Dimenticate Venezia. C’è Pellestrina

«Il mare non respira più, il vento si è spento ed è sempre bonaccia. Come siamo arrivati a questo punto?». La voce si incrina di rabbia e gli occhi azzurri sembrano brillare ancora di più. Se Greta Thunberg vivesse a Pellestrina, forse si chiamerebbe Gianfranco Vianello e avrebbe 83 anni. «Non possiamo essere così crudeli con la natura». Una vita da pescatore e da marinaio in Arsenale, lui ricorda bene quando la laguna ghiacciava d’inverno e in primavera arrivavano banchi di pesci così grandi da dar lavoro a centinaia di famiglie. «Che cosa abbiamo fatto?».

Per la Serenissima, Pellestrina era preziosa. Era il chiavistello per lasciar fuori i pericoli, che fossero uomini in armi o il mare in tempesta. La più a sud tra le isole, tra la laguna e il mare. A nord il Lido e a sud Chioggia, a separarli due piccoli bracci d’acqua che in ferry si coprono in cinque minuti. Una bava di terra, lunga più di 10 chilometri e così stretta che ogni mareggiata sembra sul punto di ingoiarsela. E’ successo nel ’66 con l’alluvione che l’ha fatta evacuare. E così nel novembre scorso, sferzata da uno scirocco tropicale e segnata da due morti. «I castighi del mare», li chiama Gianfranco Vianello. Allora, i Dogi avevano fatto costruire i Murazzi, una difesa in pietra su cui tuttora si può camminare. E tra i Murazzi e il mare, una spiaggia arruffata e nuda.

Oggi per chi abita a Venezia questo è solo un orlo della laguna, un parente povero da far visita a luglio e ad agosto, quando le feste dei santi si infiammano di processioni e il pesce sfrigola sulle griglie, le balere agitano le piazze e la pelle si increspa di salsedine. Per chi abita a Mestre, invece, Pellestrina forse non è neppure Venezia, ma solo un luogo esotico, distante un bus, un vaporetto, un altro bus e un ferry per più di due ore di viaggio. Eppure stiamo parlando della stessa città, che in primavera aprirà i seggi per eleggere un unico sindaco. Chi ci vive spesso dimentica quanto sia complessa: un tempo questa era la sua forza, oggi invece sembra una maledizione.

Per ricordarselo, venire a Pellestrina sarebbe un buon esercizio. D’altra parte qui non hanno mai pensato di separarsi, magari per unirsi a Chioggia che pure è dirimpettaia. E quando qualcuno l’ha proposto, l’idea è caduta nel vuoto. «Noi siamo veri veneziani», si sente spesso dire. E se si chiede cosa pensino dei cinque tentativi per fare di Mestre e Venezia due comuni, l’ultimo con il referendum del 1 dicembre scorso, scrollano le spalle. Qui le urne sono andate deserte: «Mi sembra un’idea assurda, siamo sempre stati un’unica cosa, ognuno diverso, ognuno mette il suo», sbotta Maria Vittoria Tagliapietra, che dirige l’Ufficio Postale. Ma cos’è Venezia? «La città». E Mestre? «La campagna». Sorride: «E noi un’isola. E allora?».

Pellestrina è una piccola comunità, dove tutti si conoscono e sono abituati a condividere tutto. Certo, a volte ha un po’ l’aria da Twin Peaks e loro non fanno niente per smentirlo. D’inverno, quando si avvolge in una solitudine umida e fredda, la gente del posto guarda con curiosità i pochi «foresti» che ci mettono piede. D’estate invece arrivano frotte di turisti attratti da qualcosa di autentico, amanti della bicicletta pronti a godersi l’unica spiaggia di tutto il litorale non data in concessione ai privati. Da alcuni anni, soprattutto padovani, vicentini, veronesi hanno preso casa e si rifugiano qui qualche mese. E finché Airbnb non ci mette il naso, l’isola ha più di un motivo per vantare quello che Venezia non offre più.

«Certo, qui i turisti si sentono così liberi da girare anche in bikini», scuotono la testa le signore intente a spazzare la chiesa di Ognissanti. Stefania Busatto, Giovanna Busetto e Maria Grazia Bullo si siedono, scopa in mano, sotto il grande reliquiario: «Eppure qui siamo al sicuro. Siamo abituate a lasciare la porta di casa aperta». Cosa vi preoccupa allora? «I nostri ragazzi: se ne stanno andando», dicono in coro.

Un tempo questa era un’isola di pescatori. «Si imparava a nuotare prima che a camminare», ricorda Gianfranco Vianello. Oggi ne sono rimasti non più di un centinaio. Qualcuno sussurra che alla fine degli anni ’90 in tanti si sono arricchiti. Era il boom della vongola verace e i caparozzolanti, così vengono chiamati, ogni notte riuscivano a guadagnarci anche 500 euro. Poi i blocchi della pesca e la stretta alle pratiche illegali e abusive hanno chiuso la stagione d’oro. «Macché ricchi – si inalbera Roberto Giada, 65 anni, pescatore da quando ne aveva 15, mentre sistema la sua barca, la «Filippo T» – Questo è sempre stato un mestiere duro e da poveri».

Fatto sta che la maggior parte ha scelto di lavorare fuori, soprattutto pubblica amministrazione e municipalizzate. «Siamo rimasti in 3500. Perdiamo 50 abitanti ogni anno. Molti se ne vanno, soprattutto giovani, per trovare nuove opportunità. Ma per chi ci abita la qualità della vita non ha paragone», racconta Danny Carella, il giovane presidente della Municipalità che accorpa le isole di Lido e Pellestrina.

Le Municipalità sono i vecchi consigli di quartiere che il sindaco uscente Luigi Brugnaro ha svuotato di risorse e competenze, accentrando le decisioni. Per risparmiare, ha sempre detto. Carella 5 anni fa è stato eletto a sorpresa in quota PD, anche se queste isole sono sempre state bottino della DC prima, poi di Forza Italia e ora ammaliate dalla Lega. Il sindaco-imprenditore, sostenuto dal centro-destra, gode di gran successo da queste parti e il fatto che venga dalla terraferma non sembra proprio un problema. «E’ un uomo pratico – dice Filidea Bergamasco, che da 60 anni gestisce il Bar Dea – E a differenza degli altri sindaci è venuto più volte a Pellestrina. Si sono sempre sentiti, come dire? aristocratici, ecco».

Luigi Brugnaro scommette su una vittoria al primo turno, favorito anche dalle lotte interne alle opposizioni, che peraltro non lo hanno mai impensierito in questi anni. Da uomo spiccio, Brugnaro ha trovato una soluzione alla venezuelana: lasciato a mani vuote il presidente della Municipalità, ha nominato in parallelo un suo pro-sindaco per il Lido e un delegato speciale per Pellestrina. Alessandro Scarpa Marta è l’uomo di fiducia per l’isola: «Ci siamo concentrati sulle cose utili: la messa in sicurezza delle fermate degli autobus, la pista ciclabile, l’illuminazione, il restauro del cimitero. E fra un po’ arriveranno 35 bus elettrici e l’elisoccorso». E poi riflette: «La politica, senza la comunità locale, che senso ha?».

Qui hanno affrontato così tante avversità che sembrano voler centellinare le cose importanti. In quest’isola non si sente il rosario di recriminazioni che fa sempre compagnia ai veneziani né quel sottofondo rancoroso che spesso sbuca in terraferma. «Si chiama resilienza», dice Carella. «E comunque non siamo un’isola di lotte e vendette». E così Pellestrina alla fine si rivela una lezione per la città. Anche nel misurare le distanze che appaiono sempre insormontabili.

La dimensione metropolitana di Venezia si misura da terra e acqua. E spesso lo si dimentica. Ma qui «nasciamo pendolari. Il viaggio è dentro di noi», sorride Giuseppe Ghezzo, vice-presidente della società di calcio. «I ragazzi vanno alle scuole superiori a Venezia o a Chioggia. E gli adolescenti, come mio figlio, vanno in terraferma al cinema o nei locali. E tornano con calma di notte». «A Mestre andiamo a fare le spese o ai centri commerciali o per una visita specialistica – racconta anche Maura Vianello, titolare assieme alla sorella Cesarina di un negozio di alimentari che sembra un magnifico set degli anni ’60 – Abbiamo vaporetti e ferry, bus ogni mezz’ora e di notte ogni ora. Siamo abituati».

Qui il resto del mondo bisogna accettarlo così com’è, per lo più ovattato. Che si guardi da una parte o dall’altra, sempre acqua si vede. Calma, fino al prossimo castigo del mare.

il Venerdì

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