A sentir parlare di green economy, Joan Martinez Alier smorza il sorriso. «Mi viene in mente una scritta lasciata su un muro dopo la caduta dell’Urss: ora che sapevamo la risposta, ci avete cambiato la domanda. Ecco, adesso è un po’ così». Ottantunenne, economista dell’Università Autonoma di Barcellona, è il decano degli studi sull’economia ecologica in Europa. Delle decine di volumi e saggi di cui è autore, in Italia sono usciti Economia Ecologica (Garzanti, 1990) e Ecologia dei poveri (Jaka Books, 2009).
Martinez Alier fa parte di quell’area tutt’altro che marginale di ambientalismo, di mondo scientifico e di attivisti che guarda con sospetto, se non con aperta avversione, al nuovo abracadabra conosciuto come green economy. «Temo sia l’ennesimo eufemismo per proseguire come sempre. Cambiano le parole, ma l’economia che indaghiamo ogni giorno, anche quella più immateriale, digitale e di finanza, resta la stessa: ha fame di risorse che ci sono sottoterra, una volta era il carbone, oggi magari il coltan». Poi ride apertamente: «E resterà così. Perché è la più redditizia».
La formula verde è evocata da tutti, economisti, capitani d’industria e politici, l’unica capace di rilanciare un sistema economico che il virus ha svelato insostenibile e vulnerabile. Il professore catalano scuote la testa: «Negli ultimi trent’anni ci è stato promesso lo “sviluppo sostenibile”: eppure la quantità di diossido di carbonio ha continuato a aumentare in termini assoluti, con sole due eccezioni, nel 2008 con la recessione e nel 2020 per la pandemia. Cosa sia davvero lo sviluppo economico, ce lo hanno spiegato due grandi studiosi italiani, non economisti: il chimico Enzo Tiezzi e il merceologo Giorgio Nebbia».
Allora apre il sito dell’Atlante della giustizia ambientale (EJAtlas.org), creato dal suo team dell’Istituto di scienze e tecnologie ambientali: «in questo momento, dice, ci sono almeno 3125 conflitti per la terra, l’aria e l’acqua in tutto il mondo. A scontrarsi sono le persone del posto con i governi e le imprese pubbliche e private». Come dire: è credibile il coro che sentiamo?
Contro la green economy, dunque: non ci si fida di chi la propone e si contestano obiettivi e mezzi per raggiungerli. Il cuore dell’aperto dissenso è la promessa di una «crescita infinita», che finirebbe per consegnare al mercato e alla finanza qualsiasi risorsa naturale. A non convincere sono anche i pacchetti di agevolazioni e sussidi verdi che governi europei e la stessa Unione stanno adottando. «Vedo due limiti – riflette il decano dell’ecologismo – Prendiamo l’energia. Primo: non è in atto una transizione ecologica, ma una somma di fonti; il solare e il vento, ad esempio, non stanno sostituendo e rimodellando il sistema energetico, ma si sommano alle fonti attuali. Secondo: se guardiamo ai numeri, è vero che diminuisce la quota di fossili, ma non si conteggia tutto quello che importiamo e il dispendio di energia. Perché il punto è che fuori dall’Europa, in Africa e in Asia, la transizione è verso il carbone e il petrolio. Non possiamo essere miopi o furbi in un mondo così interconnesso».
Il rischio, insomma, è che le misure annunciate finiscano per essere dei palliativi o solo un’altra chimera che stavolta scommette tutto sul potere salvifico della tecnologia. In alcuni casi finiscono per essere pure dannose e truffaldine, come i “carbon credit”: «Stati e aziende virtuosi hanno venduto crediti ai meno efficienti, l’Unione Europea in prima fila con generosità, e intanto il meccanismo si trasformava in un business finanziario su cui ha lucrato chi inquinava e distruggeva l’ambiente».
Da dove partire, allora? Servono misure radicali e uno sguardo globale, ripete Martinez Alier. «Prima di tutto una seria carbon tax: il primo a proporla con autorevolezza è stato Carlo Ripa di Meana trent’anni fa, allora commissario UE all’ambiente, cominciando cauto con 10 dollari al barile. Lo fermarono subito e lui si dimise». E in contemporanea, «bisogna tagliare tutti i sussidi all’energia derivante da fossili». Ma per non essere politicamente autistici, c’è da sostenere le comunità dove si trovano le risorse e che si battono contro miniere, fracking, centrali, discariche. «E’ una responsabilità che chiama in causa la sinistra soprattutto, che non ha mai compreso il senso dell’ecologia politica. Concretamente, significa rafforzare le specifiche agenzie delle Nazioni Unite, migliorare la legislazione europea sulla responsabilità ambientale delle aziende, creare un tribunale ambientale europeo». E ancora: «Procedere al riconteggio del PIL da cui finora tutti i costi ambientali sono esclusi: i conti sono platealmente truccati».
Ma c’è un altro versante su cui investire per un’economia ecologica: le città. O, meglio, un new deal per transition towns ecologiche: «le case, le banche del tempo, le filiere corte agricole e quelle digitali in condivisione, i distretti di economia sociale, la produzione locale di energia, i co-working, le nuove forme di mutualismo», elenca il professore. E aggiunge: «La pandemia è stata una sorta di laboratorio: per la prima volta abbiamo dovuto mettere a fuoco quali sono i lavori necessari e quelli essenziali, e anche quali sono i lavori e i comportamenti dannosi». Cita Papa Bergoglio, che ha rotto la tradizione della via mediana e nella Enciclica Laudato Sì scrive: «Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro».
il Venerdì