Col Sandago è il rifugio di Martino Zanetti. La dimora di campagna, da cui domina l’ondulare di colline arricciate di vigneti tra Conegliano, Susegana e Nervesa della Battaglia. Siamo in un lembo della Marca trevigiana. «A pochi passi da qui, Carlo Magno travolse il Duca Orso e distrusse il castello longobardo nei pressi di Crevada. Restano le tracce dei muri che hanno lasciato sollevato il terreno», dice.
Questa è la casa dai tre pianoforti: «Mi alzo prestissimo e alle cinque mi metto a suonare per un’oretta». E in ogni stanza le pareti sono foderate di libri, quasi tutti su Shakespeare, quasi solo in inglese, comprese alcune rarissime edizioni antiche, comprate da collezionisti e mercanti d’arte: «Da qualche anno leggo solo in inglese, per calarmi completamente in qualcosa che non è solo una lingua, ma un mondo intero». E poi i suoi dipinti, ovunque, un pieno di colori. «E’ stata zia Gina a educarmi all’arte: lei era una strepitosa pittrice, molto espressionista. La osservavo per ore dipingere nel suo studio, la ascoltavo raccontarmi di artisti e di tecniche».
Ad ascoltare Martino Zanetti, si rischia di perdersi. Un ragazzino settantacinquenne, col piglio iperattivo e l’urgenza di raccontare troppe cose. «Ho studiato da ragioniere, ho lasciato l’università. Il resto l’ho imparato da solo. Col mio medico, ad esempio, il dottor Corsi, ci scriviamo sempre in latino». Sorride. Gli occhi che brillano, il passo veloce, il suo continuo basculare tra i ricordi e le tante cose che vuole ancora fare. «Mi piacerebbe far nascere un centro di studi shakespeariani, qui a Col Sandago».
E’ considerato uno degli imprenditori italiani più di successo. Lui si schermisce: «I dilettanti hanno sempre fatto le cose più importanti e le scoperte più audaci». Da dove iniziare? Il caffè: «A 23 anni rilevai un’impresa del settore che era in cattive acque. Un giorno mi presentai, giacca e cravatta, ero solo un ragazzo che non ne sapeva nulla. Affiancai il dirigente e lo osservai per un po’. Poi cominciai, imponendomi di lavorare con disciplina. E rimisi i conti in ordine, facendo rinascere l’azienda». I soldi: «Ho fatto una fortuna giocando in borsa sul mercato delle valute. Avevo capito il senso degli eventi e il loro riflesso nell’andamento delle divise, nelle speculazioni che si facevano sul mercato». Il caffè, ancora: «Misi tutti i guadagni di borsa, una montagna, per salvare l’azienda di caffè di mio padre. E nell’88 rilanciai: comprai la Hausbrandt, una delle più prestigiose del settore, che il proprietario aveva deciso di dismettere».
E poi la birra: appartiene a Zanetti il marchio Theresianer, antico fin dal 1766. «Merito di una fidanzatina viennese, erede di una dinastia di birrai. Avrò avuto vent’anni: quando andavo nel castello di famiglia, il padre mi metteva la birra nella minestra. Ho lasciato lei, ma ho continuato ad amare Vienna. E pure la birra».
La sua, di famiglia, è un racconto a fuochi d’artificio: «Mio padre era un mercante e un attore di teatro. E, si sa, solo un bravo attore fa un buon mercante. Era un uomo speciale, che a 15 anni mi ha dato da leggere Henry Miller». La madre? «Durante la guerra i tedeschi occuparono la casa. Una sera gli ufficiali erano seduti attorno alla tavola imbandita. Lei scese, elegantissima, seria: prese un lembo della tovaglia e tirò giù tutto. E loro non dissero una parola». Il primo degli Zanetti comunque arrivò qui nel 1640 da Venezia, «a lavorare le terre di proprietà dei frati della compagnia degli Scalzi». Da parte di madre, invece, «arrivò il trisnonno, il conte Camillo De Roma, dall’isola di Zante, che lui governava prima di restituirla alla Grecia».
Si guarda attorno, giù verso i pendii delle colline: «Da qui Venezia è così vicina che la si può vedere con gli occhi di Paolo Veronese. Sono abituato così, a liberare spazio dalla mente e a riempirlo di immagini». E’ così che riesce a tenere insieme il fare arte e il fare impresa? «Attenzione: non credo al fiuto per gli affari, così come mi tengo lontano dal piglio romantico dell’arte». Che poi è il senso della trevigianità. Ride. «Forse. Ma per me valgono gli insegnamenti del Colonnello Barone De Massa». Chi? «E’ stato il mio maestro alla scuola militare di Aosta, da cui uscii Sottotenente degli Alpini. Lui aveva un’impostazione ancora napoleonica: bisogna mirare al centro, infilarsi nella mischia a testa bassa, per poterne uscire con la cravatta a posto». Un po’ azzardata come tecnica militare: «Magari non è più utile sul campo di battaglia, ma è una regola che mi ha aiutato sempre nella vita. Alla fine, non è importante quello che pensi o che vedi, ma quello che intravedi».
il Corriere della Sera