La biennale degli architetti sociali

Prima di rispondere alla domanda su come vivremo assieme, dovremmo chiederci cosa sia l’architettura. E solo a quel punto, potremmo attraversare la 17ma Mostra internazionale di architettura di Venezia, che si apre sabato 22 maggio e si intitola appunto How will we live together?, sapendo però che troveremo molte altre domande e uno sciame di suggestioni visive e sensoriali.
Cos’è dunque l’architettura, ci si chiede, camminando tra Giardini e Arsenale. Haskim Sarkis, il curatore scelto dalla Biennale, ci offre l’idea che gli architetti possano sfruttare al meglio le capacità che già possiedono, per diventare dei veri registi sociali dentro le comunità locali. Non è più possibile progettare senza coinvolgere abitanti e scienziati, senza negoziare con la biologia e la religiosità, l’informatica, l’attivismo urbano, la genetica, le pietre e la polvere. E le piante.

A dire il vero sono loro le star di questa Biennale: è il loro sistema di adattamento e di interazione, simultaneo e continuo, un modello per progettare e per pensare a come vivere assieme. Ce lo ricordano Claudia Pasquero e Marco Poletto, fondatori a Londra di ecoLogicStudio, che hanno elaborato un’architettura di alambicchi, chip e alghe, destinate a diventare micro-fattorie urbane. Altri, come l’olandese Studio Libertiny usano le api come “cloud engineer”, capaci di analizzare e progettare rivestimenti. Daniela Mitterberger e Tiziano Derme (dell’austriaco Studio MAEID), costruiscono un ambiente ibrido, naturale e artificiale: un enorme braccio robotico costruisce un terreno in 3D dove sbuca una pianta funginea di color rosa; il robot la nutre e cambia il terreno in base alle reazioni di terra e flora.  

I 112 architetti, provenienti da 46 Paesi, provano a spostare i confini tradizionali della loro professione e chiedono a tutti noi di fare uno scarto, di cercare le domande giuste, più che le risposte, sapendo che niente è come prima, che non torneremo alla normalità, che era quello il problema. Per aiutarci, il curatore ha sollecitato tutti a sviluppare narrazioni visive, sonore, olfattive, tattili, sconfinando nel cinema e nell’arte e amplificando il potenziale di progetti, studi, dati. Tutto si snoda attorno a 5 “scale”, che sono sia temi che dimensioni diverse: dall’architettura di cui necessitano i nostri corpi fino ai confini dello spazio, passando per le nostre case, le città e i confini.

Niente è dato per scontato. I nostri corpi sono pieni di protesi da progettare e connettere, gli spazi comuni e intimi delle case sono stati sfigurati dalla pandemia, confondendo l’estero e l’interno in un habitat tutto da scoprire.  La fattoria a Kutzazh si trova tra Gaza e Israele e flutta drammatica ma resiliente nella burrasca del confine e del conflitto, come ci ricorda la Fondazione Usa/olandese FAST. Così succede per Venezia, non solo perché è qui sotto i piedi, ma anche per il suo senso di metafora universale: gli olandesi Lorien Bijaert e Arna Mackic installano un pavimento in terrazzo alla veneziana su cui hanno riprodotto la mappa della città e lo dobbiamo calpestare per poter proseguire, anche se ogni passo causa una frattura.

Bisogna tornare all’ingresso dei Giardini. I kenyani di Cave_bureau ricostruiscono una sezione della grotta Mbai, il rifugio per chi combatteva per l’indipendenza nel secolo scorso. È fatta di una nuvola di pietre di ossidiana che scende dal soffitto con corde di sisal. Sotto, un tavolo attorno a cui discutere.

Corriere del Veneto | RCS

Lascia un commento