Noi che abbiamo conosciuto Peggy

La notte in cui Peggy Guggenheim soffrì il suo ictus fatale, il 21 dicembre di quarant’anni fa, Venezia fu invasa da una marea così alta come mai si era vista dall’alluvione del ’66 e come mai si sarebbe ripetuta negli anni successivi. Due giorni dopo, scompariva la signora che aveva fatto di Venezia la sua casa e della sua casa un’opera d’arte totale.

Quarant’anni senza Peggy. Sono rimasti davvero in pochi ad averla conosciuta. E gli occhi brillano quando ripensano a quella signora così algida a passeggio per le calli coi suoi Terrier Lhasa. Quarant’anni fa Peggy aveva 81 anni e la tormentavano i dolori a un piede e alle gambe. «La domestica la convinse ad andare a Camposampiero perché i medici avevano una buona fama. Arrivò debole, affaticata», racconta Philip Rylands, che in quelle settimane si recava all’ospedale padovano assieme alla moglie Jane e a Sindbad, figlio di Peggy.

Nei successivi 37 anni è stato proprio Rylands a occuparsi di Palazzo Venier de’ Leoni, fino a farlo diventare un’eccellenza tra i musei italiani. Lei aveva già predisposto tutto: alla sua morte, casa e collezione sarebbero passati alla Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York, che si impegnava a conservarli e a valorizzarli là in laguna. E così è stato.

Rylands era arrivato dall’Inghilterra per terminare un dottorato in storia dell’arte. Era il 1973. A presentargli Peggy fu Victor Stanley, il pastore anglicano a Venezia, durante un ricevimento al Consolato britannico. «Qualche giorno dopo eravamo a casa sua e diventammo amici».

La casa di Peggy, Gianpaolo Paulon se la ricorda bene. Sua madre Flavia lavorava alla Mostra del Cinema fin dalla prima edizione del 1932. Bilingue, fu lei a seguire l’americana quando nel 1948 la Biennale la invitò a esporre la sua raccolta d’arte. E fu a Flavia che Peggy chiese aiuto per trovare una casa. «Non cercava un palazzo monumentale, ma un appartamento con giardino», ricorda Gianpaolo, allora ventenne. Suo padre, che faceva il frigorista, aveva sentito in giro che Palazzo Venier de’ Leoni era in vendita e arrangiò l’appuntamento. «Peggy ne rimase folgorata».

I Paulon ci ritornarono spesso: «Ci invitava a cena. Io guardavo le tele alle pareti e tutto mi metteva soggezione. Una volta Peggy raccontò che le si impigliavano i capelli quando passava sotto la scultura di Calder in camera da letto. Era divertita, e così mio padre gliela sollevò».

«Certo, non era una donna con slanci di affetto – ammette Karole Vail – Credo avesse a che fare con la sua educazione rigida e fredda. Forse era solo timida. Di sicuro, la morte nel 1967 della figlia, la zia Pegeen, la cambiò radicalmente». Karole è figlia di Sindbad, nato dal matrimonio di Peggy con Laurence Vail. Sorride: «Peggy aveva chiesto a mio padre di chiamarmi Benita, come la sua amata sorella, ma a lui ricordava troppo Mussolini». Raffinata curatrice, da due anni è lei che ha preso la guida della collezione veneziana.

Karole ritorna ragazzina a casa di nonna: «Ricordo che non c’erano giocattoli e cavalcavo la scultura in giardino di Jean Arp». Ora invece si muove nelle stanze «con il distacco del professionista e insieme con un inevitabile senso di familiarità». Sarà lei a curare la mostra che ripercorrerà la presenza di Peggy in laguna dopo il ‘48 (L’ultima dogaressa, dal 21 settembre).

Peggy scrisse nelle sue memorie che appena arrivata a Venezia, per prima cosa chiese dove si incontrassero gli artisti. Le indicarono la trattoria «All’Angelo» e le fecero il nome di Emilio Vedova. Lì conobbe anche Tancredi Parmeggiani e Giuseppe Santomaso. «Me li ricordo tutti – dice Aldo Trevisanello, il corniciaio più famoso in città – Consegnavo a Tancredi i pannelli di faesite, che dipingeva sulla parte zigrinata. Dal 1952 Peggy gli aveva creato uno studio nel sous-sol di casa». E la collezionista?  «Non dava confidenze. E aveva paura che la imbrogliassero». «Eppure – sottolinea Rylands – nonostante le dicerie, era generosa e sempre pronta a sostener la sua famiglia, gli artisti, gli scrittori».

Per molti Peggy era solo un’eccentrica ereditiera. Ma all’incrociarla, tutti ammutolivano. A volte si rivelava un incontro indimenticabile. Un giorno del 1970 Loris Chia si trovava alle Zattere, sul Canale della Giudecca. Peggy stava passeggiando, quando d’improvviso uno dei cani scivolò in acqua. «D’istinto mi gettai e lo ripresi al volo», ride questo veneziano che per anni ha gestito il famoso studio di sartoria Araba Fenice. Quando le porse il cagnolino, Peggy lo guardò strabiliata: «Avevo 18 anni, ero già hippie, i capelli lunghi, biondi, magrissimo. Lei mi disse: sei il mio angelo. E mi invitò a casa. Non lo feci, era troppo il timore di avvicinarmi al palazzo».

Poi successe qualcosa. «Un giorno un ragazzo conosciuto in Marocco mi chiamò: ‘Sono a Venezia, vado da nonna, ti aspetto’. Quando mi diede l’indirizzo, capii che era a casa di Peggy». Il ragazzo era Nicolas Hélion, figlio di Pegeen e del suo primo marito. «Lei non c’era. Passammo una settimana a far festa sul terrazzo. Dormii anche sul letto di Peggy. Poi un giorno Nicolas arrivò allarmato: ‘Sta arrivando, sistemiamo tutto’. Quando lei mi vide, sorrise e venne subito a salutarmi».

Giamberto Siebezzi abita in un palazzo là a fianco. «Avevo 14 anni. Mio padre faceva il gondoliere e io lo aiutavo nella stagione estiva». C’è stata un’epoca in cui a Venezia i ricchi visitatori prendevano casa e gondoliere. «Quell’anno, il 1949, mio padre era al servizio della Principessa Aspasia di Grecia che soggiornava alla Giudecca. Era amica di Peggy e ci chiedeva spesso di andare a prenderla al Londra Palace Hotel a San Marco, dove ancora viveva. Ricordo la pesante mancia che mi lasciava e io restavo incredulo». Di lì a poco Peggy si sarebbe presa una gondola tutta sua.

«Era una donna sola, americana, ricca, ebrea, amante dell’arte – riflette Karole Vail – I più diffidenti in realtà erano soprattutto nobili e alta borghesia veneziana. Per la gente comune era bizzarra, per gay e lesbiche era un’icona e le sue feste a casa erano spazi di libertà».

Peggy ha dato alla città un cosmopolitismo che è svanito con lei. Annuisce Živa Kraus, una delle migliori galleriste della città, seduta nella sua Ikona Gallery al Ghetto: «Abitavo nel palazzo dove ora ci sono gli uffici della casa-museo. Era il 1973. Avevo sentito che Peggy cercava un’aiutante per la sua collezione che apriva tre volte la settimana al pubblico. Ci lavorai per quasi un anno. Era una donna gentile, naturale, discreta, straordinaria». Sei anni dopo, quando Živa Kraus aprì la sua prima galleria a San Moisè (a due passi da San Marco), «Peggy arrivò in gondola assieme a Edmund White, il grande scrittore americano. La ricordo ammirata, molto felice di questa mia avventura».

Quarant’anni senza Peggy. Quando lei scomparve, Thomas Messer, allora direttore della Fondazione Guggenheim di New York, chiese aiuto a Philip Rylands. «La casa era piuttosto malconcia, come capita dove vivono persone anziane – ricorda – Mia moglie ed io avevamo solo due mesi di tempo: è stato grazie ad alcuni veneziani, primo fra tutti Giorgio Segala, e due studenti, se siamo riusciti a fare i lavori e allestire in tempo il museo per la tradizionale apertura primaverile». Proprio come avrebbe fatto Peggy.

il Venerdì

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