«Il giorno di solstizio d’estate la luce del sole entra da questa finestra ed esce esattamente da quella sul lato opposto, laggiù, verso il parco. Il salone è attraversato da un perfetto fascio di luce». Antonio Foscari si ferma un attimo. Sembra incuriosito da un nuovo dettaglio. Siamo seduti sotto il portico, segnato da sei colonne ioniche come un tempio greco, due rampe di scale ai lati, larghe e nude. La semplicità con cui l’edificio si presenta, nasconde in realtà una complessità sontuosa. La firma è quella di Palladio. Siamo alla Malcontenta.
Di fronte scorre il fiume: è quel Naviglio del Brenta che nella lunga stagione d’oro della Serenissima è un ingorgo di barche, merci e uomini indaffarati. A fine Cinquecento, possiamo immaginare lo stupore di chiunque passasse di fronte alla Villa, navigando da Padova a Venezia. «All’epoca non esisteva niente di simile», continua Antonio Foscari. Discendente dalla famiglia che ha voluto questa dimora nel 1555, ne è tornato in possesso quattro secoli dopo. Architetto, ha dedicato al genio palladiano libri e saggi: l’ultimo, Vivere con Palladio nel Cinquecento, è appena uscito per le edizioni Lars Müller.
Antonio Foscari ogni tanto si rifugia qui con la moglie, Barbara Del Vicario, «ma lei soffre il freddo – sorride – e questa casa si riscalda e si raffredda lentamente». Da tutti è conosciuto come «Tonci», in tanti lo chiamano «professore» per gli anni trascorsi all’Università Iuav di Venezia e c’è ancora chi gli si rivolge con un «conte», ma lui alza gli occhi al cielo, «nessun patrizio si sarebbe mai fatto chiamare così, i veneziani erano fieramente repubblicani», chiosa.
Palladio riceve l’incarico dai fratelli Nicolò e Alvise Foscari, una delle famiglie più potenti e ricche della Serenissima. L’architetto disegna un cubo su tre piani. In quello nobile, ai due lati del salone centrale si aprono gli appartamenti dei fratelli, ognuno con tre stanze. «L’attenzione di Palladio per le proporzioni armoniche si rifà all’unica matematica allora esistente, quella euclidea». Insomma, tutto dev’essere perfettamente coerente, «ma soprattutto profetico, nel senso di grande tensione alla modernità».
Comunque i due Foscari non commissionano una tenuta agricola, ma una vera dimora suburbana, a un passo da Fusina, dove sfocia il fiume, là dove tuttora ci si imbarca per Venezia. Malcontenta: così si chiama questo angolo di Riviera del Brenta. E con quel nome è conosciuta da tutti la villa. Si dice che Malcontenta sia la contrazione di «mal contenuta», riferita all’acqua del fiume che qui esondava spesso. Per altri, invece, Malcontenta sarebbe Elisabetta Dolfin, sposa di Nicolò, accusata di scandalosa licenziosità e finita segregata in villa. «Una storia di cui non c’è traccia», scuote la testa Antonio Foscari. Infelice, sarebbe proprio lei il fantasma che si aggira tra le stanze e che in tanti giurano di aver visto: «In cinquant’anni non mi è mai capitato».
Un’altra Elisabetta, ma di cognome Loredan, è moglie di Alvise. In uno dei tanti affreschi che decorano le pareti del piano nobile, è ritratta vicino a un paggio mandato dal marito per chiederle di raggiungerlo nella sua stanza. «Proprio quel dipinto ci racconta cosa succede: alla morte di Nicolò, Alvise prende possesso di un appartamento e l’altro lo riserva alla moglie».
Ma cosa significa vivere in una simile casa in quell’epoca? Partiamo dalle tre stanze di ogni appartamento: una grande rettangolare funge da living e camera da letto, una quadrata dove incontrare «i virtuosi amici» e magari ospitarli, e infine una terza rettangolare più piccola, ma con le stesse proporzioni della prima, dove il «padrone» mangia e studia. L’arredamento? Minimo. Per lo più casse dove riporre libri, documenti, argenteria, vestiti. Poche cose, seppur preziose.
I pasti si consumano a un tavolo approntato su dei cavalletti, sopra cui viene steso un tappeto, coperto da una tovaglia stirata e inamidata secondo regole precise. Il bagno? Si può forse allestire una tinozza a piano terra, vicino alle cucine, ma «all’epoca la regola è non lavarsi: la pelle è considerata permeabile, l’acqua calda allarga i pori da dove, ne sono convinti, passano le malattie».
«Dimenticate i concetti di igiene, di privacy o di confort per come li conosciamo ora. E pure quello di famiglia: in questa casa ci soggiornano almeno quaranta persone in totale promiscuità». Solo i figli di Alvise e di Elisabetta sono almeno una dozzina, che mangiano peraltro in una stanza a piano terra e mai col padre.
Eccoci di sotto, allora: «qui si muove la servitù: si macellano le carni, si lavano i piatti usando l’acqua del fiume, si fanno i bucati. In una stanza si tengono appesi pavoni, polli e prosciutti; attorno a un tavolo si ammassa il pane e si attizza un fuoco sempre acceso». Un andirivieni incessante, compreso il via vai di chi porta le derrate all’ultimo piano, grano e fagioli custoditi come un tesoro. Da un piano all’altro si accede attraverso una stretta scala a chiocciola dentro la casa.
Se c’è un banchetto, si preparano il salone a piano nobile e il portico: memorabile la visita di Enrico di Valois, ospite di Venezia, tappa di un lungo viaggio che lo porterà ad avere la corona di Francia. A ogni banchetto, attorno a chi è seduto si muove una folla di musici e camerieri, mentre un pubblico di nobili in piedi osserva la scena come a teatro. Eventi rari, tanto più che la Serenissima tiene sott’occhio le frequentazioni dei suoi grand comis, per prevenire congiure e tradimenti.
La Malcontenta è una fabbrica di storie. Travolta dalla tempesta napoleonica, la villa ritrova la sua vitalità negli anni Venti del Novecento, quando viene scoperta da tre giovani bohémien: Paul Rodocanachi, Albert Clinton Landsberg, detto “Bertie”, e la baronessa Cathérine d’Erlanger. Pur con tutti i segni del tempo, la Villa sul Brenta diventa un salotto dove risuona la musica di Cole Porter e si daranno appuntamento Sergej Djagilev, Boris Kochno, Le Corbusier, Paul Morand e persino Winston Churchill.
Antonio Foscari ci scrive un libro, Tumulto e ordine (Electa, 2013). I tre giovani, dice, sono uniti da un intreccio d’amore e di complicità, «vivono un momento di formidabile cosmopolitismo, che oggi non esiste più perché è scomparso quel tipo di società: i pesci rossi ci sono, ma non c’è più l’acquario». Fatto sta che tra il 1924 e il 1939 sono loro i protagonisti di «un mondo singolare dove le avanguardie, le aristocrazie perdute di tutta Europa, i rivoluzionari e i dandy condividono un enorme senso di libertà».
La guerra spazza via tutto. Le leggi razziali tengono lontani i tre di origini ebraiche. Bertie Landsberg torna nel 1947. «Un giorno vede in giardino un ragazzo bellissimo e raffinato, intento a disegnare». E’ l’inglese Claud Phillimore: «dopo poco gli regala la villa». Sarà lui a venderla a Antonio Foscari nel 1973. «Ho cominciato a scoprirla da studente di architettura, quando il proprietario d’inverno se ne andava in un luogo tiepido per sfuggire alle nebbie della pianura». Ricorda: «Mio padre non mi ha mai detto che era appartenuta alla famiglia, né mi ha mai parlato di Palladio: mi ripeteva solo di avere rispetto, ché era un luogo importante». Allora chiude i balconi e si avvia verso Fusina a prendere il battello che lo riporta a Venezia.
il Venerdì