Al Palazzo della Ragione, la sagoma dorata della Menorah è un tripudio di tasselli multicolori e alla base si intravede un occhio blu, uno dei più antichi amuleti contro il male. Nel cortile pensile di Palazzo Moroni due mani finiscono unite dallo stesso pollice, le dita lunghe e affusolate sembrano finire in fiammelle. Al Salone dei Vescovi del Museo Diocesano due ali si allargano, sfoggiando nove fogli di bronzo, come i biglietti piegati che si infilano nelle fessure del Muro del Pianto. Sono tre creazioni di Omar Ronda, Roland Topor e Antonio Recalcati. Si tratta di tre Chanukkiot: i tipici candelabri della tradizione ebraica per la Festa delle Luci, la Hanukkah, che si celebrerà dal 10 al 18 dicembre.
Quelli che vi abbiamo descritto sono solo alcune tra le 20 Chanukkiot, provenienti dalla Fondazione Arte Storia e cultura ebraica di Casale Monferrato e Piemonte Orientale, che si potranno ammirare nei luoghi-simbolo della città dal 29 ottobre al 18 gennaio. Portano tutti la firma di designer d’eccezione, che «si sono cimentati a rileggere un oggetto rituale e antichissimo con un linguaggio contemporaneo e personale», spiega Gina Cavalieri, la curatrice dell’iniziativa e vice-presidente della Comunità Ebraica.
La Festa delle Luci a Padova vuole essere insomma un evento corale: «La bellezza di una città e le sue potenzialità culturali sono legate al suo essere plurale», sottolinea l’assessore alla cultura, Andrea Colasio, presentando Una luce dirada l’oscurità, questo il titolo del progetto. E aggiunge come sia «necessario valorizzare tutti gli spazi, anche quelli minori, e creare forme di collaborazione strategica fra le realtà museali cittadine».
Un progetto apripista. E così troveremo un candelabro creato da Arnaldo Pomodoro in Sinagoga, incastonato su una putrella intarsiata di segni astratti e immaginari come un racconto senza tempo. E’ di Marco Lodola invece il parallelepipedo nero sovrastato da otto mani colorate che campeggerà nel Cortile Nuovo dell’Università. Altri 14 saranno ospitati nelle sale del Museo della Padova Ebraica. E infine una Chanukkiah in acciaio, su un fusto elaborato da un rompicapo geometrico, firmato Guy de Rougemont, sarà presente nel Chiostro Generale della Basilica del Santo: qui verrà accesa nel corso di una cerimonia che vedrà assieme il Rabbino e il Rettore della Basilica.
Tradizione e innovazione, rito e arte, dunque. Ma il progetto della Comunità Ebraica vuole anche essere anche «un racconto per metafore», sottolinea Gina Cavalieri: «In questo momento in cui la pandemia ha calato una coltre di buio, abbiamo bisogno di tenere accese delle luci».
La tradizione ricorda la rivolta di Mattatia e dei suoi cinque figli, soprannominati Maccabei, contro il re siriano Antioco IV Epifane, che aveva proibito la fede ebraica e profanato il Tempio di Gerusalemme, installandovi una statua di Giove. Liberi dal tiranno, nel 165 a.C. uno dei figli di Mattatia, Giuda Maccabeo, entrò nel tempio per riconsacrarlo. Accesero i lumi, ma di olio ce n’era poco, non sarebbe durato più un giorno. La storia vuole che le candele siano invece rimaste accese per otto lunghi giorni. Per questo la festa di Chanukkà dura così tanto e ogni sera, allo spuntare delle stelle, si aggiunge al candelabro la luce di una candela: la nona, quella centrale, la Shamash, si usa per accendere le altre.
«Celebrare la luce oggi non significa solo la libertà di professare la propria religione, ma più in generale di vivere la propria identità – continua la curatrice – Allo stesso tempo ci ricorda che oltre qualsiasi differenza, c’è una radice comune, che è l’umanità». Allora indica una delle più affascinanti tra le Chanukkiot realizzate dagli artisti in mostra: quella sorretta da una scritta in arabo, l’apertura delle Sure del Corano, opera in ferro intagliato a laser del libanese Alì Hassoun.
Corriere del Veneto/RCS