Ora Venezia cambia canale

«I xe tornài». Quando ancora le frontiere erano chiuse e si circolava tra mille limiti, non era raro sentire i veneziani ripetere a voce bassa: «I xe tornài», sono tornati. Lo dicevano come nei film dove ricompaiono gli alieni, indicando con angoscia qualcuno. Durante l’epidemia, i 52 mila residenti in centro storico sono rimasti a lungo increduli a non vedere più turisti e a sapersi soli laggiù, nell’isola in mezzo alla laguna. Ma i fantasmi dell’orda continuavano a perseguitarli. Tuttavia, passata l’euforia iniziale, i veneziani hanno sentito la bancarotta avvicinarsi e sono partiti i timidi inviti a tornare. Quando da tutta la regione prima e dal resto del Paese poi è ripreso l’afflusso di visitatori, soprattutto nei week end, non sembravano proprio contenti perché, dicevano, era gente di «campagna», che per loro significa tutto ciò che c’è di là dal ponte che li lega alla terraferma.

Per ora i veneziani devono accontentarsi degli arrivi dalla «campagna». Nessuno sa prevedere che piega prenderà il viavai di turisti, ma tutti gli operatori hanno messo in conto un anno in congelatore. E poi? Tutta la macchina tornerà a pieno regime come prima? Lo dubitano in molti. Potrebbe essere peggio di prima? Alcuni sono pronti a giurarci. E se ci fosse un’alternativa? E se l’alternativa fosse dimenticare Venezia? Dimenticare quella Venezia impressa sui dépliant dell’immaginario, vero combustibile di una macchina fuori controllo, e ritrovare la città per quello che è davvero. E scoprire, magari, non solo un potenziale ma anche una realtà che gli stessi veneziani spesso non conoscono.

Una piccola prova l’hanno avuta qualche giorno fa, quando si sono visti recapitare a casa una busta con delle banconote d’autore, ognuna disegnata da un grafico che vive e lavora in città e poi passate nelle rotative dell’unica tipografia attiva, le Grafiche Veneziane. Una provocazione: «Quando abbiamo saputo che la Biennale posticipava la mostra di architettura all’anno prossimo, prima ci siamo angosciati, poi ci siamo guardati negli occhi – racconta Filippo Ranchio, uno dei soci della stamperia – Qui c’è un mondo di lavoratori invisibili: si occupano di comunicazione e grafica, allestitori, curatori, sound-designer che devono fare alleanza, hanno professionalità riconosciute e opportunità di lavoro». E’ stata una sferzata: a decine hanno firmato il loro appello e si sono fatti avanti. Ed è solo la punta di un iceberg.

Venezia ha un’economia reale che non coincide solo con il turismo. E soprattutto ha una geografia che è un po’ più grande del Canal Grande e del bacino di San Marco. Un famoso poeta veneziano, Mario Stefani, una volta ha scritto che «se Venezia non avesse il ponte, l’Europa sarebbe un’isola». Interpretava un sentimento comune anche se alterato della realtà. «Mai la Serenissima, nemmeno nei suoi anni di splendore, si è sentita autosufficente nella città d’acqua – racconta Gianfranco Bettin, sociologo, scrittore, da molti anni protagonista della vita pubblica in città – E’ un’idea piuttosto recente e inverosimile». In realtà, se Venezia si togliesse l’idea che ha venduto di sé stessa, troverebbe «in pochi chilometri quadrati un concentrato di infrastrutture culturali, industriali, ferroviarie, portuali e aeroportuali e di servizi come poche altre città possono vantare». Insomma, il destino malvagio che la vorrebbe divorata dal turismo o dalla solitudine è un artefatto.

Alla parola porto, i veneziani si infuriano con le grandi navi da crociera, ma in pochi conoscono il loro porto commerciale, giusto in fronte, di là dal canale, un enorme hub che nel 2019 ha movimentato 24,9 milioni di tonnellate di merce. Il settimo in Italia, il terzo per trend di crescita. 1259 imprese coinvolte, quasi 20 mila addetti. E ancora: quanti sanno che qui, a due passi dai docks, ci sono i più grandi molini d’Europa? Se non bastasse, spostando di poco lo sguardo, si vedrà la Fincantieri che sta raddoppiando gli stabilimenti.

Il fatto è che l’ingresso di Venezia nel XX secolo è stato disegnato dal conte Giuseppe Volpi, così cinico e visionario da inventare la Mostra del cinema al Lido e costruire Porto Marghera. A un secolo di distanza rappresentano i poli economici e i perimetri amministrativi della Venezia che conosciamo.

In mezzo, ai piedi del ponte, dagli anni ’90 si allunga il Vega, il Polo Scientifico e Tecnologico. Nonostante la gestione disastrosa e la fantasia di diventare il cuore high-tech del Veneto, qui ci sono start-up di eccellenza quasi sconosciute. E’ stato grazie al film di Andrea Segre, “Il pianeta in mare” (peraltro scritto assieme a Gianfranco Bettin), che in molti hanno sentito parlare di Alpenite, una delle più importanti imprese di e-commerce, web-design e social-marketing. Marco Dalla Libera, uno dei sei soci fondatori, ci racconta che Alpenite fa ormai parte di un conglomerato di aziende, “Arsenalia”, con uffici in mezza Europa e 400 addetti, metà dei quali lavorano a Venezia. «Questo è un contesto strategico, con un indotto, delle connessioni e una proiezione invidiabili», dice. Nel Vega ora è entrata l’Università Ca’ Foscari che ha ampliato i suoi corsi nei settori più avanzati della nuova economia e vanta a Mestre un grande campus informatico e scientifico. «Le Università, l’Accademia e il Conservatorio, assieme alla Biennale e al mondo culturale cittadino, rappresentano un eco-sistema di ricerca e produzione che ha pochi paragoni», sottolinea Bettin.

Vladi Finotto insegna Economia e gestione delle imprese proprio a Ca’ Foscari: «Quello che non funziona è l’idea di replicare incubatori uguali in tutto il mondo, senza fare i conti con i singoli contesti». Ad esempio, Venezia «può diventare una piattaforma diffusa di incubatori: con tutti gli immobili lasciati liberi dal turismo, si potrebbero attrarre ricercatori, creativi, sviluppatori, lavoratori della conoscenza e ospitarli in residenza, mettendoli al servizio della città». In altre parole, c’è lo spazio per «nuove imprese e professionisti che parlino con il tessuto imprenditoriale e lo possano spingere in avanti con soluzioni su misura».

Se ancora qualcuno pensasse che questa non è Venezia, dovrebbe andare a Cannaregio, dietro al Ghetto, alla Fornace Orsoni. Un gioiello di fine Ottocento, ma soprattutto una delle aziende di mosaico uniche al mondo, capace di ricoprire di tasselli d’oro moschee e chiese di mezzo mondo, da Dubai a Bucarest fino a New York. Riccardo Bisazza, che l’ha rilevata quattro anni fa, ha stretto un’alleanza con altre tre imprese del centro storico veneziano, le prestigiose tessiture Bevilacqua, i merletti lussuosi di Martina Vidal e il raffinato design in legno Lunardelli, per «un progetto di bottega di nuova generazione – spiega – un laboratorio di artigianato che utilizzi digitale e realtà aumentata, creativi e professionisti come solo a Venezia si possono incontrare tutti insieme».

Insomma, se si dimentica Venezia, si incontra Venezia. «Spetta a noi uscire dal vicolo cieco – ripete Gianfranco Bettin – Il turismo è un’economia di prepotenza. Ora sembra spazzato via ma potrebbe ritrovare lo stesso spazio, se non riconosciamo a noi stessi che abbiamo già tutto ciò che serve per poterlo riempire».

il Venerdì

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