«Uccidere una persona è una cosa brutta, ma non è difficile. Ma amare un altro uomo, sì, è qualcosa fuori dal normale». Geovany lo dice lentamente, senza tradire l’emozione, sotto il ricamo di tatuaggi che gli ricopre la pelle. Ha 25 anni e ne aveva 12 quando è entrato in Barrio 18, una delle gang (le famose maras) che hanno fatto de El Salvador un obitorio. Dei suoi rivali ricorda l’odio che provava, la sensazione di sollievo quando li trucidava, arrivando a strappare il cuore di uno a mani nude.
Ora Geovany si trova nel carcere di San Francisco Gotera. Deve scontare 35 anni. Qui ha incontrato le attivissime chiese evangeliche, che hanno ispirato centinaia di giovani a lasciare armi e coltelli. Ma qui Geovany ha scoperto anche di poter amare. Un altro giovane uomo. Qualcosa di imperdonabile sia per chi sta in una gang, sia per i pastori che le redimono. E così, assieme ad altri detenuti gay, è chiuso in un’ala isolata del carcere. Imperdonable: è questo il titolo del documentario che raccoglie la sua storia. Diretto da Marlén Viñayo e scritto da Carlos Martinez, uno dei più noti giornalisti salvadoregni, è prodotto da Jaula Abierta e la rivista El Faro.
Sono 35 minuti, asciutti e poetici, che lasciano senza fiato e che hanno portato il doc-movie all’anticamera della corsa agli Oscar. Attenzione, dicono regista e sceneggiatore, «non vuole essere un film sulle maras, né sull’omosessualità. Ma sulla bussola morale che si è rotta nel Paese». Per 12 giorni la troupe è stata in quella cella con Geovany: «Abbiamo raccolto una storia che è la rappresentazione, pur estrema, del nostro paese – ci racconta Carlos Martinez – E’ un film che vuole solo aprire domande». Prima di tutto perché si sia arrivati al punto per cui uccidere è più semplice che amare.
Una qualche risposta? «El Salvador è un paese disegnato fin dall’inizio per far sì che non tutti possiamo starci dentro». Un paese fondato sulla violenza e sul disprezzo, clan politici e oligarchi, una guerra civile alle spalle e una forbice sempre aperta tra miseria e opulenza: «Le maras nascono dentro tutto questo, non sono alieni. Anzi: sono giovani, com’è giovane il paese; sono poveri, come lo è il paese; hanno radici negli Stati Uniti, così come 1,5 milioni di salvadoregni; sono machisti e feroci, come tutti. Allo stesso modo, psicologi e pastori dicono quelle cose orribili che si sentono nel film perché le diciamo anche noi. Ecco perché, da quella cella isolata, possiamo guardarci negli occhi e provare ribrezzo».
Specchio | La Stampa