Da Badia a Milwaukee, i 35 giorni dei Pescosta

Nel novembre del 1921, sul parapetto della nave passeggeri Presidente Wilson due fratelli avvistavano sbalorditi l’enorme porto di New York. Per Angela, 22 anni, il mondo era la Val Badia. Vinzenz, 29 anni, costruttore di altari, almeno era stato al fronte, aveva visto i confini dell’Impero. Ma nei 35 giorni di viaggio che li ha portati fino a Milwaukee il mondo si era davvero spalancato a entrambi. E’ così che ogni giorno lo hanno raccontato nel loro diario.

Quasi un secolo dopo, quel quaderno è arrivato nelle mani di Werner Pescosta, loro lontano nipote, ricercatore storico all’Istituto Ladino Micurà de Rü. Dalla Val Badia alla Val Gardena a Milwaukee. Storia di una famiglia badiota emigrata in America, edito dall’Istituto, è ora in stampa, anche se con tempi di uscita condizionati dall’epidemia.
Werner Pescosta ha trascritto il diario, ricostruendo il contesto e le origini di una struggente e complessa vicenda familiare. Ne è uscita una storia delle migrazioni che ha segnato così tanto la vita di milioni di uomini e donne umili, e pure un documento prezioso sull’identità delle valli ladine, all’epoca segnate dalla miseria e dal trauma della Grande Guerra.

La destinazione di Milwaukee non era casuale. «Era la città dove si erano rifugiati tanti artigiani, artisti e falegnami di lingua tedesca – racconta Werner Pescosta – Una città tedesca nel cuore degli Stati Uniti». Il primo gardenese a fare fortuna laggiù come artista del legno è stato Alfons Moroder Lusenberg, sbarcato negli States nel 1908: è stato lui, sembra, ad aiutare Vinzenz e Angela ad affrontare il viaggio. Il diario era la prova della loro sfida al destino. Peraltro «un gesto non poco faticoso – racconta Werner – Parlavano in ladino e scrivevano in tedesco. Ma il loro tedesco era semplice e povero e nel diario è senza punteggiature, come un flusso di pensieri lungo 35 giorni».

I Pescosta erano conosciuti come i d’La Ioja, dal nome del maso di famiglia situato fra le odierne viles di Craciurara e Peslalz, nel comune di Badia.Famiglia misera e piuttosto sfortunata. I genitori, Felix e Marianna Adang, oltre a Vinzenz e Angela, avevano avuto altri sette figli. Uno di loro, il minore, Josef Sepl sarebbe diventato il nonno di Werner.

Il viaggio di Vinzenz e Angela iniziò il 26 ottobre 1921, da Badia verso Bolzano e da qui a Venezia, via Verona. Il visto per gli Usa e il biglietto: 12600 lire, una bella somma per l’epoca. A Trieste, il porto di partenza della Wilson, restarono fermi una settimana. La città in festa per il 4 novembre, ma loro, affezionati alle radici asburgiche, vedevano il tricolore come Trauer Fahnen, le «bandiere del cordoglio». Tra le centinaia di persone che si imbarcavano, incontrarono tanti ebrei, diretti in Palestina e negli Usa, poveri e malconci, anche loro in cerca di fortuna. Ma Vinzenz e Angela, impregnati della cultura antiebraica così diffusa all’epoca, li guardavano con aperto disprezzo

Salparono solo il 10 novembre, attraversando l’Adriatico sferzati da una continua bufera. Fino ad arrivare a Napoli, di cui lasciarono un ritratto di miseria, bellezza e caos. E poi Algeri, grande, scintillante, piena di «mori», francesi, ambulanti, militari, carrozze, tuguri e hotel. Affrontarono un Atlantico d’inverno, tra tempeste, conati, febbri e pranzi con i tavoli provvisti di asticelle per tenere fermi piatti e bicchieri. E poi il silenzio tra il cielo e l’oceano. La malinconia, pensando alla famiglia: «l’immenso dispiacere che abbiamo provato a dovervi lasciare è davvero indescrivibile». Ed è ecco New York, il porto immenso e gremito. Raggirati, senza soldi, i due fratelli alla fine si trovarono in treno per Milwaukee.

Nella città americana Vinzenz mise radici, lavorando come designer presso la European Statuary & Art Company, fino alla fine della sua vita. Due anni dopo, lo raggiunse il fratello Franz, anche lui artigiano e scultore del legno. Angela tornò a Badia più volte, sposandosi nel 1929 e rimanendo quasi intrappolata in vallata fino al 1955, anno in cui ripartì per l’America. Dieci anni dopo fu la volta di Irma, sua figlia maggiore. Pare avesse fatto i passaporti anche per i suoi nove figli, ma il marito, con cui i rapporti ormai erano tesi, aveva bloccato la loro partenza. Legami spezzati e ritrovati: è stata proprio una nipote americana di Irma a contattare i cugini badioti, rivelando di avere il diario. E da lì è arrivato nelle mani di Werner. Lui ricostruisce con maestria tutti i rami della famiglia Pescosta, un albero frondoso tra le vallate ladine e gli States.

Corriere del Trentino

Lascia un commento