Hanno trasformato il tetto dell’edificio dove lavorano in un orto. Hanno creato una piccola mensa interna per poter cucinare e mangiare in studio. Sono tornati, pur tra mille precauzioni, a lavorare assieme. «Una comunità responsabile», la chiama Francesco Fresa, dello studio Piuarch: «Abbiamo fatto una sbornia di lavoro digitale, a distanza, in smart-working: dovevamo rincontrarci, ricostruire la nostra socialità, riconoscerci come comunità».
Piuarch è uno dei più importanti studi di architettura milanesi. Fondato nel 1996 da Fresa assieme a Germán Fuenmayor, Gino Garbellini e Monica Tricario, il team ha firmato progetti in tutto il mondo, muovendosi in un campo largo, da edifici residenziali alle maison del lusso, il recupero di cascine e latterie, centri commerciali e residenza popolare. Una elasticità progettuale che dà conto di una visione curiosa e immaginifica sul mondo.
La pandemia ha chiuso nelle proprie case i 30 del team che pullulavano le stanze di Piuarch a Brera, «ma sentivamo che ci mancava una parte essenziale, vitale, del nostro lavoro», sottolinea Fresa. Per un mestiere come quello dell’architetto, dice, l’interazione e lo scambio sono fondamentali, «le relazioni non si possono appiattire su uno schermo, che pure ci aiuta ed è prezioso, ma hanno bisogno di essere vissute». Da qui l’idea di ripensare la qualità di vita del tempo di lavoro e il senso degli spazi: condividere un luogo dove si coltiva, si discute, ci si rilassa, «ci ha permesso di ricostruire un’altra normalità e ne ha guadagnato la qualità del lavoro stesso».
Alla fine, proprio l’orto è diventato il centro dello studio. Non è casuale, perché «porta a incrociare due temi: la funzione degli spazi aperti e la dimensione del verde come habitat e non come apparato decorativo». Due questioni che «erano già fortemente presenti nelle riflessioni e nelle pratiche progettuali degli anni più recenti, ma che la pandemia ha finito per accelerare, come molte altre cose, mettendole al centro della scena fin da ora».
Lo dimostrano i nuovi edifici pensati negli ultimi tempi, di cui il bosco verticale di Stefano Boeri è solo l’esempio più pop. Ma tutti gli architetti si sono misurati con un’urgenza verde: il fulcro dello Human Technopole, un centro di ricerca medica, il cui campus è stato ideato da Piuarch nell’area ex-Expo, è proprio il giardino pensile, «una sorta di enorme orto che è la vera piazza», di cui il resto di edificio sembra quasi una colossale appendice. È la stessa tensione entrata negli edifici più comuni: non è un caso che nell’ultimo anno le persone abbiano riempito terrazzi, tetti e patii, li abbiano riscoperti e riconfigurati di senso.
Persino a livello di suolo, «plateatici e strade si sono riempiti di tavolini, come mai si era visto, sottraendoli per la prima volta dal dopoguerra al primato dell’automobile, per diventare invece perni di socialità». Questo degli spazi aperti, dentro e fuori gli edifici, sarà un tema cruciale fin da domani. «E a chi ci chiede: che senso abbia fare uffici nel futuro visto che la tecnologia ci permette di fare tutto a distanza, noi possiamo rispondere che oggi c’è un motivo in più: pensare agli spazi aperti, a quelli comuni e agli altri informali per riscoprire il valore delle relazioni».
Corriere della Sera