La mia «Lingua Madre»

«Attrito»: è la parola che più è ricorsa al telefono con Maddalena Fingerle. E’ l’attrito di lingue che battono nella sfera pubblica e nell’intimità dei pensieri e pure l’attrito delle identità che crepitano muovendosi. Lei ha messo in piega questo mondo di tensioni in un testo, Lingua madre, che le è appena valso il prestigioso Premio Italo Calvino riservato agli scrittori e alle scrittrici esordienti. A Monaco, dove è impegnata nel suo dottorato in italianistica, la voce di Maddalena Fingerle non nasconde l’emozione.

Nata a Bolzano nel 1993, la sua lingua madre è l’italiano, anche se il cognome è di origine tedesca ereditato da un nonno. Vive ormai da sette anni in Germania, dove è andata a studiare prima ad Augusta e poi all’Università a Monaco. «La mia famiglia non ha mai avuto alcun problema con il mondo tedesco, cosa non scontata in una terra che su questo ha conosciuto molti attriti. Gliene sono grata. E io, che sono sempre stata affascinata dalla cultura e dalla lingua tedesca, ho voluto entrarci dentro fino alle viscere». E’ così che Maddalena Fingerle si è trovata a studiare germanistica. Sorride: «Quando poi ho cominciato a frequentare il corso di italianistica, ho sentito la voce da cantante lirico del professore. Forse è stato quello che mi ha fatto appassionare anche della fisiologia dell’italiano».
In realtà, «ho sempre avuto l’ossessione delle parole, fin da piccola. Ho sempre creduto di non avere pensieri in testa ma catene di singole parole. Con mia nonna mi divertivo a studiare dizione, mi incantavano i suoni, la musicalità della lingua. Mi affascina tuttora il mondo delle traduzioni».

E’ stata da questa girandola di conflitti e di passione attorno alle parole che è nato Lingua madre. «Un testo cresciuto lentamente dentro – dice – Poi per scriverlo è stata questione di pochi mesi, da sera a mattina tutto d’un fiato». La storia? «Il protagonista è un trentenne, Paolo Preschel, nato a Bolzano, che decide di imparare il tedesco quando smette di parlare italiano. Lo fa dopo la morte del padre, un fatto tragico di cui Paolo si sente in colpa». Maddalena Fingerle si ferma un attimo: «Il padre soffriva di afasia, che poi è solo una lingua silenziata». Comunque, Paolo Preschel «a Berlino parla tedesco, ma pensa in italiano».

In questo cortocircuito, «il protagonista ha una vera ossessione per le parole, in particolare per quelle sporcate, quelle che sua madre usava ipocritamente con gli altri. Perché alla fine siamo le parole che usiamo». Lo stesso nome, Paolo Preschel, è l’anagramma di «parola sporca» e così tutti gli altri personaggi si chiamano con giochi lessicali. Se le si fa notare che il protagonista assomiglia molto a lei, Maddalena Fingerle ride apertamente: «Potrebbe essere il mio alter ego? Però lui è molto più pazzo di me».

Lingua madre si annuncia come una straordinaria architettura narrativa. I giurati del Premio Calvino hanno definito il testo come «un romanzo compatto di grande maturità che riesce nella sfida di tenere insieme leggerezza e profondità». E ancora: con «uno stile impeccabile» Fingerle ha affrontato «il complesso tema della parola tra pulizia e ipocrisia nel singolare contesto del bilinguismo altoatesino».
E’ proprio questo terreno nodoso che l’autrice prova a dipanare attingendo ai grimaldelli della lingua. «Perché non c’è solo l’attrito tra il mondo italiano e quello tedesco, ma anche dentro quest’ultimo tra la lingua standard e le varianti sud-tirolesi». Tutto porta inevitabilmente a smottamenti emotivi e psicologici.

Il fatto che sia una donna a prendere la parola su questo mosaico può fare la differenza? «Spesso la parola pubblica di una donna finisce per essere sminuita o le viene tolta autorevolezza. E’ una realtà che forse percepisco più in Italia che in Germania». D’altra parte, i pregiudizi sono duri a morire: «Utilizzo sempre una voce maschile quando scrivo. Mi è capitato di vincere un concorso letterario, ma i giurati erano convinti fossi un uomo. Un caso?». Eppure, aggiunge Fingerle, «dovremmo imparare a decostruire queste dimensioni di maschile e femminile cementate nel tempo. Se mi chiedete chi sia il mio modello di femminilità, vi direi Paolo Poli». Ulteriori attriti.

Ora la aspetta la pubblicazione del suo Lingua madre. «Mi dicevano che scrivere un romanzo è come costruire una casa. Ora che sto davvero costruendo una casa nella campagna bavarese di Allgäu, capisco cosa intendessero dire».

Corriere del Trentino

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