Immaginate che le parole “Italiano” o “Italia” fossero un marchio registrato per una linea di scarpe o di tende da campeggio. Sarebbe possibile? Con la parola “Quechua” invece la Decathlon ha costruito un business di abbigliamento sportivo e attrezzature per l’escursionismo, che da Domancy, angolo incantato dell’Alta Savoia, ha invaso il mondo. Forse in pochi sanno che il quechua è la lingua che amalgamava l’impero Inca e tutt’ora è parlata da oltre 8 milioni di persone, 3,8 milioni nel solo Perù.
Il quechua è la lingua dei vinti. E il fatto di parlarla è fin dai tempi della colonia un marchio di esclusione. Finora, «persino chi pronunciava lo spagnolo con il ritmo canterino proprio del quechua è sempre stato deriso e si sentiva obbligato a occultarlo», racconta a IL Jeremias Gamboa, uno dei più brillanti scrittori latinoamericani. Perché? «Qui siamo tutti mestizos, meticci. E così, più che il colore della pelle, è stata la lingua a stabilire il grado di bianchezza: più l’accento è motoso, andino, meno sei bianco e dunque più sei disprezzato ed escluso. Lo sforzo è sempre stato quello di blanquear la lingua, sbiancarla da ogni traccia quechua. Un meccanismo durato secoli, imposto in modo violento a tutti e introiettato silenziosamente da ciascuno».
E’ vero che il quechua dal 1975 in Perù è lingua officiale, ma nessuno lo ha mai preso sul serio. E ha continuato ad essere sinonimo di periferia sociale. A un certo punto, però, qualcosa è cambiato. A maggio, in una Lima sferzata dall’epidemia e serrata in quarantena, gli uffici della capitale lanciavano un corso base on-line di quechua. Una piccola iniziativa per appassionati: 18 lezioni per un massimo di 250 studenti. Eppure: dopo un’ora, le iscrizioni erano già mille. Quattro giorni dopo, 73 mila. Il clamore è stato inevitabile. E tutti si sono resi conto che qualcosa di importante è successo in Perù.
In realtà il cambio è stato lento ma inesorabile. Chi è riuscito a fare del quechua un fenomeno pop sono soprattutto alcune star musicali, a cominciare da Renata Flores, diciannovenne icona del trap e del rap nella lingua dei nonni. Diventata celebre per una versione in quechua di The Way You Make Me Feel, ha poi infilato una serie di successi con testi sul potere delle donne e l’ecologia, contro gli abusi del potere e la violenza. E tutto con uno stile seducente e sofisticato. La cantante è stata capace di suscitare un senso di orgoglio e a farlo diventare cool, soprattutto tra i giovani.
Per altri, la quarantena ha giocato da leva per ritrovare le proprie radici. A Jeremias Gamboa è successo così. «I miei genitori vengono da Ayacucho, nelle viscere del Perù, proprio come Renata Flores. Tra loro sussurravano in quechua quando non volevano farsi capire dai figli, magari parlando di sesso o politica, ma ci hanno impedito di usarlo. Avevano sofferto così tanto. Mio padre mi racconta che a scuola i maestri lo punivano se parlava quechua e i compagni lo deridevano. E lui per ripicca ha imparato uno spagnolo bello e ricco, pur avendo potuto studiare poco. Con mia madre si è trasferito a Lima, lavorando tutta la vita come cameriere».
Anche Gamboa a maggio ha iniziato a seguire un corso on-line «e per ironia della sorte la mia insegnante impartisce lezioni dalla Spagna». Per lui significa riscoprire la lingua dei padri: «ll quechua lo tenevo dentro. Più imparo, più mi riempie un vuoto ed emerge una parte occultata di me – dice con la voce che si incrina dall’emozione – Chiamo mia madre al telefono e finalmente posso usare la sua lingua. Lei mi parla, non capisco tutto, ma mi lascio abitare da quella lingua così ricca e potente».
Alla fine magari non lo sapevamo, ma quello di un brand sportivo molto popolare è, in realtà, il nome di una rivoluzione gentile in corso.
IL / il Sole 24 Ore