Ha ricostruito il monumento equestre di Anastasio Somoza, il fondatore della dinastia che per quarant’anni governò il Nicaragua. Poi ha chiesto alla gente del quartiere di legarlo e tirarlo giù, proprio come successe nel 1979 quando un popolo in rivolta metteva fine alla brutale dittatura. Era la rivoluzione sandinista.
Alejandro De La Guerra, 33 anni, uno dei migliori artisti latinoamericani, ha replicato quel gesto corale e ne ha fatto una installazione acquisita dalla Fondazione Ortiz Gurdián. Un modo per ribaltare la retorica della rivoluzione e «ricordare che qui la storia ha preso una smorfia tragica e sembra ripetersi», dice.
Il Nicaragua ha anticipato di un anno l’incendio sociale che in questi mesi è appiccato in tutta l’America Latina. Qui, nell’aprile del 2018, in massa hanno contestato il regime di Daniel Ortega, che al tempo della rivoluzione era il volto dei liberatori e da quando è ritornato in sella nel 2007 ha trasformato il paese in un luogo claustrofobico, in mano al suo clan familiare. A un anno di distanza questo è un paese triste e una pentola a pressione. Ecco perché l’opera di De La Guerra è una visione così potente.
Quella degli artisti, soprattutto giovani, è una piccola comunità vibrante e irriverente col potere. Racconta Fredman Barahona (30): «Sappiamo che ci dobbiamo scontrare sia con un regime paternalistico e autoritario, sia con un ordine machista e conservatore che contamina anche l’opposizione». Sfida non facile. Barahona attinge in modo straordinario alle tradizioni culturali indigene e popolari e le mischia nelle sue performance con i linguaggi queer, per contestare le identità sessuali, di classe e razziali.
Su un orizzonte simile, anche Miguel Diaz Rizo (28). Il suo alter ego, Lola Rizo, manipola il registro delle drag queen, sostituendo il solito fasto dei costumi con un travestitismo sdrucito e poetico, «per portalo fuori dal mainstream, sul terreno della realtà che è brutale e a cui bisogna reagire».
Costruire nuove comunità, dunque, sembra il loro obiettivo. Lo sa bene Patricia Belli (55), l’infaticabile animatrice di Espira, un’associazione che si riunisce nella Galleria Códice della capitale. Dal 2005 è il più prestigioso centro di formazione d’arte, pur informale: «Per farlo abbiamo attinto a fondi internazionali – racconta – come la Fundation for arts initiatives, per progetti non d’arte realizzati da artisti, o l’olandese Hivos, con cui abbiamo creato un programma tivù per costruire un pubblico amante dell’arte». Ma aggiunge: «La vera sfida è non lasciare soli gli artisti. Nell’attuale crisi politica ed economica, rischiamo di perdere un grande capitale umano».
Resiste la Fondazione Ortiz Gurdián, proprietà di una delle famiglie più ricche del paese, che nel 2000 ha aperto il museo a León, acquisendo e restaurando sei case coloniali adiacenti e collegandole tra loro. Un intero caseggiato, 5 mila mq, per una delle collezioni più grandi in America Latina. Alberto Torres, che la dirige, ricorda le 10 edizioni della Biennale nicaragüense e altrettante di arte centroamericana. «Ora la crisi ha bloccato tutto – dice – ma questo è uno spazio rimasto sempre aperto».
Ci mostra un’altra opera di Alejandro De La Guerra, un grande carosello in cui gira un cavaliere che ogni volta finisce per sbattere con la testa su un palo fisso a terra. Un altro monito, nella tragica parabola nicaraguense.
IL | il Sole 24 Ore