«C’è da salvare Luserna»: lo dice così, senza girarci attorno, Stefano Nicolussi Galeno, che lavora all’Istituto Cimbro, un po’ il cuore pulsante della comunità. Si sono contati: 260 abitanti. Quaranta sotto i 15 anni. Nel censimento del 1981 erano 450. Giusto un secolo fa erano oltre 1000. Hanno contato le case vuote e in vendita: 25. Hanno pure contato il tempo che i figli ci mettono per andare a scuola: più di un’ora per raggiungere Rovereto o Trento. Per molti la scelta più semplice resta una: andarsene.
La capitale dei Cimbri rischia di scomparire. Nessuno oserebbe chiamarla così tra le comunità disperse nelle vallate della pedemontana dove ancora si conserva la lingua germanica così come si parlava più di mille anni fa. Ma è proprio nella trentina Luserna che la lingua è viva, la usano tutti, si ingegnano a costruire le parole che mancano o le intarsiano di italiano e tedesco. Ecco perché è così importante salvare Luserna. O, meglio, Lusérn, come sarebbe giusto chiamarla.
Il centro del paese è una piccola piazza da cui la vista si apre sulla Val d’Astico, una coperta ondulata di verde e punteggiata di cime. Qui, dove il Veneto diventa Trentino, 1333 metri di altitudine, per molto tempo è passato il confine aspro tra due mondi, quello italiano e quello germanico. Per secoli le carovane di mercanti transitavano in dogana con merci e animali. A muoversi furtivi sono invece orsi e lupi. In pieno lockdown alcuni orsi che vivono nel Parco Naturale Adamello Brenta, di là dall’Adige, «hanno attraversato il fiume, superato l’autostrada e la ferrovia senza traffico e uno è stato trovato mentre si arrampicava a un poggiolo», sorride Fiorenzo Nicolussi Castellan, anche lui dell’Istituto.
A Luserna otto su dieci di cognome fanno Nicolussi. Chiedete chi sono i Cimbri e vi sentirete rispondere: «Biar soin biar», noi siamo noi. Sono stati gli altri a chiamarli Cimbri e la loro lingua Zimbarzung. Di sicuro si sa che i primi coloni bavaresi attraversarono le Alpi. La diocesi di Verona aveva promesso al monastero di Benedicktbeuern terre da coltivare. C’è un documento che lo prova: è datato 1053. Si sa anche che i nobili Ezzelini ne chiamarono altri per difendere i loro possedimenti. Da lì si moltiplicarono le comunità, sull’Altopiano di Asiago e verso il Trentino, in Folgaria, Lavarone, Vezzena.
Ma è a Luserna dove si è compiuto «un miracolo linguistico», come lo definisce lo scrittore Andrea Nicolussi Golo. Dice che è stato possibile perché «è da sempre una comunità matriarcale. Per secoli gli uomini lasciavano il paese da primavera a fine autunno per lavorare lontano; le donne rimanevano con i figli e gli anziani e si occupavano di tutto, dal bestiame alle case agli orti. E custodivano la lingua».
Luserna sta sul confine di ogni cosa. Una fortuna e una disgrazia. «Ma niente come il Novecento assomiglia alla furia di una tempesta», continua lo scrittore. Dove ora c’è il municipio, una volta c’era la chiesa. All’alba del 25 maggio 1915, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra, dai dirimpettai forti italiani è arrivata una pioggia di granate. Quel giorno, il primo caduto a Luserna non è stato un soldato, ma una ragazza di 16 anni diretta alla messa delle sei.
Quattro anni prima un incendio si era divorato Luserna per due terzi. Finita la guerra, tornati dalla Boemia dov’erano stati evacuati, i Lusérnar la trovarono italiana e pure distrutta e saccheggiata. Non sapevano ancora che sarebbe arrivata una minaccia più grave. Nel 1939 il sistema delle opzioni, deciso da Roma e Berlino, chiedeva a tutte le persone di lingua tedesca di scegliere la cittadinanza italiana (rinunciando alla propria lingua) o quella tedesca (con l’obbligo di trasferirsi nel Reich). Una vera e propria pulizia etnica: la Luserna cimbra si divise a metà. Dopo la guerra ritornarono, come sempre. «Lo sradicamento, il tradimento e i sensi di colpa furono un colpo mortale. La comunità poteva sbriciolarsi», racconta Stefano Nicolussi Galeno. Una storia dolorosa su cui è calato il silenzio: «Solo nel 2009 siamo riusciti a organizzare il primo convegno pubblico».
Luigi Nicolussi Castellan è stato sindaco per 25 anni e conosce il paese come le sue tasche. «Ci siamo rialzati tante volte», dice. «Ora ci sono delle scelte da compiere». Forse per questo lo hanno rieletto, questa volta vice, lui di sinistra, di un sindaco della Lega. «Non condividiamo niente della politica nazionale, ma siamo in sintonia sulle cose da fare qui». Quali? Investire in un turismo dolce: valorizzare l’ospitalità diffusa, la cucina speziata e un paesaggio mozzafiato. E invertire l’esodo. Un primo esperimento è pronto, ideato dalla Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri (una recente istituzione che unisce Luserna, Lavarone e Folgaria): a breve quattro belle case di edilizia pubblica, rimaste vuote, saranno date in comodato d’uso ad altrettante famiglie che hanno deciso di trasferirsi qui a vivere. Nessuno lo credeva possibile: uscito il bando a giugno, sono stati ben 38 a far richiesta, da Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e persino dall’estero. Andrea Nicolussi Golo, che è referente del progetto, spiega che «sono coppie con figli, un buon livello di reddito, professionisti in smart-working e la voglia di cambiare vita. Ora siamo pronti ad assegnare gli alloggi. E a rilanciare il bando». Il vicesindaco aggiunge: «E’ un bel progetto. Ma l’importante è che abbiano il desiderio di imparare la lingua». La lingua è il segreto, «biar soin biar».
il Venerdì