Costa Rica, elettrico in cielo e sulla terra

Il futuro è elettrico, nello spazio e sulla terra. Franklin Chang Diaz l’ha capito fin da quando guardava la Terra dallo Shuttle. E’ stato il primo astronauta latinoamericano: dal 1986 ha effettuato sette missioni e passato oltre 1600 ore nello spazio. Quindici anni fa, congedatosi dalla Nasa, ha aperto la sua impresa, una sede a Houston e una nel suo paese natale, il Costa Rica. Ad Astra Rocket Company è ora considerata una delle imprese più innovative d’America, dedicata com’è alle soluzioni più avanzate di mobilità. Elettrica, ovviamente: motori al plasma per lo spazio e all’idrogeno per la terra.

Per raggiungere Ad Astra bisogna attraversare un campus immerso nel verde, a pochi chilometri dal centro di Liberia, a nordovest del Costa Rica, verso le spiagge del Pacifico. Qui vi è l’unica stazione di idrogeno esistente dalla frontiera del Messico con gli Usa fino alla Terra del Fuoco. I pannelli solari danno energia per produrre l’idrogeno e le pompe di rifornimento aspettano che anche nella regione si apra l’epoca delle auto elettriche. E’ solo questione di tempo.
Ma è sui trasporti spaziali che sembrano essere a un passo da qualcosa di storico. Franklin Chang Diaz, un settantenne dallo sguardo gentile e un piglio pragmatico, promette di portare gli uomini su Marte in 39 giorni, anziché un anno. Come? Con il suo «vettore di magnetoplasma a impulso specifico variabile», più conosciuto con l’acronimo VASIMR.

A lui piace raccontare che aveva solo 7 anni quando si innamorò del lancio dello Sputnik 1 e 17 quando scrisse a Houston per chiedere come fare per andare a lavorarci. Lasciò il Costa Rica per studiare ingegneria meccanica all’università in Connecticut, «oltre che la lingua inglese», sottolinea. E poi al MIT ingegneria nucleare e fisica applicata al plasma, il quarto stato della materia. Finché il suo sogno riuscì ad avverarsi: nel 1986 il primo lancio nella navetta Columbia e «da lassù la terra sembra pacifica e insignificante». Quando si ritirò dalle missioni, l’agenzia spaziale aveva bisogno di capitali privati e intelligenze. E’ così che è iniziato il successo di “Ad Astra”.

José Antonio Castro Nieto, il direttore scientifico, ci accompagna nei laboratori. Cosa sia un motore al plasma, potremmo spiegarlo così: si inietta il gas in una camera ionizzante, all’interno di un tubo avvolto in un magnete; una serie di antenne a onde radio convertono il gas in plasma freddo che entra in sezioni booster e in un campo magnetico nella parte finale del razzo. Il processo elettrico fa surriscaldare il plasma e lo spinge a far partire il vettore.

«A differenza dei motori tradizionali, usiamo elettricità per produrre velocità», spiega Castro Nieto. Per farlo ci vogliono temperature che arrivano a 1 milione o 2 milioni di gradi, quando normalmente non superano che alcune migliaia di gradi. «Nessuna reazione chimica è in grado di farlo, né alcun materiale può reggere». Per di più, oggi ad ogni lancio vengono bruciate 10 tonnellate di carburante al secondo, qualcosa di insostenibile.
Così è nato il VASIMR. «Il paradosso è che i vettori al plasma sono meno potenti di quelli tradizionali che hanno una forte accelerata e poi fluttuano: i nostri partono lenti e moltiplicano la velocità con la distanza». E andranno così veloci che, «diretti su Marte, a metà viaggio dovranno girare su stessi e rallentare».

Ma a che punto è questa tecnologia? Castro Nieto ci spiega come il protocollo della Nasa preveda 9 step da superare per entrare in produzione. «Aspettiamo di passare il livello 6, ovvero “pronti per i test nello spazio previe ulteriori prove a terra”, a un passo dal prototipo da inviare nello spazio. Ce la faremo nell’arco di 3 anni. Per far questo servono circa 90 milioni di dollari: la Nasa sta contribuendo, ma la maggior parte sono investimenti privati». Tutta questa fase si sviluppa ormai solo a Houston: «qui in Costa Rica abbiamo lavorato agli esordi e poi trovato il modo per mantenere la temperatura stabile». L’obiettivo di “Ad Astra”, sottolinea Franklin Chang Diaz, «è soprattutto il trasporto di rifornimenti e cargo verso gli strati più lontani dall’atmosfera dove le altre imprese ancora non arrivano, con tecnologia più economica e più efficiente». E allora niente sarà più come prima.

La Stampa

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