Quarantena, un archivio sentimentale

L’hanno chiamato “Museo della Quarantena”. La vecchia macchina da cucire di Laura, una Pfaff degli anni ’60: «Ho cucito un prendisole pensando all’estate che arriverà, perché arriva sempre». Le scarpe sportive di Roberta «hanno salito e disceso gli stessi 32 scalini per 2 mila volte». Il pigiama blu a pois bianchi di Teresa: «Era di mia madre. Indossarlo voleva dire starle vicino anche se non c’è più». Un pulviscolo di visioni, come cronache minute della quarantena. Oggetti a cui ci si è aggrappati. Sono loro i protagonisti anonimi e poetici di questa nuova collezione di cui si è dotato il Museo Diocesano Tridentino.

Per creare il Museo della Quarantena hanno lanciato l’idea nei social: sono arrivate decine di foto, ognuna con la propria scheda, il nome dell’autore, la data dell’oggetto, il motivo, lo stato di conservazione. Per ora sono più di 100 le immagini catalogate. Lo descrivono come «un museo virtuale al quale tutti sono invitati a partecipare perché non importa la natura dell’oggetto, l’unico vincolo per entrare a far parte della collezione è il significato che ha avuto durante l’esperienza del lockdown».

Un archivio sentimentale: «Abbiamo passato un periodo inusuale e difficile per tutti, doloroso per molti – racconta la direttrice del Museo, Domenica Primerano – Abbiamo anche visto un mondo diverso, riscoperta la lentezza, respirata un’aria più pulita. Abbiamo persino ritrovato i balconi come un luogo che ci sembrava accessorio e magari conosciuti i vicini di casa che fino ad allora erano degli estranei. Forse è giusto provare a trattenere un po’ quei pensieri».

Da qui ha preso avvio il Museo della Quarantena, un’operazione corale «attorno al filo rosso della cura», come spiega la direttrice: «Ogni oggetto è stato usato da ciascuno come uno strumento di cura, grazie a quale si è affrontata la situazione traumatica dell’isolamento». Ogni oggetto ha una sua storia, ma tutti assieme dipanano in qualche modo una storia collettiva. Che sia il rosario di Assunta o il cavatappi di Mavi, i peluche di Benedetta o la bicicletta su cui ha passato ore Matteo per rimetterla a nuovo, aspettando di poterla usare presto.

Per molti il lockdown è stata anche l’occasione per instaurare paradossalmente un nuovo rapporto con l’esterno. Non solo il poggiolo dove Claudia si è «sentita parte del mondo». Ma anche il prato verde pieno di rugiada, che Mara ha fotografato perché quel velo di gocce era qualcosa su cui fino a quel momento non si era mai soffermata nella fretta della routine. David ha immortalato le sue clarks, usate nelle uscite quasi furtive, «fedeli compagne nello scivolare discreto tra gli alberi, portando a casa terra e sassi». Matteo e Anna, invece, si sono fatti un orticello in terrazzo, «coltivando a metro zero».

Il Museo della Quarantena, insomma, ricompone le fiches di un’opera d’arte sociale. In progress, naturalmente: si può continuare a inviare immagini, via email (lorenzaliandru@mdtn.it) o via messanger facebook o instagram (tramite la pagina del Museo Diocesano).

La direttrice vorrebbe spingersi più in là, dice: alla riapertura al pubblico, prevista per il 2 giugno, lo vuole installare in una piazza trentina, «ma soprattutto mi piacerebbe usare queste immagini per aprire in ogni quartiere una riflessione collettiva su cosa è successo e cosa vorremmo che fosse la nostra vita sociale ora». E si chiede: «Vogliamo davvero tornare alla normalità? E quale? Quella di prima?».

Il fatto è che la stessa idea di museo è cambiata radicalmente, e in qualche modo questo progetto non è che un assaggio. «Il museo può più essere un luogo autoreferenziale, che dall’alto dei suoi saperi sceglie opere e le presenta al pubblico. Mai come ora il museo dovrà cambiare paradigma, essere davvero una spugna che assorbe e rilascia, un’antenna che capta e trasmette». E aggiunge: «Il Museo della Quarantena nasce da riflessioni che l’isolamento ha solo accelerato, ma vengono da un percorso su cui già avevamo provato a sperimentarci. Ora è arrivato il momento di entrare in un terreno nuovo».

Corriere del Trentino

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