Una dynasty a Cuba: i Castro

È un giorno di febbraio, Sandrito tiene le mani sul volante di una nuova Mercedes. Maglietta bianca, short azzurri. È raggiante. Lo smartphone della sua fidanzata lo riprende. «Sai che noi siamo umili, ma ogni tanto dobbiamo tirar fuori i nostri giocattolini che abbiamo in casa», le dice euforico. Allora pesta sull’acceleratore, il tachimetro segna i 140. La strada è deserta sotto il cielo nervoso del Caribe. Sandrito è fatto per la dolce vita: su Instagram si fa fotografare su una decapottabile sportiva, vestito da Batman per Halloween o con un cocktail in mano in uno dei bar che i rumors vogliono di sua proprietà, il Fantaxy o l’Illuxion oppure l’Efe.

Siamo a Cuba. E la penuria di cibo, benzina e medicine fa a pugni con i passatempi di Sandrito. Il fatto è che lui non è uno qualunque, qui. All’anagrafe è Sandro Castro Arteaga, 30 anni, figlio di Alexis, il primogenito del «leader maximo» Fidel Castro e Dalia Soto del Valle. Ed è tanto il clamore per quella Mercedes che, qualche giorno dopo, Sandrito torna in video: stavolta è a casa, affranto, chiede «una gran scusa», giura che la macchina lussuosa non è sua e che il video gli è stato rubato da WhatsApp.

Presi dalle vicende di quella inglese o spagnola, non badiamo al fatto che anche ai Caraibi c’è una famiglia «reale». Loro si chiamano Castro. E come tutti i reali, sono al centro di sussurri, scandali e leggende. Sepolto Fidel cinque anni fa, ritiratosi a vita privata anche suo fratello Raúl la scorsa settimana, nessun Castro ha più formalmente un incarico al vertice del regime. La cosa è vera solo in parte, perché in questi 62 anni il clan ha occupato posizioni di privilegio e potere, alimentando così una vera e propria saga nonostante gli sforzi dei patriarchi di tenere nascosta gli affari privati. Proprio come in tutte le famiglie reali, insomma. 

Yoani Sánchez, commentando il ritiro di Raúl, ha parlato di un «castrismo senza Castro». È la veterana dei giornalisti indipendenti e da sette anni dirige il giornale on-line 14ymedio: «Finché gli eredi del potere non smantellano questa eredità», dice, «sarà come se entrambi i fratelli fossero al comando della nave».
La nave è Cuba. L’isola sta attraversando una crisi economica che nel Paese non si vedeva dalla caduta dell’Urss; il Venezuela non è più generoso con il petrolio, la pandemia ha fermato turisti e investimenti, Trump ha stretto le sanzioni e con Biden non si sa. Il regime sta varando con cautela una batteria di riforme per aprire l’economia, ma ci vuole tempo. Intanto, scalpita una sempre più combattiva società civile, grazie anche al digitale e ai social. Sono ventenni e trentenni, soprattutto artisti, docenti e cronisti indipendenti, e non hanno più paura. Il regime li detesta, li mette alla berlina in tivù, li indica come mercenari. Già durante la quattro giorni di congresso di partito, a fatica riusciamo a contattare i giornalisti più in vista, sottoposti a vigilanza, agli arresti domiciliari o lasciati senza Internet.

Raúl ha passato il testimone a dirigenti nati dopo la Rivoluzione del 1959, ma la parola d’ordine è «continuità». Ha scritto Abraham Jiménez Enoa, direttore di un’altra rivista on-line, El Estornudo: «Continuità significa, come negli ultimi sessant’anni, che un pugno di persone, la cupola comunista, decide in modo arbitrario il destino di un Paese». Al fianco dei nuovi burocrati, si muove anche il clan familiare, in cui spiccano alcune figure di potere, altri come probabili prestanome del mondo degli affari e infine nipoti fanfaroni come Sandrito.

Ma chi sono i Castro? Tre hanno incarichi politici di primo piano. Prima di tutto, Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl. Colonnello, soprannominato “El Tuerto” per aver perso un occhio in Angola (senza mai combattere, ammette lui stesso), ha in mano i dossier dell’intelligence e ha seguito l’apertura con gli Usa ai tempi di Obama. È un uomo in ombra e anche i suoi figli ventenni – Fidel Ernesto e Raul Alejandro – usano i social con più discrezione dei cugini.

L’altro uomo più potente del clan è Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, ex marito di Déborah, figlia di Raúl: generale, guida GAESA, la holding delle forze armate che ha in mano l’economia dell’isola e ora è entrato nel potente Buró del partito. Sono famosi, per altri motivi, anche i due figli, Raul Guillermo e Vilma. Il primo – Raulito o “El Cangrejo” – è guardia del corpo e assistente personale del nonno Raúl. Gli sta così appiccicato che arriva a rompere i protocolli nelle visite di Stato: memorabile il gesto stizzito di François Hollande che lo allontana sulla scalinata dell’Eliseo. La sorella Vilmita, invece, è salita alle cronache per aver messo su Airbnb a fine 2019 la sua (forse) magnifica casa per vacanze, la “Casa Vida Luxury Holidays”. Il prezzo per una notte? 650 dollari.

Poi c’è Mariela, altra figlia di Raúl: la figura più conosciuta, anche all’estero. Deputata, dirige il Cenesex, il Centro nazionale di educazione sessuale, che ha promosso in questi anni una protezione legale a gay, lesbiche e transgender. Forse per ricucire le ferite lasciate da padre e zio, che avevano pensato di risolvere la questione con campi di lavoro ed esilio, Mariela qui ha trovato la sua nicchia di potere che difende con le unghie. La difende dalla vecchia guardia e anche da chi sfugge al suo paternalismo e rivendica una piena libertà: allora i suoi modi affabili e la sua fama di liberal cedono a tweet minacciosi e insolenti. Mariela, al terzo matrimonio, ha costruito un ponte con l’Italia: Paolo Titolo, fotoreporter palermitano, si è trovato nel 2004 alla guida della filiale di Amorim Negocios Internacionais SA. Si tratta del colosso di import-export fondato dal portoghese Américo Amorim, un vecchio amico di Fidel e Raúl, scomparso anche lui qualche anno fa e nel frattempo inciampato nella giustizia. Tra le grane, il sospetto di essere una lavanderia di denaro sporco di Isabel Dos Santos, figlia dell’ex-presidente angolano che i Castro hanno salvato a punta di fucile negli anni ’80. Fatto sta che diventare genero di Raúl è stata la fortuna di Paolo Titolo.

Al centro della saga dei Castro resta comunque il leader della rivoluzione, Fidel, scomparso nel 2016. Di lui si bisbigliano molti love affair e una prole numerosa, in una sorta di grande romanzo popolare. Con la prima moglie (Mirta Díaz-Balart, famiglia di primo piano del regime di Fulgencio Batista) il Comandante ha avuto una storia burrascosa e un figlio, Fidelito: strattonato nell’infanzia da un genitore all’altro, una carriera da fisico nucleare, a capo del fallito programma nucleare cubano, è finito suicida nel 2018. Da un’avventura di Fidel con Natalia Revuelta è nata invece Alina, fuggita nel 1993 negli USA, parrucca e passaporto falso, e subito diventata volto dell’anticastrismo di Miami.

Infine, la first lady più longeva: Dalia Soto Del Valle. Cinque i figli, alcuni alla ribalta, altri defilati. Antonio, per esempio, è un chirurgo messo a (vice)presidente della federazione di baseball, anche se la sua passione sono il golf e la pesca; ha fama di playboy ed è stato più volte beccato in hotel lussuosi: cinque anni fa la rivista turca Gala ha raccontato del suo arrivo nel resort di Bodrum, a bordo di uno yacht da 50 metri, per una vacanza da mille euro a notte e cinque suite. Passioni condivise dal figlio, il ventenne Tony: modello di vocazione, ha un debole per i viaggi in Europa, le Bmw e gli yacht, come ha condiviso su Instagram. Potremmo parlare anche di Alexander, altro figlio di Fidel, marito di Kenelma Carvajal, vice-ministra della Cultura, ma lui preferisce dedicarsi alla fotografia e al suo profilo Facebook con un nickname piuttosto scurrile, «Roberto Nabo Duro», la cui traduzione lasciamo all’intuizione di chi ci sta leggendo.

Anche se in Rete la definiscono una «famiglia disfunzionale», i Castro restano al centro dell’attenzione dividendo l’audience tra chi li adora e chi li odia. Gli stessi Fidel e Raúl, per primi hanno costruito la loro fortuna politica proprio su questa scelta implacabile, costringendo il mondo a schierarsi con loro o contro di loro. Sono rimasti in bilico aggrappandosi ai sostenitori per fede o per convenienza e gridando al complotto di tutti gli altri. «Socialismo o morte» è lo slogan, diventato brand, che non lascia alternative. Garantisce la famiglia reale. Un giorno, quando sono piovuti insulti e derisioni alla vita cool di Tony Castro, il giovane ha risposto, sempre in Instagram, con la baia dell’Avana alle spalle e una maglietta bianca con lo slogan: «Resistir, vencer». Un vero erede Castro.

Vanity Fair

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