Mondadori, un tempo era Verona

A fine turno gli operai escono alla spicciolata dal cancello a fianco l’entrata principale. Chi ha un veicolo, dal parcheggio interno in fondo a via Bodoni. Ci sono stati tempi in cui si davano il cambio centinaia di lavoratori, forse tanti quanti sono impiegati ora. E ora se ne contano 440. Si chiama Elcograf, ma per tutti sono le Officine Grafiche.

Siamo a Verona e questa non è mai stata solo una stamperia, come lo è ora e per di più a rischio di chiusura. E’ stato il cuore di una vera industria culturale. Qui il Novecento si è chiamato Arnoldo Mondadori. «Mentre lavoravo, sentivo avvicinarsi quella voce profonda, l’accento mantovano». Remo Zanella è entrato in Mondadori nel 1964, aveva 17 anni. Ha imparato a fare il disegnatore litografo. Ha imparato anche a discutere e a diventare un sindacalista. Alla fine, ormai in pensione, c’ha scritto un libro, “L’editore, le maestranze, il Cavaliere” (Cierre Edizioni, 2015), che nel titolo già elenca l’epopea e il maleficio.

«La maggior parte dei delegati sindacali in città è uscita da qui», dice orgoglioso Ivano Zampolli, alla guida della Uilcom. Annuiscono con orgoglio Davide Zambonini (Cisl) e Alberto Pietropoli (Ugl). Conferma Paolo Seghi (Cgil), «io no, ma sono un’eccezione», sorride. I volti sono tirati: «C’è il rischio di finire schiacciati in una disputa legale». Si riferiscono al braccio di ferro tra la Mondadori che garantisce gran parte delle commesse e i Pozzoni, che nel 2008 hanno acquisito la ex Mondadori Printing siglando un contratto pluriennale per la stampa di periodici e libri. La casa di Segrate, però, dopo aver chiesto ai Pozzoni (e non ottenuto) un abbassamento dei prezzi, si è rivolta ad altri per la stampa. Contenzioso inevitabile.

Anche se l’aria è un po’ spettrale, questo luogo conserva tutto il suo fascino. Sarà per la seduzione che i Mondadori hanno sempre subito dall’architettura. Non solo il quartier centrale di Segrate, confezionato da Oscar Niemeyer nel 1975. Prima era toccato allo svizzero Armin Meili per la sede di Verona. Si dice che il patron gli avesse dato solo un numero, 50: in quel 1957 festeggiava mezzo secolo di attività. E così Meili gli presentò una scala esterna elicoidale, elegantissima, di 50 gradini.

Figlio di un calzolaio, nella mantovana Ostiglia un diciottenne Arnoldo faceva l’apprendista in una tipografia. Affascinato dai socialisti rivoluzionari, proprio nel 1907 si era messo a stampare un foglio di lotta, “Luce”. Dieci anni dopo, l’approdo a Verona: in piena guerra, c’era bisogno di fogli destinati ai soldati e la città veneta era la testa del fronte bellico. Mondadori si accorda con gli stampatori Franchini «Il centro storico era pieno di edifici antichi abbandonati, perfetti per ospitare attività, tutti dentro le mura, comprese le cartiere Fedrigoni, strategiche», sottolinea Maria Luisa Ferrari, docente di storia economica all’Università di Verona.

Aveva lo sguardo lungo, Arnoldo. Attraversò il fascismo alleandosi con gerarchi e finanzieri, avvicinando Mussolini e adulando una star come D’Annunzio. Gli si aprì una prateria. Eppure utilizzò il fascismo con un paradosso, dimostrando lealtà per avere più autonomia possibile. Stampava i libri per le scuole del regime e varava il «progetto Medusa», un tascabile di celebrità anglosassoni tradotte da antifascisti, come Pavese e Vittorini. O importava Mickey Mouse, diventato «Topolino», anche se sfidava il delirio dell’italianità autarchica.

A guerra quasi perduta, Arnoldo si rifugiò in Svizzera, ma senza aspettare gli eventi si mise a strappare le esclusive ai migliori scrittori. Il ritorno a Verona: il capo cosparso di cenere, accettò di creare un consiglio di amministrazione fatto per metà di operai e di distribuire gli utili ai lavoratori. «Fu qualcosa di inaudito durato 12 lunghi anni», ricorda Zanella.

Fiutando la voglia di lettura degli italiani, Mondadori reinventò le Officine grafiche. Spedì il figlio Giorgio negli Usa per osservare le nuove frontiere dell’editoria. E approfittò dei crediti elargiti dal Piano Marshall per realizzare un enorme moderno stabilimento fuori le mura. Ecco l’approdo a Borgo Venezia: 200 mila mq per metà destinati a produzione, dove sviluppare tutto il ciclo editoriale, i reparti di stampa offset e quelli dei rotocalchi, collegati da un tunnel sotterraneo. Era il 1950 quando uscì «Epoca», grandi foto e strepitosi reportage, l’uso del colore, la carta lucida, sulle orme dell’americana «Life».

Forte dell’esperienza degli anni ’30, Mondadori si incistò nella pancia democristiana per poter sperimentare a tutto campo. Avviò un ambizioso piano di welfare aziendale: la previdenza integrativa, il quartiere riservato alle famiglie dei lavoratori (e tutt’ora di una architettura invidiabile), i servizi sociali, i campi sportivi. E intanto si circondava di consulenti e direttori di collane di area comunista e socialista, da Elio Vittorini a Vittorio Sereni a Niccolò Gallo. E penne di grande libertà, come Enzo Biagi.

Verona era il baricentro di questo tumulto di idee e di business industriale. Arnoldo lasciò la presidenza nel 1968, mentre il mondo si stava sfigurando. Morirà tre anni dopo, quando le maestranze a Verona toccavano l’apice di oltre 3600 lavoratori.

Nei vent’anni successivi la Mondadori sarà retta dal figlio Giorgio (in perenne conflitto con suo fratello Alberto, ideatore delle edizioni il Saggiatore) e poi dal genero Mario Formenton. E’ un’epoca di automazione e specializzazione. E poi il lancio de «la Repubblica»: «Posso dire di avere avuta in mano la prima copia appena stampata», sorride Zanella. L’acquisto di Rete 4 e l’intuizione del boom tivù furono invece un azzardo pagato amaramente. «Formenton ci informava per primi di tutte le scelte strategiche, ma in quel caso noi sindacalisti lo avevamo sconsigliato, presagendo il peggio». Per evitare la débâcle, Formenton vendette la tivù a Silvio Berlusconi, che per il salvataggio chiese di entrare nel capitale di Mondadori. Suo vero obiettivo. Un obiettivo che riuscirà a conseguire a qualunque prezzo.

Oggi restano i 440 lavoratori, in gran parte cinquantenni, sindacalizzati solo per metà. «Siamo smarriti, soli – dice Massimo Borin, tra gli ultimi a entrare nel 1993 – In balia di un’idea primitiva di relazioni industriali».

il Venerdì

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