Le madri di un aprile in Nicaragua

«Madres de abril», si fanno chiamare. Il mese è quello dell’inizio delle proteste in Nicaragua nel 2018, iniziate contro la riforma delle pensioni e diventate subito una rivolta per la democrazia. La repressione è stata brutale: prima di essere espulsa, la Commissione interamericana per i diritti umani ha documentato 328 omicidi, per lo più giovani, da parte di polizia e paramilitari. Sono le madri che dopo un mese dall’inizio delle proteste, il 30 maggio, quando già le vittime erano una ventina, hanno trascinato un milione di persone nelle strade di Managua. La Marcia delle Madri si chiudeva con gli spari dei franchi tiratori: 18 i morti.

Quel giorno, Guillermina Mercedes Zapata ha perso il figlio Francisco di 34 anni. La notizia l’ha ricevuta il padre, lui stesso poliziotto in servizio in un altro quartiere. Dopo poco, ci racconta, si è licenziato, sopraffatto dal dolore e dalla rabbia. Lei e le altre madri di aprile continuano a sfidare la calma inquietante che regna nel paese.

«Per nessun morto è stata aperta un’inchiesta. Nessun omicidio è arrivato in tribunale», ci dice Emilia Yang. Suo zio, Vicente Rapaccioli, viene sequestrato dai paramilitari: hanno lasciato il cadavere davanti all’obitorio per poi dileguarsi rubandogli il suo stesso pick-up. Allora Emilia ha pensato che tutto quel lutto doveva essere raccontato. Si è messa a rintracciare i familiari delle vittime, ha creato gruppi di ascolto, mappato le uccisioni, costruita una banca-dati. Ne è nata una mostra, ospitata dalla UCA, la prestigiosa università dei gesuiti a Managua, embrione di quello che sarà un giorno un Museo della Memoria. Le madri hanno ricostruito i piccoli altari che tengono a casa e raccolti i ricordi, la t-shirt favorita, le scarpe, le maschere di chi faceva teatro. E tante foto, per non dimenticare i volti.

Alex Pavon è stato freddato davanti al municipio di Tipitapa, ci racconta il padre Carlos. «Aveva solo 17 anni». Chi l’ha ucciso? «Potrebbero essere stati i paramilitari che erano nell’edificio o lo stesso sindaco che gira armato». Le madri e i padri di aprile non sorridono e non piangono. «Ancora oggi riceviamo minacce o, come a Jinotepe e Diriamba, troviamo le tombe profanate».

In un paese dove le proteste sono vietate, altre madri che invece hanno figli e mariti in carcere senza processo si sono asserragliate in chiesa in sciopero della fame, come è successo all’Arcangelo Michele di Masaya e nella Cattedrale di Managua. Le prime hanno resistito una settimana, la chiesa assediata, tagliata luce e acqua. Le seconde sono state cacciate quasi subito da un gruppo di paramilitari. «L’unica cosa certa è che un giorno avremo giustizia», sussurra Guillermina Mercedes Zapata, stringendo la foto del figlio.

D | la Repubblica

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