Questo è il paese dove si contano gli omicidi su twitter, come si fa con gli indici di Borsa. Il primo tweet dell’anno ha un tono entusiasta: «Chiudiamo il 2019 con il mese più sicuro dagli accordi di pace del 1992», quelli che hanno messo fine alla guerra civile degli anni ‘80. Il primo sabato di gennaio: «Oggi zero omicidi». In El Salvador ci si sorprende quando nessuno viene assassinato. E negli ultimi sei mesi ci si è sorpresi spesso: negli obitori sono entrati il 60% in meno di corpi crivellati di colpi, per la maggior parte vittime della guerra tra le maras, le famose gang come la Salvatrucha e la Barrio 18, le più forti ed efferate.
Tra le strade della capitale i salvadoregni sfoggiano una leggera euforia. Che siano i venditori ambulanti del centro o i professionisti che si incontrano nei mall eleganti, tutti fanno un nome: Nayib Bukele.
Il nuovo presidente è entrato in carica infatti a giugno, dopo aver vinto a man bassa le elezioni del 3 febbraio. La prima sfida non poteva essere che stabilizzare uno dei paesi più violenti al mondo. Il 2019, secondo la Polizia nazionale, si è chiuso con “solo” 2374 assassinii, mille in meno dell’anno prima. Ma è stato solo negli ultimi sei mesi che il bollettino in twitter ha cambiato drasticamente di segno. La ricetta di Bukele, per ora, è più repressione e più investimenti sociali.
La prestigiosa università dei gesuiti, la UCA, ha sondato gli umori dopo i primi mesi di presidenza. Omar Serrano, filosofo e vice-rettore, ci mostra i dati: per il 93% dei salvadoregni Nayib Bukele sta lavorando bene o molto bene, per il 51% è migliorata l’economia del paese, il 70% si dice sicuro che andrà meglio quella della propria famiglia. «Qualunque idea si abbia, è evidente che qualcosa di inaspettato è successo nel paese», sottolinea Serrano, che pure non nasconde il suo scetticismo.
Ma chi è Nayib Bukele? Capelli impomatati, grandi occhi neri, barbetta curatissima, sorriso un po’ ammaliatore e un po’ impertinente, questo 38 enne di origini palestinesi è figlio di uno degli imprenditori più conosciuti del paese, Armando Bukele Kattán. Scomparso nel 2015 a 79 anni, impresario con interessi diversi dalla chimica alle televisioni, non faceva parte della tradizionale oligarchia ma era molto conosciuto per essere un uomo colto, progressista e filantropo, tanto che è facile imbattersi nei murales con il suo volto in giro per la capitale, soprattutto nei barrios più poveri. Il figlio Nayib, molto attivo con la propria impresa di pubblicità, si è lanciato in politica nel 2012, diventando prima sindaco di Nuevo Cuscatlán e poi di San Salvador, sotto le insegne del FMLN, il partito di sinistra erede della guerriglia.
«Io credo che fin da quando era sindaco Bukele avesse chiaro di voler diventare presidente», ci racconta una sua stretta collaboratrice. L’appuntamento è in uno Starbucks fuori da occhi indiscreti: «E’ un uomo gentile, estremamente curioso, determinato, che sogna di rivoltare dalle fondamenta questo paese». Lo racconta così, con gli occhi che le brillano esattamente come ai 1,2 milioni di followers in twitter, che lo seguono come una popstar.
Per chi lo detesta, invece, è un uomo autoritario ed egocentrico. L’ultima prova Bukele l’ha servita il 10 febbraio: infuriato perché il Parlamento non gli autorizzava un prestito per comprare forniture a esercito e polizia, ha trascinato una folla di sostenitori di fronte al palazzo legislativo e lui stesso è entrato assieme a un gruppo di soldati armati fino ai denti. Bukele ha pregato, per poi dire che Dio gli avrebbe consigliato prudenza. Uno show minaccioso e patetico, che ha fatto strabuzzare cancellerie e Ong.
Chi lo detesta di più è la vecchia guardia del FMLN. Sospettando le sue ambizioni, prima lo hanno espulso dal partito e poi hanno tentato in tutti i modi di sbarrargli la corsa presidenziale. E lui, cosciente del discredito dell’intera classe politica, ha afferrato un partito-taxi, GANA, un piccolo gruppo peraltro di destra, e alla fine ha rastrellato più voti degli altri partiti messi insieme. Lui stesso si definisce né di destra né di sinistra.
«E’ finita un’era politica in El Salvador», riflette Carmen Valeria Escobar, della rivista Gato Encerrado, uno dei media indipendenti digitali che stanno riscrivendo con successo il panorama informativo del paese. «La guerra civile vissuta dai nostri genitori è stata devastante. Noi siamo nati e cresciuti con gli accordi di pace: una transizione durata quasi 30 anni, 10 governati dalla destra e 10 dalla sinistra, i due protagonisti della guerra finiti sotto le macerie della corruzione e di una violenza di strada che non sembrava finire». Lei osserva Bukele, il presidente millennial, come viene chiamato, con molti dubbi: «E’ geniale a usare gli strumenti del marketing. Governa per narrazioni e sembra allergico alle critiche».
Nayib Bukele usa twitter per mettere alla berlina i suoi nemici, per dare istruzioni ai ministri (di cui tutti, compresi gli avversari, riconoscono grandi competenze), condivide sdegno o entusiasmo, lancia progetti, racconta i suoi viaggi all’estero e risponde a singoli cittadini. Quando qualcuno gli ha scritto che era «il presidente più cool», lui ha rilanciato il tweet, trasformandolo in brand.
I suoi calzini colorati e le sue giacche di pelle si vedono in giro indossati da molti ragazzi che ne hanno fatto una moda. I suoi selfie irriverenti e il suo ottimismo veemente spronano un paese pieno di cicatrici. «I due partiti storici sembrano non capire la lingua che parla – sorridono Ricardo Correa e Eduardo Umaña, di un altro web media, VoxBox, ritmo veloce e curiosità da inchiesta – Ma è lo stesso linguaggio delle fasce urbane più giovani e di quelli della diaspora che lo trasmettono alle famiglie sparse nelle campagne. Bukele ha fatto diventare cool parlare di politica, prima c’era solo paura a farne cenno in pubblico».
Lui intanto non ama i bagni di folla, che non siano digitali. Quello del 10 febbraio è stata un’eccezione. Ha fatto solo tre discorsi in pubblico, ma tutti sul calco delle liriche di grandi poeti salvadoregni. Chi è allora Nayib Bukele? Omar Serrano riflette: «La mia idea è che sia uno straordinario surfista, che ha visto l’onda giusta e l’ha presa. Il fatto è che tutti guardano lui e non si accorgono dell’onda».
L’onda è il terreno sconosciuto in cui è entrato il paese, sembra l’impressione di tutti. Niente di simile è successo prima. Nayib Bukele è pragmatico fino al cinismo. Da Pechino è tornato con tre regali: un nuovo stadio, una grande biblioteca e un impianto di depurazione dell’acqua. E con Trump è in luna di miele: il suo è uno dei paesi nell’occhio del ciclone per le carovane di migranti verso gli Usa, là dove vivono 3 milioni di salvadoregni. Bukele ha accettato di accogliere un giorno gli espulsi dagli Usa in attesa di asilo e in cambio riceve investimenti e aiuti («Chi si aspettava che facessi il muso all’uomo più potente del mondo, si sbagliava»).
Il suo obiettivo dichiarato è fare de El Salvador un hub di economia digitale e una meta di turisti. Ai suoi ministri ha chiesto di ricostruire le infrastrutture, snellire la burocrazia, avere connessioni e bande super larghe. Per farlo, dice, l’unico modo è iniettare entusiasmo e spegnere la violenza. Ci sta riuscendo? Luis Monterrosa, sociologo delle trasformazioni urbane, riflette: «Tutti hanno fallito con la repressione. Il governo precedente ha provato ad accordarsi con i capi gang in prigione, senza rendersi conto che le maras non hanno una cupola. Ed è stato un disastro». Un’idea il sociologo se l’è fatta: «L’unica possibilità è lavorare nel territorio, in ogni barrio. Si può negoziare con i mareros salvaguardando la loro incolumità e migliorando le condizioni di vita delle loro famiglie e del quartiere. Non chiedono altro. Chi di noi lavora sul campo, lo sa». Una via d’uscita indicibile. Ma che sia questa la mossa silenziosa di Nayib Bukele, sono in molti a pensarlo. D’altra parte, come dice la sua consulente, «per capire Bukele bisogna pensare a cosa non è Bukele».
Vanity Fair