Dodicianni. In bilico tra musica e arte

Si è fermato a tirare il fiato. Senza essere costretto a fare cose che gli altri si aspettavano facesse. Sarà che anche lui, come tutti, si è trovato rinchiuso per l’epidemia. Sarà la vista che si gode dalla sua casa di Bolzano, «un bosco che si estende per venti chilometri», dice. «Ti cambia lo sguardo sul mondo e su te stesso». Ma ammette che sul tavolo ha nuovi progetti pronti a partire. Quando, non dipende da lui. Quali, non lo rivela. Di sicuro un nuovo disco e poi un paio di performance. Sempre con il suo team di collaboratori, primo fra tutti Alessandro Cavestro.

Andrea Cavallaro, in arte Dodicianni, in realtà di anni ne ha 31. Dodici ne ha spesi al Conservatorio di Adria, dove si è diplomato in pianoforte (oltre a laurearsi in Beni Culturali). «Dodicianni, Dodicianni», si burlava il suo amico con cui lavorava nello studio di registrazione di Castelfranco Veneto. «A un certo punto mi è parso un bel nome, adatto a me». Un giorno ha confessato come il suo approccio con la produzione artistica sia infantile. Sorride: «Lo è, perché è empirico, tattile, fisico, giocoso, affrettato». E’ stato in quello studio che si è rifugiato notte dopo notte a comporre. Ballate da cantastorie. Era il 2013 e il successo raccolto subito con “Canzoni al buio” lo ha preso di sorpresa. Un astro nascente a Nordest.

«Collaboravo con Edoardo Pellizzari e, quasi per gioco, abbiamo pensato di scrivere a una decina di ingegneri del suono americani». Non avevano idea che di lì a poco Howie Weinberg li avrebbe chiamati a Los Angeles. «Immaginatevi due ragazzotti della provincia veneta a Bel Hair negli studi dove sono passati i Nirvana e Jeff Buckley e gli U2».

Ride Dodicianni. Ma le cose a quel punto si sono fatte serie: una produzione impeccabile, il lancio, le decine di date in tutta Italia e poi dritto in un Busker Tour, a suonare nelle strade di mezza Europa. «E’ stato in Lussemburgo che ho conosciuto mia moglie». Si ferma un attimo: «Qualcuno potrebbe dire che è piuttosto inusuale trovare moglie in Lussemburgo, ma a me è successo». Bolzanina. E così si è ritrovato a vivere in Alto Adige. «Ma ad essere sincero le mie radici salde nel Veneto profondo me le porto dentro» e ricorda di essere originario di Cavarzere, in quel lembo di veneziano che guarda al Polesine. Lo dice con una tenerezza amara e malinconica, come sa solo chi proviene da un piccolo paesino disperso nella pianura.

Sono posti che ti invitano a sfidarli. E allora nel 2016 sono sbucati ovunque manifesti con il volto di Angela Merkel e la scritta “Angela ad Adria”. «E’ stata la prima volta che mi misuravo con un’azione performativa – racconta – Una sorta di messa in scena, che ho alimentato con un sito apposito e alla prima notizia avevo già 10 mila condivisioni. Le forze dell’ordine preoccupate, il sindaco agitato. Volevo suscitare sconcerto, attesa e che tutti ci chiedessimo: dove viviamo? cos’è questo luogo?».

Un lunedì mattina di un anno dopo, Rovigo si è trovata invece 12 corpi sotto un lenzuolo bianco in piazza Garibaldi. Ognuno con un’etichetta e ciascuna con le frasi raccolte i giorni prima per strada: “Dovrebbero annegare tutti”, “Gli africani sono pigri”, “A me non interessa”. Poche ore dopo, Dodicianni rivendicava in un video la paternità dell’opera, «una scossa per renderci conto del peso delle parole». “The weight of the words”, questo infatti il titolo. Azione poi replicata alla stazione di Padova.

In bilico tra musica e performance, l’artista non ama incasellare le sue creazioni: «Per me sono solo mezzi espressivi con linguaggi diversi, ma spesso con registri simili». E così, quando gli si chiede quale sia il suo giacimento creativo, non esita a dire: «La lirica». Non è solo perché la madre è una cantante lirica «e sono cresciuto con le arie della “La fanciulla del West”» (e con un padre operaio «che mi sostiene da sempre»). Ma per «la capacità che ha la lirica di produrre immagini. Prendetr Puccini: è stato il più grande compositore di musica per il cinema, prima che il cinema esistesse come lo conosciamo. Lui trovava le melodie perfette per ogni storia, tessendo un quadro dopo l’altro, immagine dopo immagine». E aggiunge: «Devo alla lirica il piacere di creare, le immagini che compongo e persino certe melodie».

Musica e performance, dunque. Due anni fa al Museion di Bolzano ha realizzato “No frame portrait”, ritratto senza cornice. Dava appuntamento a chiunque volesse farsi ritrarre. Non su foglio: per ognuno improvvisava al pianoforte un pezzo, seguendo le emozioni che si dispiegavano nella stanza fra due sconosciuti. Operazione poi ripetuta a Bologna e a Berlino. «Era un azzardo – ricorda – Avevo creato una pagina in cui offrivo ai primi 50 che mi scrivevano un ritratto. L’imbarazzo, la sorpresa, la tensione, i sorrisi mi aiutavano a comporre. Poi inviavo a ciascuno il proprio ritratto in mp3».
Cosa abbia in serbo Dodicianni non si sa. Forse ora starà ascoltando la “Bohème” per l’ennesima volta, «perché ancora mi commuove».

Corriere del Trentino

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