Chissà cosa immagina Anacleto Ligabue mentre firma l’atto di nascita della sua impresa alla Camera di Commercio di Venezia, il 15 luglio 1919. Di sicuro non può avere idea delle cifre che avrebbe snocciolato suo nipote Inti cento anni dopo: 7720 dipendenti, 40 milioni di pasti l’anno, 6 mila navi approvvigionate, così come 32 piattaforme off-shore e 115 campi petroliferi e minerari o cantieri sparsi in 14 paesi del mondo.
A dire il vero, la fortuna arriva rapida quanto l’esplosione delle rotte di merci e passeggeri. Sono del 1933, ad esempio, le «Tabelle vitto» per i viaggi in Sud America di cui l’impresa Anacleto Ligabue si occupa, assicurando quello che oggi chiamiamo catering. E lui si premura di annotare che sia riservata «agli ufficiali una bottiglia di cognac nell’andata e una nel ritorno». Quarantadue anni dopo, la rivista Fortune incorona il figlio Giancarlo come il miglior caterer del mondo.
Tutto ha inizio per una ferita di guerra. Nato in un paesino della bassa Emilia, Anacleto fa il cameriere quando il primo conflitto mondiale lo trascina al fronte. Convalescente, viene destinato alla mensa ufficiali. Allora ha l’idea di far arrivare dalle sue campagne formaggi e salumi. E’ un successo. Finita la guerra, la gestione del Circolo Ufficiali a Venezia è sua. Poi un negozio di alimentari vicino a Piazza San Marco. E infine, nel 1924, gli chiedono di rifornire una nave: è la Mauly della Veneziana Navigazione diretta al Pireo.
All’armatore Gualtiero Freis, Anacleto rilancia con una proposta che all’epoca suona bizzarra: si impegna a far caricare viveri ad ogni porto di sosta, per un prezzo fisso iniziale, facendosi carico di eventuali perdite o forniture in eccesso. «In pratica inventa l’appalto marittimo – racconta il nipote Inti, 38 anni, dal 2012 alla guida del gruppo – Il nonno sposta il rischio d’impresa dalla semplice vendita di merci alla fornitura di un servizio». Compreso il personale di cucina e il «maestro di casa», come lo definisce Anacleto e che oggi sarebbe il food&beverage manager.
La sede attuale della Ligabue è un edificio di cinque piani, inaugurato due anni fa in via dell’Azoto a Porto Marghera. Qui, per tutto il Novecento è stato un brulicare di fabbriche e operai e ora è un mosaico di archeologia industriale, aziende high-tech o di servizi, studi di avvocati e terre di nessuno ancora da bonificare. Su un grande tavolo sono sparse decine di foto, lettere, riviste, brochure. E’ solo un assaggio dell’archivio che custodisce la saga di una famiglia. I festeggiamenti inizieranno a il 23 settembre con una mostra alla Scuola Grande della Misericordia tra installazioni, documenti, teche Rai, oggetti de La grande impresa (visitabile fino al 3 novembre).
«Anacleto inventa la Ligabue pur avendo solo la terza elementare, la licenza di quinta la prende a 37 anni», sorride Inti. Una foto di fine anni ’20 lo immortala assieme a un gruppo ufficiali di marina e lui che sbuca a fianco dell’armatore, quasi in punta di piedi, il volto ambizioso. E così nel giro di qualche decade lo si vede mentre taglia una forma di parmigiano sotto lo sguardo divertito di Achille Lauro. In un altro scatto, Enrico Mattei è all’Aeroclub di Venezia e sul fondo la scritta Ligabue: una partnership, quella con Eni, che prende avvio fin dal 1962 e resiste a tutt’oggi. E, ancora, sulla pista dell’aeroporto Marco Polo un aereo Alitalia sta per essere caricato da camion-viveri della ditta veneziana: «C’è stato un tempo che in classe business si poteva scegliere tra filetto e aragosta», apre le braccia Inti.
Il giovane imprenditore riflette: «Fino agli anni ‘60 tre ingredienti sono necessari e sufficienti per avere successo: carisma, entusiasmo e istinto». E dopo? «Dopo rimangono necessari, ma non più sufficienti». Quando nel 2001 si contrae l’intero settore aereo, il colpo per la Ligabue è fortissimo. E con la crisi del 2008, l’azienda si ritrova quasi al collasso, mentre l’intero mercato si coagula in grandi e poche holding. Inti decide di dismettere cinque dei sei grandi magazzini sparsi nei porti italiani e punta su Venezia come hub. Molla il catering aereo, rinnova il management, riorganizza l’impresa, «diventata più piccola ma sana, capace di riposizionarsi sul mercato». Oggi conta su un fatturato di 350 milioni di euro, un mercato diversificato, il doppio dei dipendenti.
Eppure, non si può capire la Ligabue senza Giancarlo, la seconda generazione. Per avere un’idea di chi sia Giancarlo Ligabue, nato nel 1931 e scomparso nel 2015, bisogna tornare a quando è neanche ventenne. Il padre Anacleto lo manda in Indonesia per risolvere un problema con una fornitura locale. «Appassionato dei romanzi di Salgari, accetta subito perché vuole incontrare i Dayak, i cacciatori di teste», ricorda il figlio Inti. Laureato in economia, la vera passione di Giancarlo sono l’antropologia e l’archeologia.
Un giorno del 1971, sul volo da Parigi a Venezia, legge su Le Figaro che una compagnia mineraria francese, cercando uranio in Niger, ha trovato una gran quantità di fossili. Coinvolto è il massimo esperto, Philippe Tacquet. Rientrato a casa, Giancarlo contatta il paleontologo e gli dice: vorrei partecipare agli scavi. E’ così che porta alla luce il dinosauro Ouranosaurus nigeriensis che ora campeggia al Museo di Storia Naturale della città lagunare. E allo stesso tempo gli viene l’idea di prendersi un master in paleontologia alla Sorbona.
Per Giancarlo Ligabue l’arena è il mondo. Spinge l’azienda tanto lontano quanto le sue esplorazioni culturali e le missioni scientifiche. E allora spinge l’azienda in Iran dove nel 1980 si sta costruendo il grande porto di Bandar Abbas o in Antartide nella prima stazione italiana permanente di ricerca. La Ligabue diventa una holding e un’impresa culturale: «Mio padre capisce la necessità di una dimensione internazionale d’impresa proprio per la sua natura di esploratore – riflette Inti – Uno alimenta l’altro».
E’ del 1973 il Centro Studi, ora diventata Fondazione Giancarlo Ligabue. L’imprenditore si circonda dei migliori studiosi e ricercatori, si avventura in luoghi remoti, raccoglie migliaia di oggetti e reperti, arriva a stabilire contatti con due popolazioni isolate da sempre, nelle Filippine e in Papua Nuova Guinea, promuove un’incessante divulgazione scientifica. «Mi ha portato nelle sue esplorazioni fin da quando avevo nove anni», ricorda Inti, che deve il suo nome andino alla madre, la boliviana Sylvia Granier.
«Ad un certo a mio padre mancava un altro livello di impegno, quello civico». Dal 1994 al 1999 è un attivissimo parlamentare europeo nelle file di Forza Italia: «Era assolutamente convinto che la chiave stesse là, in una visione europea più che nazionale». Massimo Cacciari ne ha avuto così tanta stima che gli ha consegnato nel 2005 le chiavi della città.
A distanza di cento anni, cosa possa diventare la Ligabue è difficile dirlo. Più un vascello che una corazzata, «agile, digitale, capace di reagire subito agli eventi di un mondo in tempesta», dice Inti. «Ma ho bisogno del passato», aggiunge. «I portatori Aymara dicono che a volte bisogna fermarsi». Perché? «Perché se abbiamo avanzato troppo velocemente, dobbiamo attendere che le nostre anime ci raggiungano».
il Venerdì