Il 27 gennaio saranno passati 75 anni dall’apertura dei cancelli del campo di Auschwitz-Birkenau. Il Giorno della Memoria chiede a tutti di fare i conti con l’immagine che i soldati russi si sono trovati di fronte, la verità della Shoah spalancata assieme a quei cancelli. Ma ci permette anche di alzare lo sguardo dietro a quell’immagine, per capire quanto sia stata incubata una vera impresa dell’odio dentro la società europea.
A questo proposito ci viene in aiuto un libro, appena uscito, di Riccardo Calimani, La Grande Vienna ebraica (Bollati Boringhieri, pagg.230). Ingegnere e filosofo della scienza, Calimani è uno degli intellettuali veneziani più conosciuti, che è riuscito a scandagliare la storia degli ebrei e dell’ebraismo in decine di volumi. Tra i tanti incarichi ricoperti, è stato anche presidente del MEIS, il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara.
La grande Vienna ebraica nasce all’interno di un precedente lavoro, Destini e avventure dell’intellettuale ebreo (Mondadori, 1996) e inaugura una collana sulle città europee tra Otto e Novecento. Il libro si dimostra uno strumento utile per leggere proprio quel giro di secoli: il fervore del dibattito, un discorso pubblico così inquinato di livore e antisemitismo, le nevrosi e il cinismo dell’epoca, avrebbero trascinato tutti nell’incendio degli anni ’30 e ’40.
Cosa significa oggi ripercorrere quella storia fino alla tragedia della Shoah?
«Ricordare quella pagina è un obbligo morale. Questo è indiscutibile. Ma ricordare e basta rischia in qualche maniera di fossilizzare la memoria. Dobbiamo usare quei ricordi per saper vivere il presente e avere un monito per il futuro. Sappiamo che quando la paura monta nella società, le persone vacillano. E se si producono situazioni estreme, si può arrivare alla tragedia».
Come successe nella Vienna del suo libro, a cavallo tra i secoli.
«Vienna all’epoca era una «Gioiosa Apocalisse», per dirla con Hermann Broch. O il «laboratorio sperimentale della fine del mondo», per usare le parole di Karl Kraus. Entrambi si riferivano a un incontenibile ribollire di tensioni, di idee, di pulsioni che facevano di Vienna un crocevia unico, soprattutto di intellettuali. Vienna era la capitale di un enorme impero, che teneva insieme popoli, lingue, credi e tradizioni diverse».
Questo organismo riusciva a resistere a tutte le tensioni?
«L’Impero austro-ungarico, più che un retaggio del passato, era un prodotto del modernismo. Qualcosa di originale che riusciva contenere e a governare le cose più diverse. La stessa capitale era uno splendore nervoso, conseguenza di una grande instabilità sotterranea, di un mondo che cambiava».
E la comunità ebraica aveva un ruolo da protagonista?
«Una borghesia vivace, ancorata alle professioni e soprattutto alle attività di studio, come da tradizione ebraica. Tra il 1880 e il 1938, a Vienna metà dei medici e degli avvocati erano ebrei. Nel 1900 un quarto degli studenti di diritto e metà di quelli a medicina avevano una famiglia ebraica. Nei licei erano il 30% e in alcuni quartieri, come il Leopoldstadt, arrivavano al 75%».
Eppure era un sistema disseminato di ostacoli antisemiti.
«Per entrare in magistratura o a insegnare nelle università, la porta era sbarrata. E in questo caso, la conversione era l’unico modo: nel 1920 metà dei magistrati viennesi era di origine ebraica, ma battezzati e cattolici. Buona parte dell’intellettualità ebraica, di convinzioni liberali, premeva per tagliare con le tradizioni e procedere velocemente all’assimilazione. Sarà questo un terreno di inquietudine, sia di conflitto tra gli stessi intellettuali che di drammi personali, basti pensare alla figura geniale e controversa di Karl Kraus».
Quanto di quel fermento arrivava nelle province dell’impero, ad esempio in Trentino e in Alto Adige?
«Molto poco. Le comunità erano piccole, se paragonate a provincie come la Galizia, i cui paesi rurali avevano anche l’80% di ebrei. Eppure qui il discorso antiebraico è stato profondo e sopravviveva la vicenda antica di San Simonino di Trento, un bambino scomparso il giovedì santo del 1475 e di cui furono brutalmente accusati gli ebrei del posto. San Simonino sarà ricordato fino al 1965 nel Martirologio cristiano come «fanciullo trucidato crudelmente dai Giudei».
Quando si consuma allora il salto di qualità dell’antisemitismo?
«L’affare Dreyfus in Francia ha avuto un’influenza enorme, perché avveniva nella patria dei diritti. A Vienna il vero cambio è stata l’elezione a sindaco di Karl Lueger nel 1895, a capo del Partito cristiano-sociale, apertamente antisemita e razzista. L’antisemitismo, già sdoganato nel discorso pubblico, a quel punto guidava un’istituzione, mentre lo Stato non riusciva e non voleva reagire. Poi tutto corse veloce, fino al crollo dell’Impero con la Prima Guerra mondiale e la deriva politica degli anni ’20 e ’30. Un passato che è una lezione anche per oggi».
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