Scianna, istantanee di riti

Quattro ragazzi portano un Cristo in processione, steso su una portantina. La folla si stringe tutto attorno. I ragazzi guardano a terra, ma uno d’improvviso alza gli occhi, corrucciato, e ci fissa: in quell’istante si trova di fronte la macchina fotografica di Ferdinando Scianna. Che scatta. Siamo a Enna, è il 1962. Scianna ha 19 anni. Di lì a poco Leonardo Sciascia va a vedere una sua piccola mostra, invitato da un professore d’arte. Ne rimane così colpito che già nel 1963 i due firmeranno un libro assieme, testi e immagini, Feste religiose in Sicilia, appunto.

Oggi Scianna è un 76enne con una carriera così lunga e prestigiosa alle spalle da essere considerato un monumento della fotografia. Della sua Sicilia si porta addosso lo sguardo brillante, la voce tonante, una loquacità barocca e una cultura visiva profonda e meticcia. In omaggio a lui e alla sua fotografia come documento rituale, col rigore del bianco e nero, la Casa dei Tre Oci a Venezia ha organizzato un’antologica visitabile fino al 2 febbraio. Ferdinando Scianna. Viaggio, racconto, memoria ci offre 180 opere in bianco e nero, selezionate dai curatori Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, nel corso di due anni di ricerca nell’archivio personale del grande fotografo di Bagheria. «E’ la mostra che ho sempre sognato di fare – dice lui – Perché le foto non sono quadri, ma frammenti del reale, e chiedono ai visitatori di immergersi e fare un’esperienza». Scandita da sei sezioni tematiche e 19 capitoli, «la mostra raccoglie veri e propri progetti – sottolinea Curti – Non si possono osservare come singoli scatti, ma come successioni di narrazioni».

Per lunghi anni reporter de l’Europeo, Scianna è il primo italiano ad essere entrato nell’Agenzia Magnum grazie a Henri Cartier-Bresson, altro incontro magico che il destino gli ha riservato. Anche se ha vissuto molti anni a Milano e a Parigi, la Sicilia è sempre rimasta nelle sue mani e nei suoi occhi. Persino quando ha fatto un’incursione nella moda, assoldato da Dolce e Gabbana e trasformando la top-model Marpessa in un’icona, anche là ha portato in dote ai due stilisti la sua Sicilia degli anni ’60: loro hanno fatto di quella dote un cliché e hanno venduto lo stereotipo delle donne vestite di nero e le strade sfigurate dal sole in un brand. Sarà come dice Curti che per «Scianna ricordare diventa la stessa cosa di immaginare». Ma tant’è. Gli anni ’60 in Italia restano testardamente l’unica fonte ancora vitale del nostro immaginario e spesso ne sembriamo irrimediabilmente prigionieri.

Eppure la forza d’urto delle immagini raccolte da Scianna rimane intatta. Dai primi tentativi, si vede scorrere una precisione e una consapevolezza gonfiate vistosamente dal tempo. Ma quella forza d’urto, non importa a quale decade appartengano gli scatti, è là presente. Sono i corpi acconciati per le cerimonie sacre, a Collesano come a Varanasi, quelli deformi e ammalati sulla spianata di Lourdes o in processione per il Venerdì Santo a Baucina. Che siano i volti rassegnati alla morte a Metsovon o quelli piegati dal dolore a Makallé, tutti vibrano la stessa intensità di un bacio tra due ragazzi a una stazione di New York o la tristezza infinita che cola in un primissimo piano nella boliviana Kami. «Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite – racconta Scianna – E io appartengo a quei fotografi che le immagini le trovano». Confessa: «la mia materia prima è il caso». E nella casualità di un incontro, spreme il senso del viaggio, del racconto e della memoria, «e tutti e tre non sono altro che sinonimi di fotografia».

Corriere del Veneto/il Corriere della Sera

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