Vent’anni fa usciva il suo primo libro, Leggende veneziane e storie di fantasmi. Da allora, Alberto Toso Fei ha raccontato ogni anfratto della città lagunare, scavando nella memoria e rovistando tra gli angoli delle calli. Famiglia dalle lunghe radici nelle vetrerie di Murano, ha iniziato come giornalista ed è diventato il narratore più famoso e più pop della città lagunare. Perché Venezia, prima che di palazzi sull’acqua, è fatta di storie. Così è stato in 1600 anni, tanti ne ha appena compiuti. Per l’occasione, Toso Fei ha scritto Venezia in numeri. Una storia millenaria in uscita il 25 aprile per Editoriale Programma, un almanacco di micro-racconti attorno a una giostra di numeri. E così scopriamo 120 Dogi, 423 ponti, 62 isole, 256 pozzi, solo per citarne alcuni. «E’ una maniera divertente e immediata per raccontare la Storia quanto le leggende».
Possiamo parlar male di Venezia?
(ride) Certo
Partiamo dal primo numero: 1600. Si dice che la data del 25 marzo 421 sia una fake e i primi veneziani potrebbero essere turchi. Insomma, Venezia è una bugiarda?
La data è un’invenzione, sì, ma per tutti è stata vera. Si può costruire un mito, ma riuscire a farsi mito è un’impresa per pochi. I veneziani ci sono riusciti, usando molti mezzi, compreso un furto di logo-design: si appropriano del leone alato di Marco l’Evangelista e ne fanno il “brand” di una città intera, oscurando il Santo. Le stesse origini restano un rompicapo. Wladimiro Dorigo diceva di aver trovato tracce di una centuriazione romana in Campo dei Mori. C’è chi dice bizantina o forse carolingia. Oppure fondata da profughi dell’Anatolia, i Paflagoni: lo confermerebbe una ricerca sul Dna di alcune delle famiglie di più antica origine veneziana. Questo incontro-scontro tra Storia e leggenda ci porta all’essenza di questa città.
Ed è una città che ha sempre usato il suo corpo urbano per impressionare e sedurre chi arrivava.
Immaginiamo uno che arriva a fine ‘500, dopo un viaggio terribile su strade sconnesse infestate di briganti o per mare schivando furfanti: una città in mezzo all’acqua e al fango, da cui spiccano cento torri, una New York ante-litteram, le calli e i campi piene di persone di ogni dove, mori, slavi e gente col turbante, mercati pieni di qualunque merce, il Ponte di Rialto, la Basilica da troncare il fiato, le Scuole Grandi e persino 11.654 prostitute, tante ne ha contate il cronista Marin Sanudo, a proposito di numeri. E poi un’opulenza ostentata, concentrata in poche mani ma che riusciva a percolare verso il basso e così tutti sembravano ricchi. Insomma, era così dirompente da ubriacare chiunque.
Altro numero: 1100.Tanti sono gli anni che è durata la Serenissima. Qual è il segreto di tanta longevità?Grazie a un sistema politico che si reggeva su cariche elettive e magistrature di breve durata, per evitare che il potere si incrostasse. E poi il pragmatismo nell’affrontare le situazioni e una grande apertura al mondo, utilitaristica ma lungimirante. Nel 1473 ha codificato il brevetto, pensando che se si proteggono le idee delle persone, l’immaginario, si fanno soldi. Lo stesso vale per l’editoria: ne ha fatto un business e ha cambiato il mondo, qui è pubblicato il primo Talmud e il primo Corano. Venezia aveva un’identità forte, costruita per continua contaminazione, accoglieva, usava il meglio e digeriva qualunque cosa. Può essere una grande lezione anche per il presente.
A proposito di presente: Venezia è stata un modello per le epidemie.Il magistrato alla sanità riuscì a diventare un hub per tutto il Mediterraneo. Quello che si decideva qui veniva ripreso ovunque. Per ben 69 volte è stata colpita dalla peste. Allora l’imperativo era semplice: guardarsi da chi non si guarda. “Lazzaretto” è invenzione e parola veneziana: non tanto il confinamento in sé, ma quello strutturato e regolamentato. La parola deriva da “Nazaretum”, la chiesa di Santa Maria di Nazareth che sorgeva sulla prima isola della laguna utilizzata con questo scopo, nel 1423, Lazzaretto Vecchio. Più tardi arrivò il Lazzaretto Nuovo, dove restavano in quarantena persone e merci che arrivavano da luoghi sospetti. Venezia insomma ha anticipato tutti nella legislazione sanitaria.
La Serenissima si è sempre vantata del suo sistema repubblicano. Eppure, lei racconta che è qui che si inventa la parola “brogli”.
Il potere politico era appannaggio della nobiltà. Ma spesso il titolo non era sinonimo di ricchezza, anzi. E così, per le cariche minori molti mettevano in vendita i loro voti. Indossavano la stola e andavano a passeggiare nel grande giardino di Palazzo Ducale, chiamato “brolo”. “Brogiavano”, si diceva. Se la stola cadeva sul braccio era segno di disponibilità. Da qui la parola “broglio”. Per l’elezione del Doge, invece, era molto difficile che succedesse, perché il sistema elettorale era concepito in modo tale da evitare cordate e alleanze. Possiamo dire che fosse una repubblica oligarchica, ma non dobbiamo dimenticare che partecipavano al voto ben 2500 persone.
La Serenissima finisce per consunzione, travolta dagli eventi. Ora è successo qualcosa di simile?
A quei tempi c’era una grande spregiudicatezza, ma anche un grande controllo. Ora ci siamo trovati impreparati, si è investito tutto in un’unica direzione che non sono i visitatori ma un’economia di rapina. La sfida è quella di evitare il rischio di diventare ciò che gli altri vogliono che tu sia. Sono sicuro che Venezia si in grado, una volta di più, di costruire un nuovo modello.
il Venerdì