Per migliaia di soldati italiani, la guerra non è finita il 3 novembre 1918, ma due anni dopo. Erano militari di lingua italiana arruolati dall’Impero austro-ungarico e rimasti intrappolati nei giri infernali della Storia. E’ stato solo l’8 febbraio 1920, infatti, che un primo gruppo, soprattutto trentini e dalmati, riusciva a sbarcare a Zara proveniente dall’Estremo Oriente e a fare ritorno a casa. Nei mesi successivi sarebbero rientrati anche tutti gli altri. «Erano sopravvissuti a una guerra dentro un’altra guerra, dall’altra parte del mondo», ci racconta Quinto Antonelli, a lungo responsabile dell’Archivio della scrittura popolare al Museo storico del Trentino, da cui è in pensione da soli sei mesi.
Lo storico trentino si è occupato nelle sue ricerche delle auto-narrazioni di grandi fatti, ha scavato nelle memorie della guerra, i diari e le lettere dei soldati, contribuendo così a scrivere pagine di storia dimenticate e personali. Suoi sono i volumi, “Storia intima della grande guerra” (Donzelli, 2014, pagg310), “Cento anni di grande guerra” (Donzelli, 2018, pag.454), “I dimenticati della grande guerra. La memoria dei combattenti trentini” (Il Margine, 2014, pagg.332), solo per citarne alcuni. Ora sta curando gli atti di un convegno internazionale tenuto a Trento, in occasione delle celebrazioni per il Centenario, sui tanti che si sono opposti alla tragedia del primo conflitto mondiale.
Com’erano finiti in Oriente questi soldati?
«E’ una di quelle storie poco conosciute della Grande Guerra. Furono almeno 60 mila i sudditi dell’Impero Austro-Ungarico, di lingua italiana, mandati al fronte, per la maggior parte trentini. Vennero inviati a combattere i russi in Galizia, nelle regioni orientali austriache. In 12 mila persero la vita in battaglia. Altri finirono, almeno 10 mila, prigionieri in Russia. Di questi, circa 4000 furono imbarcati ad Arcangelo, sul Mar Bianco, e tornarono a casa tra l’ottobre e il novembre 1916. Altri rientrarono grazie allo scambio di prigionieri, a seguito della pace di Brest-Litovsk e il ritiro della Russia alle prese con la Rivoluzione».
E gli altri?
«Proprio nel caos della Rivoluzione, una missione italiana ne condusse circa 2500 in un viaggio infinito in Transiberiana verso la concessione militare che il nostro paese aveva a Tientsin, non distante da Pechino. Erano convinti di tornare in Italia. In realtà, solo i più provati e i malati vennero inviati con due piroscafi verso San Francisco e da lì diretti in Europa. Gli altri furono mandati a combattere i Bolscevichi, a fianco delle truppe “bianche”, come da accordi con gli alleati. Si ritrovarono in un’altra guerra. Fu un incubo. Firmata la pace, non avendo navi per evacuarli dalla Cina e da Vladivostok, il governo italiano noleggiò le imbarcazioni al Giappone. E finalmente tornarono, i primi proprio l’8 febbraio di cento anni fa».
Come vennero raccontate le peripezie da loro vissute?
«In parte furono usate dalla retorica nazionalista, come una storia di eroi che prima si erano sottratti al giogo austriaco e poi avevano combattuto dall’altra parte del mondo e per di più contro i bolscevichi. In realtà è stato molto dopo che, con il fiorire degli studi di storia orale e popolare e la riscoperta delle microstorie e della storia sociale, che si è potuto tracciare i contorni di questa vicenda e raccontarne la complessità. Ad esempio sul sentirsi italiani, su come la guerra e la prigionia avessero segnato questi uomini, sul ruolo dei battaglioni contro i bolscevichi, sulla relazione tra idee politiche e senso nazionale».
Al loro ritorno trovarono un mondo stravolto.
«Si ritrovarono una terra diventata italiana e con alle spalle un inferno di oltre 5 anni. Ai soldati che tornarono nelle loro case in Alto Adige andò ancora peggio: l’italianizzazione procedeva veloce e il fascismo poi fece terra bruciata di tutto un mondo culturale e linguistico, negando la loro storia e cancellando la loro vicenda umana».
Perché è una vicenda così poco conosciuta?
«E’ stata davvero vissuta come una scoperta. Così come le migliaia di lettere e i diari scritti dagli stessi soldati al fronte, un enorme e prezioso archivio di eventi raccontati dai protagonisti. Ci sono storie rimaste sepolte nel silenzio e rimosse. Dopo la guerra la memoria pubblica si è concentrata sulla vittoria e sull’irredentismo. E, dopo la seconda guerra mondiale, c’era tutta la vicenda del fascismo e della Resistenza da tramandare. E così c’è voluta un’altra generazione di storici per mettere mano alle pagine rimosse della Storia, in particolare a partire dagli anni ’80 e ‘90».
Oggi si continua a scavare nelle pieghe di quel conflitto?
«Sì, girando per l’Italia ho trovato un fiorire di ricerche locali, che provano a ricostruire la guerra da un punto di vista sociale, delle comunità, del fronte interno. Sono indagini nelle fabbriche dell’epoca e le regole durissime di lavoro, il pesante autoritarismo e la limitazione delle libertà personali durante il conflitto, le condizioni di vita e la fame che si è sofferto».
Finite le celebrazioni, cosa secondo lei è rimasto ancora da raccontare?
«Ho l’impressione che abbiamo finito per celebrare una sorta di neo-patriottismo e così persiste la convinzione che si sia trattato, nonostante tutto, di una guerra giusta, mentre la Storia ci ricorda che è stata una guerra di aggressione, dopo un patto segreto firmato a Londra. Ci si dimentica che gran parte degli italiani erano contrari a entrare in guerra e che in tanti si sono opposti, nel paese e al fronte, in tanti modi. Ci si dimentica del valore dei disertori e di chi si è sottratto a una gigantesca carneficina. Tutto questo è stato rimosso e credo sia giusto riportarlo alla luce».
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