Ca’ Corniani, da fiume a fiume

Qui la terra è il cielo. E’ un cielo che si approfitta di un orizzonte levigato e vi si stende a dismisura e le chiome degli arbusti si muovono quasi per scacciarlo. E poi il silenzio denso, rotto ogni tanto dallo spartito ossessivo dei grilli.

Bisogna lasciarsi alle spalle il cianciare di auto, bus e ciabatte del centro di Caorle con i suoi alberghi vintage e l’odore di salsedine che arriva dalle spiagge. Si prende la Provinciale 59 e si infila il Ponte delle Bilance, un ferro sbiadito che geme a ogni passaggio. Pochi metri e una scritta a led promette di vibrare a ogni fulmine che cadrà da qualche parte. E’ una delle tre soglie di Ca’ Corniani. L’opera, di Alberto Garutti.

Ca’ Corniani si misura da fiume a fiume, che poi è sempre il Livenza solo che da un lato è Morto e dall’altro è Vivo e a nord non è che un canale detto del Traghetto perché lo traversavano i contadini diretti a messa. La chiesetta ci incespica in un’ansa dell’argine e a fianco quella che tutti chiamano la Casa del farmacista. Proprio qui, se si gira lo sguardo, appare d’improvviso un casolare dal tetto dorato. Su un altro fianco della tenuta, invece, statue bianche di cani e cavalli segnano la terza soglia.

Questa è una campagna che un tempo era mare, Laguna di Caorle veniva chiamata, e i contadini non erano che pescatori. Ora, è il tempo degli artisti. C’è stato anche un tempo della Serenissima, che allora scavava canali e invertiva fiumi per salvare terre e uomini. Poi qualcuno acquistava i nuovi poderi e la repubblica incassava, denaro e consenso. Così fecero i Cottoni prima e poi i Corniani che si riservarono la terza e la quarta presa. Era il primo Settecento e un secolo dopo toccava ai Lattes: tutti provavano a bonificare e a coltivare, anche se ci riuscirono solo in una parte di questi 1770 ettari. E intanto la malaria spazzava le campagne come fa il vento freddo di borìn quando arriva per calpestare le ossa.

Fu nel 1851 che le Assicurazioni Generali decisero di investire qui. Ci voleva un portafoglio pesante, una tecnologia impeccabile, degli ingegneri e soprattutto una visione. Per prima cosa alzarono gli argini e poi misero in funzione le idrovore a vapore. Una colossale impresa pronta a ridisegnare il territorio.

Quando si arriva nel cuore del borgo, ormai segnato dal tempo e dal sole, si può immaginare quale fabbrica sociale sia stata Ca’ Corniani. Due piazze, che qui si sono sempre chiamate alla veneziana “Campi” e attorno le abitazioni, quelle dei mezzadri con granaio, stalla e casa e quelle dei salariati, e poi il dottore, il telegrafo, la scuola, le botteghe. Una grande cantina: non potendo essere interrata (siamo sotto il livello del mare), utilizzava un’architettura di anfratti per far circolare il vento fresco. E poi terra. E casolari.

C’è stato un tempo in cui ci vivevano in 3 mila. Negli anni ’60 i contadini sono diventati operai e i loro figli chissà. Una signora è seduta all’ombra davanti la porta di casa in Campo delle Procurative. E’ una delle 30 famiglie rimaste qui. Per coltivare, invece, arriva una ventina di tecnici e agronomi: i campi sono arati da trattori guidati da laptop, osservati da una rete di sensori e nebulizzati da braccia meccaniche. Questo è un posto destinato a essere sempre l’avanguardia di qualcosa.

Un vecchio magazzino è diventato una moderna Velostazione. Qui si possono noleggiare bici (anche elettriche) e percorrere i 32 km di nuove piste ciclabili, segnate da strisce già impollinate di camomilla e papaveri, mentre si aspetta che crescano i 30 mila alberi appena piantumati.

Si scivola dentro la campagna con un filare vertiginoso di pioppi a un lato. Ci sono quattro sentieri che si chiamano allo stesso modo, Strada della Macchina Fissa, perché tutti portano all’antica idrovora. Ma solo due sono impreziositi di folti gelsi. L’edificio bianco è ai piedi dell’argine: ora si entra grazie a una app, che fornisce un codice e si apre un mondo che odora di vecchie turbine, assieme a touch screen e video-proiezioni.

Cosa vuole essere Ca’ Corniani, allora? Quello che già è, dicono. Un mondo vivo e di passaggio, dove si impastano memoria, turismo dolce, high-tech, fantasmi, manufatti e grano, arte e terra. Nient’altro che un luogo del contemporaneo.

il Corriere della Sera

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