Agitu Ideo Gudeta avrebbe sfoggiato uno dei suoi sorrisi lunghi e dolci di fronte al bando che Centrale Fies ha lanciato: una borsa per artisti intitolato proprio a lei, assassinata nel dicembre scorso, solo perché donna. Per partecipare, c’è tempo fino al 9 aprile: è rivolto a chi si misura con le arti performative e ha origini straniere, italiani per scelta o per destino, afroitaliani magari, proprio come Agitu.
Una affirmative action, come si chiama in gergo, un dispositivo d’ingresso agevolato nel mondo dell’arte per chi non ha mai osato entrare o non si sentiva legittimato a farlo. Non è casuale che a pensarci sia stata la trentina Centrale Fies: un altro luogo reinventato, la centrale idroelettrica di Dro, proprietà di Hydro Dolomti Energia, è oggi un’impresa culturale di prestigio, punto di riferimento a livello internazionale per le perfoming arts. E con Agitu è stato feeling a prima vista: «Lei era un esempio di come si può tessere legami, di come metterli a valore, di come fare comunità: è proprio la filosofia politica del lavoro di Agitu una fonte di ispirazione per tutti noi. Lei è riuscita a coniugare tradizione e innovazione e a trasformarla in un’impresa: tutti la ammiravamo per questo», racconta Barbara Boninsegna, che ha plasmato Centrale Fies dal 1999 assieme a Dino Sommadossi. Prima di lanciare il bando, i curatori di Centrale Fies hanno incontrato la famiglia di Agitu, ne hanno discusso assieme, costruendo un percorso delicato e rispettoso: «Nessuno ha diritto di appropriarsi di Agitu, non è un simbolo, ma una donna con la sua storia e la sua forza straordinaria».
L’Agitu Ideo Gudeta Fellowship è stato pensato come un grimaldello per l’emersione di talenti invisibili. «L’obiettivo della borsa è quello di creare strumenti utili a contrastare le discriminazioni etno-razziali nel mondo della ricerca d’arte performativa – continua Boninsegna – Non è tanto l’esigenza di favorire la diversità in campo artistico, ma chiederci perché sia ancora assente nel mondo dell’arte italiano una parte importante di talenti che non riescono a emergere, per le loro origini e la loro dimensione razzializzata».
Parlano di “razzializzazione”, seguendo gli studi più autorevoli sulla blackness, «consapevoli che il concetto di razza non esiste», ma «è un processo costruito dallo sguardo degli altri, tutto politico e culturale». Da qui il target: persone nate o cresciute in Italia che si identifichino nelle categorie di «soggetti razzializzati, appartenenti a minoranze etniche o con background migratorio». Il bando sottolinea inoltre come siano «incoraggiati a partecipare artisti autodidatti, non ancora (o da poco) inseriti nei circuiti artistici o privi di un’educazione artistica formale». Chi ha un progetto nuovo o in corso, può concorrere a una borsa di 3 mila euro, una residenza individuale di 15 giorni a Centrale Fies e una facoltativa da uno dei partner internazionali. Due gli incontri collettivi previsti: dal 10 al 13 giugno durante il Live Works Summit di quest’anno e uno per l’edizione 2022. Trasporto, vitto e alloggio sono assicurati.
Il bando dedicato a Gudeta, all’interno dei programmi formativi e di produzione Live Works, viene vissuto a Centrale Fies come «un percorso di profonda innovazione teorica e di approccio», dicono. Il nuovo team di curatori ne è l’architrave. Con Barbara Boninsegna e Simone Frangi, sono stati coinvolti altri due esperti impegnati su un terreno di incontro fra l’impegno sociale e i linguaggi d’arte: Mackda Ghebremariam Tesfaù, sociologa, attivista dell’associazione milanese “Razzismo Brutta Storia” e Justin Randolph Thompson, regista, ideatore di Black History Month Florence, la più importante piattaforma di produzione culturale black in Italia. Si sono posti l’obiettivo, dicono, di «sentirsi curatori nel senso letterale del prendersi cura di una situazione e degli artisti: bisogna produrre dei sistemi per riparare una situazione che è rotta e si riproduce come tale». Ad Agitu sarebbe piaciuto.
Corriere del Trentino