Alla Vigilia di Natale, 23 mila salmoni sono fuggiti dall’allevamento di Caucahue in Chiloé, la grande isola nel sud del Cile. Non è la prima volta che succede ed è niente a confronto dei 700 mila evasi nel 2018. Importati a inizio Novecento, si sono adattati bene alle acque fredde e pulite alla fine del mondo. E chi ne ha fatto un’impresa si è arricchito a dismisura fin dagli anni ‘80. Ogni tanto le salmoneras finiscono nell’occhio del ciclone, magari per gli antibiotici o per una epidemia come quella terribile del 2006.
I salmoni in fuga prendono la via del Pacifico, tentando la sorte nella maestosità gelida dell’oceano. Altri temono l’ignoto e la mancanza di cibo e così finiscono riacciuffati. «Sono carnivori e cacciatori e ritrovano la loro natura anche se addomesticati. E così tengono sotto scacco l’eco-sistema», racconta Claudio Rivas, un biologo marino dell’Università di Puerto Montt.
Qualche giorno dopo, ed era ormai Natale, di là dalla Cordigliera dove già è Argentina, uomini della comunità mapuche hanno occupato una porzione dei 120 mila ettari della EstanciaEl Maitén, una delle proprietà dei Benetton, che qui allevano pecore per i loro maglioncini di lana. A differenza dei salmoni, i Mapuche sono pueblo originario, ma come quei pesci ogni tanto insorgono in nome dei diritti ancestrali. Nel 1641 gli spagnoli firmarono proprio qui l’unico trattato di pace con un popolo nativo, fissando la frontiera sul Río Bio-Bio che separa il Sud dal resto del paese. Francisco López de Zúñiga y Meneses, secondo marchese di Baides e conte di Pedrosa, dovette ammettere che dopo 100 anni di guerra la Corona non era riuscita a vincere la resistenza della gente di Patagonia.
Solo a fine Ottocento, il nuovo Cile indipendente riuscirà a prendere possesso di queste terre, battute dalla pioggia 300 giorni l’anno, spazzate dai venti e scosse dal tremore delle viscere tettoniche. Ci riuscirono chiamando immigrati dalla Germania e dall’Austria, dando loro terra e la libertà di sparare. Ancora oggi, tra loro si chiamano «colonos» i discendenti di quegli europei che qui incontrarono una nuova Baviera. Le chiese e le case di legno, che punteggiano lecittadine disperse tra le Ande e il mare, lo testimoniano con la loro architettura severa e pulita.
L’odore del vento sempre gravido di perturbazioni ha intarsiato l’indole di ogni vivente, così come le schiene di ghiaccio che scendono a picco sulla Laguna San Rafael. Il mondo gelido e le correnti del Pacifico hanno frantumato la costa in un ricamo di fiordi, ritagliando grappoli di isolotti e canali che sembrano le dita con cui la terra si aggrappa di fronte a tanto spavento e a tanta meraviglia.
Verso la Cordigliera, si allunga il Lago General Carrera e le cromie bluastre, assieme a una patina perenne di licheni, coprono tutto, comprese le case immerse tra eucalipti e pini, mentre i bollitori friggono sopra le stufe a legna. Sul Rio Murta il paesaggio cambia d’improvviso: nel 1991 una terribile eruzione del vulcano Hudson ha lasciato un cimitero naturale, là dove un tempo erano radure fertili e boscose.
Percorrere la «Ruta de los Parques» ti fa crescere i denti sugli occhi, ti spinge a incrociare i vivi e i morti, l’epica della natura e le disgrazie del passato, la crema bavarese e le carni arrostite alla croata, la cantilena del Mapudungun (la lingua mapuche) e la serenità di aver un duende (un folletto) in casa. La Ruta corre dal Sud più profondo, quello raccontato dalla penna magistrale di Francisco Coloane, fino alla Regione dei Laghi: 2800 km di aree protette, 17 parchi, 11,5 milioni di ettari.
«Da tempo osserviamo i cambiamenti climatici – spiega Rivas, il biologo – E se al centro-nord del paese sono molto marcati, qui la natura è così dinamica che riesce a mitigarli. Eppure le piogge sono più forti, il freddo è più gelato, il caldo è siccità. Bisogna agire: ora». I dubbi in Cile ci sono da tempo. Ma ci voleva «un gringo loco» per cambiare di passo. Douglas Tompkins era un milionario americano, l’inventore di marchi come Esprit e North Face. E’ venuto qui negli anni ’60 e se n’è innamorato. Un giorno si è disfatto delle sue imprese e si è incaponito a comprare milioni di acri per farne aree protette. Nessuno si fidava, se ne lamentavano i latifondisti e gli impresari, chi era di destra lo tacciava di hippy pericoloso e chi era di sinistra lo liquidava come un avido «yanqui». Tompkins è morto nel 2015, in un kayak capovolto nelle acque gelide delle Lago General Carrera, dove folate improvvise decidono il destino di chi le attraversa. Il suo testamento parlava chiaro: tutte le terre dovevano essere consegnate allo Stato e trasformate in oasi naturali, parchi moderni, capaci di far convivere turisti e abitanti, economia e natura.
«Ogni volta che me ne vado, sento che mi manca qualcosa – ci dice Bernardita Hurtado Low, che vive a Palena. Cosa? «Mi manca la pioggia, che è rito perpetuo. Mi manca lo spazio infinito. Mi manca stare alla finestra della cucina e vedere un condor in volo». Bernardita Hurtado Low insegna a Palena, scrive libri d’infanzia ed è una cuentacuentos, una cantastorie. Da qui tanti giovani se ne vanno, suo figlio ad esempio è in Australia, «ma poi ritornano – dice – perché quaggiù siamo come gli uccelli».
Nella Regione dei Laghi, il Parque Hornopirén ridiventa ghiacciaia, «horno de nieve» è chiamato non a caso. Il parco è immerso in larici millenari e le nuvole sembrano cadere sulle lance che attraversano gli specchi d’acqua. In un cimitero, le tombe sono coperte di fiori di plastica sgargianti, anche se qui i fiori nascono spettacolari e riempiono i giardini, ma «è più forte il desiderio che le tombe possano rallegrare per sempre i morti», sorride Carolina Cruz Correa. Attrice, produttrice culturale, è la regista del «Carnaval del Sur» che da sei anni ogni novembre anima le strade e i parchi di Puerto Varas. Riesce a mettere in scena 350 persone in una coreografia corale. Apre laboratori nelle scuole, coinvolge le sarte e gli artigiani, adatta la commedia dell’arte con maschere di molluschi e abiti di fiori, dà forma ai volti della mitologia e attinge dalla memoria di coloni, meticci, creoli e fuggiaschi che hanno inseminato questo limbo di mondo.
A Frutillar, sulla sponda del lago Llanquihue, Sergio Valdes dirige la Wild Patagonian Foods, che lavora i berries, i frutti di bosco nativi, vale a dire mirtilli, calafate, mirti, lamponi, maqui. Un’agricoltura organica e biodinamica su 30 ettari, in parte coltivati e in parte riforestati. Una piccola fabbrica lavora il raccolto e lo trasforma in polvere e le confezioni finiscono in una rete di negozi bio e farmacie. «Vogliamo essere un esempio di economia responsabile e sostenibile», dice. Ora sono pronti a fare il salto sul mercato europeo.
Allora bisogna tornare a Alonso González de Nájera. Soldato e cronista, rientrato a Siviglia nel 1607, raccontava la meraviglia di queste fragole, così succose e dolci, e non si capacitava che «là in Cile gli facciano torto chiamandole frutilla». Non poteva ancora sapere cosa sarebbero stati capaci i cileni.
D | la Repubblica