre la quinta, il cinese, è in fase di rapido apprendimento. Nel frattempo, è diventata mamma di Kelsi Amel e Dorian Lev e vive col suo compagno Lionel a Colonia. «Come tutti gli astronauti, posso dire che possiamo fare questo lavoro incredibile perché abbiamo il pieno supporto delle nostre incredibili famiglie. Questo significa che il mio partner e i miei familiari devono fare dei sacrifici per permettermi di realizzare il mio sogno e per questo sono incredibilmente grata».
Riuscire a tener insieme tutte queste cose, ci ricorda cosa riescono a fare tante donne ogni giorno, più che le Batgirls dei comics. Lei si schermisce, è pragmatica anche nel suo approccio alla questione di genere: «Non mi considero una femminista, fondamentalmente per rispetto della parola stessa – ha dichiarato ad esempio al portale Sisters of Europe – Penso che il femminismo implichi una sorta di attivismo e una visione per migliorare non le condizioni di un individuo, ma quelle delle donne in generale. Non credo di averlo mai fatto». Perché? «Arriva un punto in cui devi scegliere su cosa concentrare la tua energia». Ma, ha aggiunto, «se sono mai riuscita a ottenere qualcosa nella vita, è stato grazie alle donne femministe e a quegli uomini che hanno preso posizione».
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