«Avevo dieci anni quando ci sono entrato. Era il 1972. Non ricordo di essermi particolarmente emozionato. Certo, c’era l’entusiasmo del cambiare casa. Ma il fatto di essere in Piazza San Marco, no, ero troppo piccolo perché mi suscitasse qualcosa di particolare. Ora posso dire di vivere in un luogo che continua a togliere il fiato anche a me».
Antonio Zago è l’ultimo veneziano ad abitare in Piazza San Marco. Non ha vicini. «Ma già allora non ci abitava più nessuno». Le Procuratie Vecchie si allungano al suo fianco, un’enorme ala vuota della Piazza, proprietà delle Assicurazioni Generali che l’anno scorso hanno lanciato un importante piano per il restauro firmato da David Chipperfield.
Sull’altro lato della casa, la mitica Torre dell’Orologio: «Dalla mia camera sento di notte il rintocco dell’ora». La macchina del tempo, di origine quattrocentesca, poi modificata a metà ‘700 da Bartolomeo Ferracina, puntuale segna l’ora nel cuore della città lagunare. I mori battono la campana, ciascuno con un martello in mano. A mezzogiorno e a mezzanotte, il Treno del Tempo scandisce la meridiana, 132 rintocchi battuti da altri due martelli. «Eh sì, sono cullato dai Mori ogni notte», sorride.
Ma chi è Antonio Zago? «Sono un veneziano da generazioni. Mio bisnonno lavorava per la Ciga», la mitica Compagnia Italiana Grandi Alberghi fondata proprio a Venezia. «Aveva una piccola bottega dove costruiva mobili. E’ stato lui a realizzare la bussola dell’Hotel Danieli che è stata restaurata da poco».
«All’epoca abitavamo all’Angelo Raffaele, vicino a San Nicolò dei Mendicoli, a due passi da Piazzale Roma. La bottega era sotto casa, là dove sono nato io». Oggi la Zago SpA è una delle aziende più rinomate nel settore degli interni per navi da crociera e grandi yacht di lusso. Un business che, parato il colpo della Lehman & Brothers di ormai 10 anni fa, è tornato a girare: «abbiamo appena firmato commesse fino al 2027 e siamo pronti a incrementare il piano di assunzioni già iniziato quattro anni fa».
Come molte altre aziende, la Zago SpA non è più in laguna. Per trovarla bisogna andare a Scorzé, entroterra veneziano. «L’azienda prima si è trasferita a Marghera, poi in questo paese». Un tempo qui era considerata zona depressa e ora è un pullulare di magazzini, lembo della miracolosa manifattura veneta.
«Gran parte del mio tempo lo passo qui», dice Antonio, mostrandoci i grandi capannoni dove si producono e si assemblano gli arredi delle navi. «Esco di casa la mattina presto e torno tardi la sera, altrimenti farei fatica persino ad aprire la porta di casa. Quando voglio starmene lontano, mi rifugio nella casa di Treviso, che mia moglie e io adoriamo».
Non c’è persona che, attraversando Piazza San Marco, percorrendola dall’ala napoleonica verso la Basilica ricoperta d’oro e mosaici, non abbia pensato: chissà se qualcuno ci abita, chissà cosa vorrà dire abitare qui. Antonio e sua moglie Silvia lo sanno.
Riservati, difendono questo spazio dagli occhi indiscreti: «è la mia tana», dice Antonio. «Quando devo pensare, riprendere le energie, isolarmi, ecco, qui trovo la serenità». Il che è possibile quando sfuma la moltitudine che di sotto cammina, si spinge, incespica fra grida e risate o stoicamente si trascina in ore di coda per entrare in Basilica. E’ la folla che ogni giorno ondeggia in gruppi, le guide (ufficiali o meno), microfono in bocca e ombrello in mano, alto sulla testa, che li ubriaca di parole, di dati, di aneddoti. E intanto dal Caffè Florian e dal Bar Lavena le orchestrine giostrano sinfonie e marcette fino allo sfinimento.
Perché il salotto sublime del mondo è anche l’inferno da evitare come la peste, come dicono i veneziani, che di peste nei secoli ne hanno avute due e questa la considerano un po’ la terza. «E’ triste quello è successo in realtà a tutta la città», scuote la testa Antonio. «I primi nemici di Venezia sono gli stessi veneziani. Hanno trasformato le loro case in B&B e venduta gran parte dei negozi. Basta vedere com’è ridotto il mercato di Rialto. E sono stati pure miopi: non hanno pensato affatto all’impatto che una tale mole di visitatori può avere su questo tessuto urbano». Si ferma un attimo e poi: «So benissimo che questo turismo è un problema globale: a novembre ero a New York downtown e per strada vendevano paccottiglia, proprio come in qualsiasi campo o calle di Venezia».
E anche se ormai quasi tutto l’anno la città è stretta da questo insopportabile carosello, bisogna tener duro e aspettare che arrivi il freddo. «La stagione magica è da novembre a gennaio. E’ il periodo che preferisco passare qui. Diciamo che il resto dell’anno non è così adorabile… D’estate bisogna aspettare che faccia notte: è allora che la città assomiglia a quella di quando sono nato».
Ma quella casa, lassù, protegge chi la abita.
Isolati, come dei naufraghi della storia. Eppure al centro, nel punto di
massimo ingorgo. «I miei genitori
l’hanno modellata, le hanno dato un’anima rasserenante». Ampia, un salone che
dà sulla Piazza, le terrazze su cui incombe l’Orologio e tutta la vita
domestica verso l’interno. Nessuna venezianità. Tutto ha un sapore
contemporaneo. «La cosa curiosa è che mio padre Carlo l’ha acquistata da un
signore milanese nel 1970. E quel signore l’aveva presa per la sua amante. Come
dire? Era una fantastica alcova vissuta da una persona sola».
Ma in una città dove magnati e milionari si sono comprati il possibile, gli Zago non hanno mai ricevuto nessuna offerta per vendere la loro casa? «A dire il vero no», giura Antonio quasi sorpreso dalla domanda. Poi scoppia a ridere: «Si saranno spaventati dal concerto di orchestre, campane e urla».
E allora si ferma ancora: «A volte ho pensato anch’io di mollare, di andare a vivere altrove, lo ammetto. E’ come sentire che tutto sta cospirando per cacciarti. Ma dura un istante. Mi affaccio e vedo la Basilica e penso che no, che è tutto troppo bello».
il Venerdì | la Repubblica