Stare in un hotel completamente vuoto fa una strana sensazione. Tanto più se un paio di pappagalli simulano d’improvviso la risata sguaiata di una signora o ripetono una telefonata carpita al proprietario, un settantenne del Midwest. Cinque anni fa Ronny Newberry è arrivato a San Jorge, sull’enorme Lago Nicaragua, da una cittadina tra il Missouri e l’Arkansas, investendo qui quello che aveva guadagnato, prima gareggiando nei rodei e da fantino nelle corse e poi come agente di commercio. Il Nicaragua gli è sembrato il posto ideale, il paese più sicuro del Centroamérica, un governo stabile, paesaggi mozzafiato e un boom economico che non sembrava finire. Da San Jorge in mezz’ora si raggiungono le spiagge del Pacifico e da qui partono i ferry per raggiungere l’isola di Ometepe, al centro del lago, famosa per i suoi due grandi vulcani. È nato così Noches sureñas, l’hotel di Ronny. “Gli affari sono andati a gonfie vele – racconta – arrivavano turisti da Stati Uniti, Olanda, Gran Bretagna, Canada. Fino all’aprile dell’anno scorso. Poi è cambiato tutto”.
Il Nicaragua ha vissuto nel 2018 la sua insurrezione civica, due mesi di proteste di massa contro il presidente Daniel Ortega e Rosario Murillo, moglie e vice. La coppia di ferro del sandinismo ha risposto con altri due mesi (almeno) di brutale repressione. Operación limpieza, l’hanno chiamata, usando peraltro lo stesso slogan del dittatore Somoza che i due hanno combattuto fino al trionfo nel 1979. Il paese è finito isolato dalla comunità internazionale, sotto sanzioni Usa e già provato dalla lenta chiusura dei rubinetti dal Venezuela da cui sono arrivati in 10 anni quasi 5 miliardi di dollari, crediti e petrolio. La crisi sociale ha fatto il resto. Il risultato? Investimenti, capitali e soprattutto turisti in fuga.
Per i nicaraguensi è stato come svegliarsi dentro un incubo e atterrare nella realtà. Il boom aveva esaltato il Fondo monetario internazionale al punto da definire quello di Ortega un paese modello. Il saldo della rivolta di massa dell’aprile 2018 è di almeno 325 morti, 2000 feriti, 800 detenuti (ora in carcere ne rimangono un centinaio) e almeno 70 mila esuli. Ma anche un crollo del PIL a -3,8% nel 2018 e a -5% per quest’anno, almeno così prevede il Banco mondiale.
La Funides (la Fondazione per lo sviluppo economico e sociale) calcola che i nicaraguensi in stato di povertà siano passati dal 20% della popolazione al 30%. E qui, a un passo dalla frontiera col Costa Rica, tra il Pacifico e il lago, la crisi pesta. Questo è il luogo che più ha attirato in pochi anni grandi investimenti immobiliari da parte del piccolo club di famiglie milionarie nicaraguensi, alleate al clan sandinista, e fondi esteri, statunitensi soprattutto. A capo di ProNicaragua, l’agenzia nata per attrarre investimenti, c’è uno dei figli degli Ortega, Laureano, studi di tenore in Italia, anche lui sotto embargo Usa con il sospetto di aver fatto del paese una lavanderia di denaro illecito.
Fatto sta che qui è fiorita una sequela di resort di lusso lungo le spiagge baluginanti di San Juan del Sur e un pulviscolo di hotel, ostelli e b&b, con tutto l’indotto al seguito, mentre la macchina di marketing lavorava a pieno ritmo, promettendo meraviglie. Ma ora il sogno hotelero di Ortega si è riempito di camere vuote e spesso di porte chiuse. “In tanti si sono indebitati e sono dovuti emigrare”, dicono da queste parti.
Il gruppo Pellas, famiglia di radici italiane e la più grande holding del paese, aveva scommesso persino su un aeroporto capace di attrarre charter zeppi di turisti e jet privati di milionari. Detto, fatto. Nel 2015, a Tola, i soci di un consorzio pubblico-privato brindavano sulle piste di “Esmeralda”. Milan Alex Cuadra, il direttore generale, ci spiega che “l’aeroporto cresceva di almeno il 30% ogni anno ed era il più importante hub della regione per i voli privati: ora siamo precipitati a un 60% in meno. I 7700 passeggeri e i 1765 voli, sono diventati 1700 e 536. Stiamo provando a stringere accordi con alcune compagnie europee, via Costa Rica e puntare sul target sportivo del surf”. Ma tutto è aleatorio.
Certo, niente di paragonabile al fulgore caraibico, ma l’obiettivo era proprio quello di arrivare un giorno a rivaleggiare, forti di una manodopera ancora più economica e di “un paese senza criminalità” come ripete il comandante Daniel. Niente faceva sospettare l’incendio scoppiato nelle strade del Nicaragua, dove si sono dati appuntamento studenti, pensionati, i contadini e gli ecologisti contro il canale interoceanico sognato dagli Ortega, attivisti per i diritti civili e femministe, religiosi e imprenditori.
L’incantesimo si è rotto, rivelando non solo un regime brutale, ma anche l’effimero boom. Secondo l’Istituto nazionale di turismo, Intur, nel 2017 sono arrivati in Nicaragua 1,7 milioni di turisti che avrebbero apportato 840 milioni di dollari e contribuito al Pil per il 4,2%. La Camera nazionale del turismo, solo per la ristorazione parla di almeno il 50% in meno e del 60% nell’hoteleria.
Nell’isola di Ometepe, grande come l’Elba e sacra fin dai tempi pre-ispanici, le fila di motorette e biciclette a noleggio per i tour sulle pendici dei due vulcani e per le spiagge sono accatastate nei garage. Langue persino il mercato municipale di Altagracia, dedicato a Carlos Fonseca, fondatore del sandinismo e l’unico negozio aperto vende bacinelle e vasi di plastica. Tyron, che ha un bar a Moyogalpa, dove arrivano i battelli, indica tre signori americani che sorseggiano una birra: “Sono gli unici rimasti fedeli”. Un po’ alla volta si lascia andare, abbassando la voce: “I paramilitari, incappucciati e mitra in mano, hanno rastrellato l’isola cercando i capi della rivolta, che però erano già fuggiti in barca verso sud. Hanno seminato terrore e qualcuno era dell’isola, uno l’ho riconosciuto, ma quando ci incontriamo facciamo finta di niente”.
Il lungolago di San Jorge, in tempi di vacche grasse, era il malecón brulicante di chioschi, musica tropical e venditori, con i drappi colorati a garrire e l’enorme manifesto con i volti di Daniel e Rosario, ringiovaniti photoshop, a osservare i fasti della rivoluzione. Ora sono rimasti due chioschi aperti e un piccolo parco giochi preso d’assalto dai bambini. All’entrata del porto, da dove partono malconci ferry boat, il ristorante El navegante è il più rinomato della zona. Il proprietario è Dario Rucco, un cinquantenne di Monza, che si è rifugiato in Nicaragua 15 anni fa, dopo aver venduto tutto e girato il globo per 24 mesi. Ci ha investito 50 mila dollari ed è partito alla grande. “Ora sono tornato ai livelli del 2006”, dice. Una grande parete finestrata e una piccola terrazza danno sul lago, da dove spira la brezza fresca e tenace degli alisei che attenuano il caldo torrido. La cucina sforna piatti locali strepitosi, ma “dei 7 dipendenti che avevo, ora siamo in 3”. Scuote la testa: “In realtà, vivevamo in una bolla, un paese senza industria, senza un sistema creditizio, con leggi porose e una fiscalità irrisoria, e dove i livelli di scolarità e formazione sono tornati a prima della rivoluzione”.
A Granada, la perla coloniale rimessa a nuovo negli anni, i tumulti dell’anno scorso sono stati pesantissimi. Nessuno ha molta voglia di parlarne, ma sono scesi a migliaia per strada, guidati dagli studenti. E la rabbia era tale che hanno persino tentato di bruciare il municipio. Ora la bandiera del Frente sandinista campeggia a fianco di quella nazionale, il partito e il paese come un unico destino.
La Casa de los Tres Mundos, ideata dal prete, poeta, guerrigliero ed ex-ministro, Ernesto Cardenal, per anni ha organizzato il festival internazionale di poesia che attirava migliaia di visitatori da tutta l’America Latina. Evento saltato, quest’anno. E la città è più sola. “Il clima è di paranoia. Il giorno dell’indipendenza, il Centro ha ospitato un concerto del coro religioso: decine di agenti hanno fatto irruzione, chiedendo spiegazioni e fotografando le persone presenti”, racconta Elvis Hernández Loza, che qui è il referente del Mrs, il partito che rivendica il sandinismo delle origini e per questo è il più odiato dagli Ortega.
Lo straniamento dell’edificio vuoto ritorna alla Mansión de chocolate, antica hacienda di cacao trasformata in hotel di lusso. Dei 110 dollari la notte che chiedeva, ora si accontenta di un quarto. “Facevamo 80 colazioni al giorno – ci racconta Eliezer, rimasto l’unico in cucina – Ora quando va bene 3 o 4”. Le scale e i pavimenti in legno scricchiolano e i rumori si fanno più gonfi tra i due patii immersi in un giardino lussureggiante. Ya no vienen los cheles, sorride amaro. Ora proprio non vengono più forestieri.
il Venerdì