«La prima cosa che comprai per la mia collezione fu un bronzo di Jean Arp»: è la stessa Peggy Guggenheim a ricordarlo nella sua autobiografia. Era il 1933 e lo scultore alsaziano portava la collezionista americana nella fonderia dove aveva fatto lavorare Testa e conchiglia. Peggy di quel giorno ha sempre tenuto un ricordo vivido anche dopo molto tempo: «Me ne innamorai tanto che chiesi di poterlo tenere tra le mani: nello stesso istante in cui lo sentii, volli esserne la proprietaria». Da allora la mecenate continuò a comprare opere di Arp e a invitarlo alle sue mostre, compresa la prima tutta dedicata alla scultura da lei organizzata a Palazzo Venier dei Leoni, in laguna, esattamente 70 anni fa.
Ora, la Peggy Guggenheim Collection dedica a Jean/Hans Arp una retrospettiva con oltre 70 opere, tra sculture, rilievi in legno dipinto, collage, disegni, tessuti e libri illustrati. La natura di Arp, così si intitola, sarà visitabile fino al 2 settembre: è l’occasione per conoscere da vicino «uno degli artisti più influenti del XX secolo», come lo definisce Karole Vail, direttrice della casa-museo veneziana. Curata da Catherine Craft, la mostra è prodotta dal Nasher Sculpture Center di Dallas: anche per i Nasher, altra famiglia di collezionisti americani, Jean/Hans Arp è stato il battesimo della loro raccolta d’arte nel 1967.
Che abbia incantato così tanto il mondo culturale tra Europa e America non sorprende. Arp è stato tra i fondatori del movimento Dada e un pioniere dell’astrattismo. E in questa sua tensione, dagli anni Dieci in poi, a disossare le grammatiche dell’arte, «aveva trovato nel mondo naturale le sue strategie creative, una personale lingua degli oggetti e uno straordinario vocabolario di forme», racconta Catherine Craft. Come se la saggezza intima della natura riuscisse ad essere un controcanto rispetto alla ferocia degli uomini. Non imitandola («Amo la natura, ma non i suoi surrogati», scrisse), ma semplicemente indagando «il modo in cui una pietra si stacca dalla montagna, un fiore sboccia o un animale si riproduce», confessava lui.
E’ stato lo scontro tra i due mondi a cui apparteneva, quello tedesco e quello francese, ad avere un effetto travolgente su questo artista nato a Strasburgo nel 1866, figlio di entrambe le culture e a cavallo delle due lingue. Si chiamava Jean e pure Hans e alle due declinazioni del suo nome non avrebbe mai rinunciato, anche se ogni volta si trovava braccato da uno o dall’altro, sospettato e spesso costretto alla fuga.
Lui aveva risposto guardando oltre, sempre a tessere relazioni, collaborazioni, alleanze e cercando caparbiamente un senso cosmopolita e plurale di comunità. Così come faceva fluire linee morbide, sinuose, meta-umane nelle sue opere. Ecco perché il suo rifugio era diventato il profondo della natura e non la lingua secca degli uomini. «Arp è stato un modello di umanità e di vitalità», sottolinea Karole Vail, «prima di tutto contro l’egotismo umano».
Lo aiutavano un umorismo bruciante e la poetica nel manipolare il legno, i gessi, il marmo, il bronzo, fino a farli germogliare, a stenderli con tenerezza nello spazio o verso l’alto. Negli anni ’30 cominciò a rifiutare il piedistallo perché tutti potessero interagire con le sue creature, che riempivano lo spazio trasognate, come la Scultura da perdere nella foresta o Due pensieri su un ombelico, entrambe del 1932, tra le più preziose in mostra.
Così i suoi collage e i disegni che sembrano danzare sui fogli e molti non a caso realizzati assieme alla moglie Sophie Taeuber, artista brillante e visionaria, che tanto peso ha avuto nell’esplorazione artistica di Arp. Dopo la morte improvvisa di Sophie nel 1943, lo scultore abbandonò per quattro anni il suo atelier. Una pausa dolorosa: ma il suo ritorno alla scultura significò un successo e una fama più grandi di prima, fino al Gran Premio ricevuto alla Biennale di Venezia del 1954. In questa sua nuova stagione, Arp riprendeva opere giovanili, ampliandole ed estraendone nuovi significati e dimensioni, anche monumentali come nel caso del Pastore di nuvole commissionato dall’Università di Caracas.
La sua capacità di astrazione mutava in gemmazioni stranite e organiche, come il Torso con germogli (1961), sfere oblunghe e innesti e torsioni soffocate quasi a contenerne l’energia. Fino alla fine, come ben racconta la curatrice, Arp ha cercato di emanare dalla sua scultura una intensa «sensazione di fisicità», germinata «dalla creazione di un corpo che vive, vibrante, al suo interno».
Corriere del Veneto / il Corriere della Sera