Di fuggiaschi e di sognatori. Valigie

Gli artisti sanno quanto le valigie siano un oggetto magico, anche se sembrano innocui manufatti da trascinare in viaggio. La più famosa è quella di Marcel Duchamp, datata 1941: Scatola in valigia contiene le sue opere in miniatura, una sorta di giocoso marchingegno portatile. Il Muro Occidentale o del Pianto, invece, è una catasta di valigie alta quattro metri zeppa: nel 1993 Fabio Mauri creava un monumento all’esodo e alla fuga. Più di recente, l’americana Zoe Leonard ha allineato, una vicina all’altra, decine di valigie un po’ consunte, di varia grandezza e con variazioni di blu: la sua installazione si chiama 1961, il suo anno di nascita e così ne aggiunge una ogni anno che passa. Lo stesso oggetto insomma può cambiare drasticamente di significato.

A questo mondo intimo e nevralgico, dedica il nuovo progetto il Touriseum di Merano, lo splendido Museo del Turismo nell’antico Castel Trauttmansdorff, dove un tempo l’imperatrice Elisabetta amava soggiornare. Il 1° aprile è prevista infatti l’apertura della mostra Borse, trolley e valigie. Viaggio nella storia dei bagagli e in preparazione dell’evento ha lanciato in questi giorni una call rivolta a tutti: al Museo vogliono costruire una sorta di catalogo delle nostre valigie e dei pensieri che ci accompagnano. Per partecipare basta inviare la foto di un nostro bagaglio e un piccolo testo (info@touriseum.it).

Ora che viaggiare è diventato quasi impossibile e il mondo è tornato enorme, il Turiseum ci chiede di tirar fuori dall’armadio la cosa più importante che usiamo per partire e di fermarci a riflettere: «Quali storie ed esperienze sono per voi collegate al fare i bagagli? Che tipo di persona siete quando li preparate? Quale forza simbolica ha per voi una valigia? Cosa ci mettete dentro?».

Prima di rispondere, abbiamo provato a capire un po’ di più cosa rappresenti questo oggetto-feticcio. Duccio Canestrini, trentino, è un antropologo del viaggio: «La valigia rispecchia la nostra identità – ci dice subito – Perché, quando ci accingiamo a preparala, costringe a chiederci: di cosa avrò bisogno in viaggio? Che viaggio sto facendo? Quali priorità ho? Da questo punto di vista i doganieri sono dei fini psicologi». Ma c’è qualcosa in più, aggiunge: «La valigia evoca il mondo del consentito e del proibito, seleziona ciò che si può portare e cosa no, se e quanto vogliamo sfidare la legge e a che prezzo: droghe, armi, salami e pornografia segnano da sempre i perimetri del proibito in viaggio».

«Io sono attratta dalla valigia-wunderkammer, quella piena di souvenir – riflette Anna Quinz, che a Bolzano cura la direzione creativa di “Moreless”, la rivista impegnata a rileggere lo spazio culturale delle Dolomiti – La valigia del ritorno è sempre diversa da quella che si prepara prima di partire, si perdono o si lasciano cose e se ne riportano indietro altre. E poi ho nostalgia dei bagagli pieni di adesivi dei luoghi dove si è stati: ora abbiamo tutti bagagli asettici e standardizzati, quasi non fosse importante la destinazione».

Le valigie marchiano a fuoco la nostra biografia sociale. Così «i ricchi viaggiatori del Grand Tour scendevano verso il Sud-Europa con enormi e pesanti bauli – racconta Allegra Baggio Corradi, storica dell’arte bolzanina – I pellegrini del Rinascimento invece annodavano un piccolo tappeto, con poche cose: una conchiglia di San Giacomo, un rosario, minuscoli dittici portatili. Ogni bagaglio, compresa la bisaccia del nonno di cui abbiamo perso memoria, racconta la nostra storia».

Reale e immaginifico, anfratto simbolico e semplice utensile, gioiello di lusso o umile fagotto, resta un oggetto tutto da indagare. Nel 2015 il curatore spagnolo Nilo Casares ha convinto un folto gruppo di artisti a inviare opere in valigie delle dimensioni permesse nei voli low cost. Valija diplomatica, così si chiamava, faceva del suit-case il mezzo e l’oggetto d’arte insieme. Una volta aperti, uno vicino all’altro, componevano una sinfonia narrativa. Ora il Touriseum aspetta le nostre storie.

Corriere del Trentino | Corriere della Sera

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