Caracas, come non fosse mai stata là

La prima volta che ci sono stato, Caracas mi ha dato il benvenuto con un black-out. Era il 2012. Niente di paragonabile con quello terribile dell’anno scorso, durato cinque lunghissimi giorni e altri due nel resto del Paese. E poi ancora a intermittenza durante tutto l’anno. No, quella sera, la mia prima sera a Caracas, si è protratto solo per qualche ora. La notte, arrivata come sempre di fretta, si è stesa di colpo anche dentro le case e sopra le strade.
Allora abitavo in Avenida Fuerzas Armadas, un vialone trafficato che a un certo punto si solleva come una tangenziale e così sotto si affolla ogni giorno un mercato di libri usati, in mezzo al vociare degli ambulanti e al via vai incessante della gente. A pochi passi, prendevo una buseta che mi portava più in centro o la metro, girato l’angolo. Dall’altro capo della Avenida raggiungevo il mercato dei fiori, con quel profumo cangiante che impregna tutto l’isolato.
Di giorno, nella luce calda del tropico, il cielo di Caracas è sempre rigato dalle guacamayas in volo. I colori del piumaggio, quel rosso, il giallo, il blu fanno ogni volta alzare lo sguardo. Spesso si fermano sui balconi dei piani più alti degli edifici, aspettando del cibo da qualcuno. Sfidano e corteggiano gli umani, provando ogni volta la distanza da tenere. Ricordo che stavo pensando proprio a quei pappagalli, alla loro presenza inaddomesticabile eppure rassicurante, quando è piombato il black-out quella sera.
E’ stato a un certo punto, in quel silenzio appiccicoso, che ho sentito il ritmo metallico del cacerolazo. Prima uno, poi tanti, nascosti dall’oscurità, pentole in mano, accanto a una finestra o accucciati a uno di quei balconi dove nel pomeriggio magari si sarà appoggiata una guacamaya in cerca di cibo. Il ritmo regolare, quasi ipnotico, nessuna voce, solo la colonna sonora di una protesta lasciata agli utensili di casa e al buio.
Con il passare degli anni, le falle del sistema elettrico sono diventate un incubo. Le persone, esasperate, hanno lasciato i balconi e si sono riversate per strada e da quelle strade in tanti non hanno fatto più ritorno. I caffè e i ristoranti, che allora erano assiepati, si sono svuotati e le persone che li gremivano si sono riannodate nelle tante code agli sportelli bancari o alla panetteria. I quartetti sinfonici sotto la Cassa Armonica di Plaza Bolivar si sono diradati, anche perché tanti musicisti, assieme ad altri quattro milioni di persone, hanno lasciato il Paese. Per chi è rimasto, il cielo di Caracas è diventato una carta traslucida o fosca, perfetta per confezionare una distopia.

2.

C’è stata anche una Caracas cosmopolita e all’avanguardia, mi raccontano sempre. La capitale snob dell’America Latina. La città del petro-boom, delle boutique, dei collezionisti d’arte, e dei centri di eccellenza per le malattie tropicali. La città dei night-club, della chirurgia estetica e di Miss Universo. La città-scuola dell’architettura, tra le più prestigiose al mondo. Il modernismo degli anni ’50 con il campus elegante della Ciudad Universitaria firmata da Carlos Raúl Villanueva, che è riuscito a far spazio persino a Las Nubes di Alexander Calder sul soffitto dell’Aula Magna.
E poi gli anni ’70 e ’80: la Venezuela Saudita inaugurava il Teatro Teresa Carreño e il Parque Central con le sue torri residenziali e gli uffici. La metropolitana all’avanguardia. Le grandi avenidas.
La Urdaneta era una delle strade chic, coi negozi alla moda, gioiellerie, banche e caffè. E di notte illuminata a festa. I marciapiedi coperti di mattonelle scure come fosse la hall della città. La Urdaneta è l’arteria che incrocia i palazzi del potere, fino a quello presidenziale di Miraflores. La Urdaneta è stata il palcoscenico del Caracazo, la rivolta popolare contro l’austerity del 1989, l’ira della miseria che cresceva assieme alle diseguaglianze e finita repressa nel sangue.
Oggi la polvere ha preso il sopravvento su tutto, una patina untuosa, dello stesso umore che si è depositato nei suoi abitanti. Leonardo Nieves ha passato cinque mesi a percorrerla di notte, evitando la hampa, malavitosi o polizia, che spesso sono la stessa cosa. Ha raccolto furtivamente cinquanta mattonelle tra quelle ormai divelte e abbandonate come spazzatura agli angoli della strada. “La Urdaneta ha impregnato la mia vita di bambino, è il mio paesaggio emotivo, è la cosa più prossima al fatto di sentirmi caraqueño”, mi racconta questo artista quarantenne, che lavora da sempre sulla cuadricula urbana, la griglia tipica delle città coloniali. Allora le ha impilate ed esposte, quelle mattonelle: Ejercicio de vandalismo, ha chiamato la sua Urdaneta in verticale, triste e discomposta.
Alla fermata de la Hoyada, invece, svetta una grande scultura organica, ormai abbandonata, di Valerie Brathwaite. Ottantenne, famosa per le sue serate da Dj afro-jazz che animava fino a poco tempo fa, è arrivata qui nel 1969 “e in quel momento ho saputo che non sarei tornata a casa. Questa era una città che vibrava”, apre le braccia e ride. Famiglia benestante di Trinidad and Tobago, “mio padre era un civil servant che ha guidato la transizione verso l’indipendenza, una nonna scozzese figlia di missionari andata in sposa a un uomo di Saint Lucia”. Studi d’arte a Londra: “Nella capitale inglese arrivavamo da tutte le colonie e sognavamo di portare il modello scandinavo ai Caraibi. Intanto frequentavamo i club, ascoltavamo Billie Holiday e incontravamo Miles Davis”.
Quando ho conosciuto Leonardo Nieves e Valerie Brathwaite, nel 2017, Caracas festeggiava mesta 450 anni. L’aveva fondata Diego de Losada dopo aver sconfitto il Cacique Tiuna del popolo dei Caracas. A dire il vero, l’aveva battezzata Santiago de León de Caracas. E’ rimasta a lungo la capitale di una Capitanía spagnola. Il primo cambio di passo nella seconda metà Ottocento: Antonio Guzmán Blanco apriva boulevard e costruiva con un sapore molto francese. Ma è stato molto dopo, nella temperie del XX secolo, che è diventata metropoli, mutando ripetutamente pelle e fisiologia. Valerie Brathwaite ferma lo sguardo: “Mi chiedo sempre cosa sia rimasto di quella città”.

3.

“La luce”, mi dice d’improvviso José Balza. “La luce è la stessa di sempre”. Nei suoi racconti, la luce si infila nella trama e si prende sempre la scena. Non gli è mai piaciuta la parola “romanzi”, preferisce tuttora definirli ensayos narrativos. Ha cominciato a pubblicare a 25 anni e ora, che ne ha 81, José Balza è considerato uno dei più importanti scrittori e saggisti latinoamericani. Quando parla, la sua voce è come la luce nelle scene che descrive, di un biancore gentile, di una potenza contenuta. A volte si interrompe e si gonfia per qualcosa di appassionato che cova. La sua voce assomiglia al cielo di Caracas, caldo e fulgido, ché poi d’improvviso le nubi si affollano e scrosciano acquazzoni brevi e intensi.
“Amo questa luce che ci rigenera ogni giorno. E’ la stessa luminosità che vedo negli occhi delle persone”. Poi pensa alla sua terra di origine, Tucupita, un paesino appiccicato alla foce immensa e selvaggia dell’Orinoco, dove lui continua a passare molto tempo: “A volte, mentre mi perdo a guardare l’orizzonte, la luce è così densa, corporea, che credo di avvertire qualcuno che mi sta seguendo”.
Caracas e l’Orinoco sono legati intimamente. La città non esisterebbe senza il grande fiume, anche se distano centinaia di chilometri. L’elettricità che, seppur claudicante, tiene in piedi il Paese, viene dalle dighe che interrompono l’Orinoco e i suoi affluenti. Il grande black-out dell’anno scorso è stata una falla nella Diga di Guri, che taglia il potente Río Caroní: “La diga è di una bellezza architettonica da lasciare senza fiato e funge da intermediario verbale con il paese”, continua José Balza. L’Orinoco, che serpeggia ciclopico nel cuore del Venezuela, alla fine non è che la forza centrale di questo corpo-paese, “è l’energia matrice che nutre”.
Quello che José Balza vuole dirmi è che Caracas non si spiega senza l’Orinoco. Per capire la metropoli “bisogna andare alla sua ombra occulta” che si proietta sulla città diventando luce. Anche se i caraqueños forse non ne sono consapevoli, l’eco di Caracas si chiama Orinoco. E’ questo il segreto che custodiscono dentro, il loro inconscio urbano è un fiume e “i black-out non sono altro che un immaginario interrotto”. Perché, insiste lo scrittore, “questo Paese si crede eternamente giovane e sempre si intestardisce a ricominciare daccapo. Caracas è una narrazione interrotta, proprio come i popoli originari hanno dovuto fratturare la loro lingua e la loro religione per poter far posto ai nuovi arrivati”.

4.

Se l’Orinoco è l’eco interrotto di Caracas, l’Avila ne è lo specchio rovesciato e immanente. E’ la montagna immobile e selvatica che la separa dalla costa. “E’ la vertiginosa comunicazione dei caraqueños verso l’alto e fino al mare”, sorride José Balza. L’Avila è la riserva di ossigeno, è il rifugio dove passeggiare e perdersi in una natura che non si spegne.
Quando la si percorre, lungo i sentieri che si arrampicano in una vegetazione folta e selvatica, l’Avila assorbe tutto, anche l’idea che esista una città sotto i suoi piedi che ogni giorno all’alba per prima cosa la scruta per vedere con quale luce e colori abbia deciso di mostrarsi.
Javier Cerisola insegna Storia dell’architettura alla Universidad Central de Venezuela. Quando gli chiedo dell’Avila, gli si illuminano gli occhi. “L’Avila è un referente definitivo, la scrutiamo camminando, la fotografiamo ogni giorno come se non l’avessimo mai vista. Ce la portiamo dentro ed è la fonte della nostalgia quando siamo lontani da Caracas. E’ una presenza magica. Quella con l’Avila è una relazione permanente, obbligatoria, inesauribile”.
L’Avila è sopravvissuta a tutto, “nonostante sia stata usata come supporto per qualsiasi cosa: l’hotel Humboldt, le stazioni del teleferico, le torri di alta tensione, la croce di Natività e i ripetitori di radio e tv, comprese le cicatrici e le scorie lasciate per costruire tutti questi apparati”. Così scriveva nel 1992 Juan Pablo Posani, in una delle sue cronache di “Arquitectura Hoy”, riflettendo sul potenziale e l’irriducibile di questa montagna.
Eppure resta là, immobile. Si avvampa di luce o si lascia percorrere dall’ombra delle nubi. In una bella pagina dei suoi Diarios, la scrittrice Victoria De Stefano racconta che camminando tra i sentieri dell’Avila “sembrava fosse già buio perché le nuvole che erano nere nascondevano la sommità, coprendola tutta, come non fosse mai stata là, di spalle al nord, al mar Caribe, da questo lato della valle ingabbiata”.
L’Avila è là, a portata di tutti e lontana da chiunque. L’Avila è una barriera. Ma che sia una barriera contro la barbarie o la barriera che difende la barbarie, nessuno te lo sa dire con certezza.

5.

“Se con l’Avila abbiamo una relazione d’amore, con il Guaire proviamo solo rifiuto”, riprende il discorso Javier Cerisola indicando il fiume che ha visto il primo nucleo della città e che la attraversa da ovest a est. “Nessuno se n’è preso cura, è solo un corso di acqua fetido. Se la montagna ci ipnotizza, il Guaire è lo specchio su cui non ci piace guardarci”.
Il Guaire è l’ombra scura di una ferita infetta. Tre anni fa, un giorno di grandi marce antigovernative, decine di manifestanti si sono lanciati nelle sue acque marroni per scampare dai lacrimogeni e dalle cariche della polizia. La cloaca è stata un luogo di salvezza. “Siamo quelli del Guaire”, si sentiva ripetere.
Perché Caracas è anche una trappola. Il lessico e la maleza, cioè le erbacce, si azzannano tra loro. “Quando arrivarono gli spagnoli, il bledo riempiva le montagne attorno a Caracas – mi racconta Argelia Bravo, un’artista melanconica e generosa – Era amaranto: così selvatico e folto che sembrava una selva. Gli spagnoli cominciarono a estirparlo, credendolo un infestante. I nativi invece lo usavano per i suoi effetti salutari e per i rituali religiosi”.
Me importa un bledo!, si impreca abitualmente, non me ne frega niente. Argelia Bravo lo ha capovolto, in una sua lunga indagine su arte e alimenti, finendo per intitolarla Sì, me importa el bledo!. “Quando gli spagnoli vinsero l’assedio alla città lungo un mese, dissero di aver trovato in realtà uomini forti e niente affatto indeboliti. Era la forza del bledo? Comunque sia, i conquistatori finirono per sradicare una preziosa risorsa naturale e la seminarono nel loro campo linguistico dispregiativo: Me importa un bledo”.
Le trappole lessicali spuntano ovunque. Qui il barrio non è un semplice quartiere, ma gli accumuli di ranchos, casupole e tuguri affastellati sul saliscendi montuoso che cinge la città in una corona, un grumo che pulsa vita e morte come un’unica sinfonia.
Nei suoi splendidi collage antropofagi Francisco Bassim spalma ranchos sopra e dentro una serie di teste anatomiche. Non vogliono essere metafore visive, ma cartografie. Bisogna arrampicarsi lassù, con metro, metrocable o metrobus e da lassù, dalle stradine di Petare o di Catia, Caracas si capovolge in una trapunta di luci e di caos. Così come ha fatto con il Guaire, la città ha vissuto i ranchos come un’invasione e non come una parte di sé. Ha provato a estirparli e a sedurli, isolarli o comprarli, ma ne è rimasta sempre soggiogata. Ha provato a divorarli e a digerirli e le si sono germinati dentro. Forse vuol dire questo Francisco Bassim.

6.

“La continuità l’ha assicurata la bellezza. E la luce”, mi ripete José Balza. Forse è per questo che l’arte cinetica qui ha espresso le sue voci migliori. Insistendo sull’illusione, i bagliori improvvisi, le trappole ottiche, le trame luminose. E forse è questa la materia prima di una venezuelanità così indocile.
Muovendosi per Caracas si può inciampare sulle scintillanti opere scultoree di Rafael Jesus Soto e Alejandro Otero, sparse ovunque, dall’uscita della metro di Chacaito all’Autopista Francisco Fajardo. Un fulgore sotto la luce potente del giorno e un brillo argenteo quando la notte si fa largo. E così ha fatto Carlos Cruz-Diez, impastando scene di sofisticate cromie e sorprendenti artefatti luminosi che lasciano sempre un senso di perturbante bellezza.
Al Parque Central ho invece scoperto Gego. Le sue reti scultoree di alluminio e ferro, le sue Reticulareas, connettono transiti e vuoti e sembrano nidi accoglienti o trappole ingegnose, concepite apposta per quell’anfratto. Difficile dire se Gego, che pure faceva parte di quella generazione di artisti cinetici, abbia lavorato con la luce o con le ombre di Caracas.
L’ultima volta che ci sono stato, alloggiavo proprio al Parque Central. E il giorno prima di partire, quell’ultima volta che ci sono stato, la città mi ha salutato con un black-out, mentre uscivo dalla metropolitana. Il buio ha colto tutti più di sorpresa del solito. Ho camminato veloce, imitando gli altri che si muovevano a grappoli per farsi coraggio. Questa volta erano saltate alcune linee elettriche lungo le strade. La notte era interrotta solo dal punteggiare di luci nei negozietti e dalle finestre di alcuni palazzi ai lati. Ho sentito alle spalle, dove c’è la Candelaria, i primi colpi alle pentole del cacerolazo. E ho accelerato. Prima di attraversare la Avenida Bolivar, nel punto più vicino al mio edificio, ho alzato gli occhi alle finestre dove abitano i miei amici più cari. Erano illuminate.

Vesper | IUAV

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